Santa Maria in Bredolo


LORENZO BARBERIS

Le testimonianze del gotico monregalese sono ovviamente numerose a Mondovì, anche se sparpagliate su tutto il perimetro comunale (per tacere di quelle, anche notevolissime, che si trovano nel circondario).

Stando al censimento di "Antichi affreschi nel monregalese", tracce se ne trovano presso la sacrestia del Duomo, presso il vescovado, presso l'Istituto Baracco (l'attuale biblioteca civica), assolutamente centrale è ovviamente Santa Croce; e poi Santa Maria delle Vigne a Carassone, San Bernardo delle Forche e san Bernolfo al Ferrone (a due passi da casa mia; mi pare ci sia anche una cappella di San Mambrotto, se non erro); San Rocco in frazione Comini, la parrocchia di San Quintino, e un pilone dell'annunziata al Borgato, sulla strada per Monastero Vasco. Presenze diverse per prestigio, peso, qualità di conservazione, accessibilità: ma comunque un ricco patrimonio, preziosissimo per gli intenditori. La sfida, ovviamente, è mediarlo e renderlo appetibile a tutti gli altri.



In questo quadro, il patrimonio della Pieve di Santa Maria in Bredolo, l'attuale Breolungi, ha un ruolo particolarmente significativo. L'antica Bredolum, infatti, era la sede del Comitato carolingio di queste terre, in un'estensione che poteva corrispondere all'attuale cuneese, certo meno popolato di ora. Questo centro conferma così la posizione cruciale di Mondovì anche prima della nascita del libero comune con cui inizia la storia della città, ed è una testimonianza d'arte e cultura preziosissima per la città, non fosse altro per questo suo ruolo di nucleo originario.







In facciata, affreschi purtroppo piuttosto rovinati, collegati a Rufino d'Alessandria e risalenti al primo '400. Affascinanti anche i graffiti (ai tempi, un atto di vandalismo: oggi una testimonianza preziosa) scavati sul portale. Ma all'interno si trovano affreschi ancora più antichi (i più antichi della città), riscoperti dopo il restauro del 2007, relativamente poco noti perfino in città e di grande fascino anche per i temi relativamente rari e suggestivi.


Sante bionde e (ex) peccatrici, come Maria Maddalena e Maria Egiziaca, in parte coperte e nascoste dopo la pruderie della controriforma, avviata proprio da un grande vescovo monregalese, il Ghislieri, salito al soglio come Pio V, e qui implementata dal visitatore apostolico Scarampi. Figure oggi riscoperte in una chiave a volte un po' spuria come quella dei divertissment esoterici di Dan Brown nel Codice da Vinci (2003) et similia - molto meglio, allora, le più argute speculazioni di Umberto Eco, ne Il Pendolo di Foucault (1988): del resto, era di Alessandria anche lui, come Rufino.




Il tema del peccato rimanda alla Cacciata dall'Eden visibile su un arco, assieme ad altre storie bibliche ormai perdute; l'allure esoterico si ricollega invece alla croce patente, di sapore templare, che appare per due volte in un affresco. Il santo che la porta ha dietro di lui un telo (o un muro, una tavola?) similmente segnato da tale croce: gli affreschi sono trecenteschi, siamo in Piemonte, è facile la seduzione della Sindone, da poco riapparsa nelle mani di Goffredo di Charny, quasi omonimo d quel Goffredo di Charnay bruciato sul rogo assieme al Molay al termine del processo ai templari. Dopo la sua morte, la più preziosa reliquia cristiana sarebbe passata nelle mani dei Savoia.


Innegabilmente, siamo nel puro campo della speculazione; in un altro affresco, curiosamente, si potrebbe intravvedere la scritta Gral inscritta accanto nel calice consegnato alla Maddalena. Più che una indagine razionale, qui gioverebbe un bel giallo esoterico incentrato sulla Pieve e sui suoi misteri, magari seguito da un film ambientato in questa location. La vicina Saliceto ha promosso così la sua San Lorenzo, magari sarebbe da pensare anche da noi.





Curiosamente, non mancano nemmeno gli elementi di un esoterismo più lontano, legato alle antiche presenze etrusche e romane di queste zone: lapidi con la croce solare e il toro sacro, simboli di un culto agricolo ancestrale.


Non mancano all'interno della chiesa altre opere di pregio, anche se l'impianto tardobarocco che si è venuto a stratificare nel tempo toglie qualcosa, qui, alla più antica seduzione gotica, senza aggiungere quello splendore trionfale secentesco che a Mondovì vanta ben altre eccellenze.


Si perde così, dall'interno, la bellezza dell'abside, orientata ad Est come tutte le chiese medioevali: la lunga finestra retrostante all'altare, simbolo di Cristo, viene sormontata da dodici finestre più piccoli, simbolo degli Apostoli e delle tribù d'Israele. In ogni modo, dall'esterno questa struttura conserva intatto tutto il suo fascino.

Un bene quindi da conservare, valorizzare, promuovere, come decine d'altri a Mondovì: ma col fascino particolare che riveste un luogo seminale e originario. Tanto, se non tutto, per la nostra comunità è partito da qui.

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