Dylan Dog Color Fest 22 - Remake 2



LORENZO BARBERIS

Preso il nuovo Color Fest, di nuovo dedicato ai Remake. La copertina di Mauro Muroni ci mostra Dylan tramutato in una sorta di San Sebastiano (non frecce, ma tagli, per gli strali della censura) pronto ad essere bruciato sul rogo, con rimando alla seconda delle storie riadattate, quella di "Caccia alle streghe".

Questo speciale torna infatti a riadattare dei capisaldi sclaviani dell'età dei "primi cento numeri", e si riprende quindi lo schema già adattato nel primo Remake (qui la mia recensione), con una cover presentata come una stazzonata locandina del cinema, una mise en abime che sottolinea il carattere iterativo dell'albo.

L'operazione era cominciata nel 2015, con un'ambiziosa storia di Recchioni (ne ho scritto qui) in occasione della ripubblicazione dei Color Fest in un formato "americano" (32 pagine) con la Gazzetta dello Sport. Ora questo processo è andato molto avanti (ultima tappa, il recente crossover) ma i remake in forma breve continuano ad esserne parte.

La prima storia, "Ancora un lungo addio", riscrive ovviamente la storia quasi omonima ad opera di Paola Barbato, disegni e colori di Carmine Di Giandomenico. Anch'essa era apparsa nel progetto della Gazzetta,  e quindi rimando a cosa ne avevo scritto ai tempi, qui.



Molto interessante si rivela anche la storia di Tito Faraci, per i disegni di Nicola Mari e i colori di Luca Saponti: non a caso, la storia che ha ottenuto la copertina. Dato che già "Caccia alle streghe" era metafumettistico, il metafumettistico diviene qui al cubo. Faraci lo sviluppa in modo raffinato, e va a scrivere la storia ribaltando la prospettiva sclaviana: se là Daryl Zed era un fumetto affine a Dylan Dog nel mondo di Dylan Dog (e anche nei romanzi sclaviani si usa questa mascheratura), Faraci ci offre una storia di Daryl Zed che legge il Dylan Dog "Caccia alle streghe" (nel suo mondo, come nel nostro, il fumetto è Dylan).

Mari è perfetto per illustrare la storia: non solo per la sua grande bravura, ma anche perché il suo tratto ha dei parallelismi (e delle differenze) con Pietro Dall'Agnol nel fumetto originario. Ciò aumenta l'effetto di straniamento di questo fumetto rovesciato.

Faraci sviluppa Daryl Zed come anti-Dylan Dog, come si intuiva già nel fumetto-base di Sclavi. In Sclavi, era in fondo una rivendicazione della maturità di "Dylan Dog" come testata fumettistica: era perfettamente logico ritenere che Dylan fosse la persona "reale" da cui veniva tratta una maschera semplificata come Daryl Zed ("un fumettone", come da pessima espressione allora ancora in voga per descrivere denigratoriamente un film d'azione ritenuto facile e superficiale).
Ecco quindi che anche Thompson, il "Bloch" del mondo di Daryl, è un nerboruto uomo d'azione, e Zed stesso è l'eroe tutto di un pezzo che cela sotto una corazza i tentennamenti che in verità prova (e che vengono evidenziati da questa storia).



Il gioco di Faraci è dunque quello di scrivere - tra le righe di Sclavi - uno Zed non solo credibile, ma che corrisponde a un certo"lettore tipo" di Dylan Dog in quella età dell'oro di vendite del personaggio. Fumetto che aveva conquistato un largo pubblico femminile, ma aveva anche portato verso un fumetto più "autoriale" un pubblico maschile altrimenti disinteressato a quel tipo di fumetto.
La storia è perfettamente incastrata in quella di Tiziano Sclavi (che appare anche col suo vero volto nella storia, al posto della sua maschera di "Caccia alle streghe"); le reazioni di Daryl alla lettura di Dylan Dog sono da manuale, e corrispondono alla lettera al modello di cui sopra. Un pubblico vasto, che cercava un po' di fanciulle svestite, di splatter e di azione ben congegnata - e magari una spruzzata di giallo - per passare un po' di tempo durante una lezione particolarmente noiosa. E che Sclavi e i suoi riuscivano al tempo stesso a soddisfare e - come qui nel finale - a spiazzare e sorprendere.

Tra le righe, si lascia intendere che questo Daryl Zed potrebbe avere un seguito in una miniserie: e se Faraci saprà mantenere il gioco letterario efficace sulla medio-lunga distanza, potrebbe essere una lettura divertente (a margine: anche qui, rovescerebbe, dopo un quarto di secolo, il senso di quel "continua...?" sospeso di sclaviana memoria).



La storia di Fabio Celoni autore completo riprende una delle storie oniriche più cruciali, come Golconda: allora l'ultima cover di Claudio Villa, l'ultimo frontespizio di Angelo Stano (in tempi recenti). Uno degli albi più simbolici di Dylan, quindi, che Celoni affronta pigiando sul pedale dell'onirismo, che gli consente di sviluppare tavole mosse, molto efficaci, a volte tradizionali ma anche in grado di adottare talvolta (p.81, ma non solo) un taglio obliquo, molto raro nel bonelliano. Il suo stile cerca di ricreare quel mix di splatter e umorismo surreale che aveva fatto la fortuna dell'albo, definendo in modo importante il mood dei kafkiani inferni dylaniati. Un divertissment d'autore, di grande piacevolezza visiva.

Interessante anche notare come l'occhio golcondiano (che era tornato nel nuovo corso anche in "Al servizio del caos", pilastro del John Doe recchioniano) è qui presentato come un bambino della sua stirpe, frequentante la "Quinta Elementale". Questo è l'elemento di riscrittura più interessante, perché (a volerne tener conto) cambia la lettura di Golconda originale (la crudeltà dell'Occhio non è quella dell'Altrove Assoluto, ma quella del bambino), ma anche della "blanda continuity" inserita con la nuova gestione: l'elementale di Golconda era qui il mentore di un simil-Alan Moore che ad egli si sacrificava (come il simil-Lovecraft di Sclavi...), tempo dopo aver creato il diabolico cellulare per John Ghost. Certo: se è lo stesso elementale, e non un adulto della medesima dimensione. Ma non sarebbe male che il piano diabolico delle più eccelse menti complottiste del pianeta, Ghost e soci, non fosse altro che uno scherzo di un bambino elementale, o qualcosa del genere.


Molto interessante anche quello che scrive (pubblicamente) Celoni su FB circa le scelte grafiche della
"Grande Baraonda". Riporto direttamente le sue parole:

"Il processo è questo: disegno la tavola a matita su un classico foglio di carta A3, normalmente.
Poi inchiostro in maniera pittorica la stessa tavola su un'altra nuova tavola, per la precisione carta fotografica lucida, grazie a un tavolo luminoso, in pratica inchiostrando sulla tavola bianca la matita che intravedo nella tavola di sotto. Essendo la carta fotografica solitamente in formato A4, devo separare l'intera tavola frammentandola in fogli diversi. Lavoro quindi a blocchi di strisce o per vignette quadruple. E' piuttosto complesso inchiostrare su carta fotografica ma può dare risultati intriganti e parzialmente imprevisti, è un po' una magia simile a quella dell'acquarello. Quando mi è venuto in mente di provare a inchiostrarci sopra forse avevo picchiato la testa. Quel che è interessante, in ogni caso, è che avendo la carta fotografica subito un trattamento chimico differente, la corsa del pennello sulla sua superficie ne risulta alterata rispetto alla carta normale, rallentata, e l'inchiostro allo stesso modo si espande (o si rapprende) in modo diverso.
Trovo sempre affascinante il fatto di essere "in due" a realizzare un'opera, l'autore e la natura, con le sue incognite. Essendo queste appunto impreviste, almeno parzialmente, e sapendo giocare di squadra (quindi andando magari a riprendere un tratto non funzionale, o sviluppandone un altro in una direzione non preventivata) si possono a volte realizzare cose interessanti e più affascinanti di quelle totalmente guidate dalla consapevolezza.
Ho utilizzato con questi mezzi differenti uno stile più espressionista del solito, in molti punti della storia, andando molto a lavorare sulle emozioni e l'impatto.
Terminati i "pezzi di tavola", li scansiono e li monto a photoshop ricreando la tavola intera, com'era in origine a matita, questa volta inchiostrata a mezzatinta.
Quindi procedo con il colore, realizzato in digitale sempre con Photoshop, spesso riprendendo lo stesso disegno e aggiungendo particolari, luci o modificando parti di disegno.
E' un processo molto laborioso e complesso, ma sperimentare è l'anima di questo mestiere.
Mi è parso quasi d'obbligo lavorare con uno stile simile a "Golconda", una follia su carta in cui gli uomini tentano di riportare ordine dal caos, nell'eterna battaglia tra ragione e mistero."

Insomma, un Color interessante, metaletterario e sperimentale come ci si è abituati ormai da tempo nella nuova gestione. Il prossimo numero, nuovamente, una storia unica, in attesa degli sviluppi di questo intrigante Remake.

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