Dylan Dog 372 - Il bianco e il nero


LORENZO BARBERIS

Uscito il 29 agosto il numero 372 di Dylan Dog, "Il bianco e il nero". Si tratta dell'ampliamento della storia breve uscita in apertura della collana della Gazzetta dello Sport dedicata alle brevi dylaniate nel tradizionale monocromatico, dopo la collana dedicata alle brevi a colori del Color Fest. Sono ovviamente possibili degli spoiler: consiglio di leggere prima l'albo.

La storia è dunque realizzata da Paola Barbato e Corrado Roi, che in quel periodo collaboravano ad Ut, esperimento di un fantastico weird in salsa bonelliana dove Roi era coinvolto anche come co-sceneggiatore. Curiosamente, è da poco uscita sul Color la breve della Barbato - con Carmine Di Giandomenico - in cui si riscriveva lo storico "Il lungo addio", due esperimenti simili, in direzioni parzialmente diverse.

Della storia originale avevo scritto qui; e non ho quindi molto da aggiungere al proposito. Interessante invece notare come la vicenda sia stata ampliata. Interessante il rimando ai futuri figli di Dylan (p.26), che in altri tempi si poteva liquidare come una vaga minaccia interna all'albo, ma in tempo di continuity pur blanda promette un possibile sviluppo futuro.



Anche il ruolo di Dylan come "uomo buono che spaventa i mostri" è un elemento che in altri tempi sarebbe stato isolato da tracce di continuity, ma che ora sembra intessersi ad altri spunti di questo tipo, recenti accenni sul ruolo di Dylan nell'"underworld": nel Maxi di Mignacco Dylan diventa una sorta di eroe degli Inferi quando questi non riescono a tramutarlo in un burocrate infernale; nel recente crossover la vampira spiega a Dylan come molti lo disprezzino come un ciarlatano, ma una minoranza lo veda come un mediatore per il suo schierarsi dalla parte dei freak.

E anche qui, a terrorizzare di Dylan i mostri "convenzionali" è la sua gentilezza, il suo essere estraneo alla "banalità del male" del cassiere maleducato o del burocrate nazista, ma al contempo essere affascinato e disponibile verso il radicalmente diverso, verso il freak anche più inquietante.

Il discorso della Paura personificata diviene una riflessione che pare di nuovo - come spesso nel nuovo corso - meta-letteraria: prima amante appassionato, col tempo quella di Dylan diviene una stanca ossessione. Come detto anche altre volte, si tratta di un espediente narrativo frequente, nel fumetto fantastico, nelle opere di Neil Gaiman, che ricorreva (con diversa declinazione) anche nel John Doe dell'attuale curatore Recchioni. In Dylan, da sempre, è fortemente personificata la Morte, uno dei grandi archetipi del resto: Sclavi aveva personificato anche la Vita, Recchioni aveva aggiunto la Malattia, e ora la Barbato aggiunge la Paura.

Il discorso funziona anche sul piano letterale della storia fantastica, ma è vero che le mille fobie di Dylan rischiano di diventare una comoda prigione per la scrittura delle sue storie. La chiave di lettura di p.77 è molto interessante al proposito: l'alcoolismo, in Dylan, è sostituito dalla dipendenza dall'orrore. Se vogliamo, riecheggia anche la recente storia di Sclavi, dove la ricaduta di Dylan nell'alcool si accompagna alla fase di stanca professionale e personale che il "nuovo corso" è andato a indagare.

In attesa del prossimo 373, "La fiamma", che pare (come il 369, "Il terrore") di nuovo connesso (e in anticipo) alla cronaca recente di questi giorni. Si tratta solo di capire se la citazione è da Bradbury o da Almirante.

O, potenzialmente, da tutti e due.





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