Dylan Dog - Il pianeta dei morti / Nemico pubblico numero 1


LORENZO BARBERIS

Terzo speciale dylaniato dedicato al "Pianeta dei morti", la serie sul futuro dell'investigatore dell'incubo creata da Alessandro Bilotta. Un appuntamento annuale sempre affascinante, che crea una continuity insolitamente serrata per gli standard bonelliani, ambientata in uno dei tanti altroquando di Dylan Dog.

Se infatti la fine "ufficiale" del personaggio è quel numero 100 "sempre a destra dello scaffale", in cui si chiude la vicenda di Xabaras secondo il setting iniziale di Sclavi (comunque, a quanto pare, insoddisfatto dello scioglimento), questa vicenda bilottiana ci presenta un Dylan invecchiato, e uno Xabaras altrettanto anziano in proporzione.

Del resto, già la Barbato aveva ideato, nei suoi celebrativi, una versione parzialmente alternativa delle vicende dell'eroe (volendo per forza conciliarle, si poteva ancora dire che quella di Sclavi era una origine "mistica" del personaggio, e quella della Barbato la storia più "reale"); e del resto Dylan Dog, con la sua nota "sgangherabilità" teorizzata da Eco, si presta bene a questo tipo di scrittura, a partire delle dimensioni multiple già introdotte dal primo Sclavi.


(il declino di Xabaras)


Qui troviamo dunque come detto uno Xabaras invecchiato, umano, troppo umano, nonostante il nom de plume assunto di Woland, il diavolo de "Il maestro e Margherita", che simboleggia anche i senili slanci onirici (vedi tavola sotto). E forse le sue vicende in verità si concludono a p.16, come lui in seguito avrà modo di ipotizzare nel finale, e tutto il resto è un lungo delirio dell'ultimo coma. Del resto, il tipo di aggressione a p. 16 ritorna a p. 30-32, con diversi attori (non più lo zombie, ma due comuni cittadini: vedi terza immagine sotto) e produce l'incubo di morte di p.33 e il "risveglio" ospedaliero subito seguente (34). Il personaggio di Marlene, stralunato e onirico, impossibile ultimo amore (collegabile a Marlene Dietrich e alla sua melanconica Lili Marlene), funziona forse meglio se vista nella luce di una complessiva allucinazione più che come realtà. Anche il fatto che Marlene guardi Xabaras "tra le dita" perché "lo crede" morto e le fa paura può avere questa lettura duplice; oppure, naturalmente, è il tema della morte incombente, se non ancora in atto.

Ritroviamo così, in questa melanconica ultima storia d'amore, il Galeone nella Londra sotterranea, quello dei "corsari del '600" con cui erano ai tempi giunti i protagonisti nel ciclo sclaviano. Uno Xabaras placato può sognarsi finalmente capo del "terzo stato dei mostri" al posto del suo alterego Dylan Dog (notare che all'inizio fantastica di una dominazione sugli zombie molto più nella sua maschera, a p.6-7, che contrasta con la pena della sua esistenza reale. Un tema che Sclavi aveva indagato tra l'altro nell'addio al personaggio, con "Marty", con evidenti notazioni, allora, autobiografiche - riprese anche nei romanzi: l'orrore fantastico come risposta dei deboli all'orrore del mondo).

(velleitari sogni di gloria)

La storia prosegue poi, ben scritta, i binari consueti che possiamo attenderci dato il setting principale: il fatto che Xabaras sembri impossibile da colpire può certo dipendere dai suoi poteri mentali (opportunamente evidenziati con lo zombie a p.65-66) o anche al fatto che ci troviamo in un suo sogno. Interessante anche il valore iconico dato alla cravatta di Xabaras, il suo elemento identificativo nella serie (p.59), che quasi forma un contrasto col "Dylan in cravatta" del ciclo bilottiano ("cravatta" che rappresenta, ovviamente, una crisi profonda del personaggio, in quanto il suo rifiuto era il segno del suo anticonformismo: prima di questo ciclo, negato solo nella nota unica storia disegnata da Claudio Villa - con un "collage" delle sue cover - che si concludeva con un incubico Dylan impiegatizio). Un "divenire il padre", sia pure in versione aggiornata? (la cravatta del secentesco Xabaras è blandamente ottocentesca).


(Dylan emerge dal Grande Incubo)

Interessante notare che il sogno ricorrente su cui è bloccato Dylan Dog è quello degli Inquisitori, apparsi per la prima volta nello storico "Caccia alle streghe", recentemente rispolverato con il secondo Color Fest dedicato al "Remake". Una ripresa, ad opera di Tito Faraci, che va proprio a lavorare sul tema dei multiversi in senso metaletterario (mentre nel ciclo originario di Xabaras di Sclavi, a sua volta, appariva il creatore di un fumetto intersecato alle vicende di Dylan Dog, dal volto del disegnatore Angelo Stano); una chiave molto usata in questo ultima fase attuale della testata dylaniata (in quest'albo meno presente, se non nel riferimento occasionale, come qui, a storie pregresse).

Come lo stesso Xabaras ipotizza, anche Dylan potrebbe essere morto e rimasto intrappolato in un dato punto della sua vita: il sogno ricorrente fa pensare che il "breaking point" sia proprio nell'albo suddetto, che non prevedeva un finale (il "Continua..." conclusivo era metaletterario) e, in qualche modo, si potrebbe proprio pensare concluso con Dylan ucciso dagli inquisitori, e tutte le storie successive "spurie" (precedenti, o oniriche, o di realtà alternative...). Ovviamente, un elemento dal sapore metaletterario, dato l'albo citato, con cui Sclavi per certi versi parla della "morte" del suo personaggio: sfuggito ai censori, Daryl Zed sopravvive ma più edulcorato per autocensure e censure esterne. Come, un po' lo stesso Dylan Dog, profetizzava appunto Sclavi.

Ritorna anche il tema di Xabaras gnostico, con la ripresa di Abraxas (p.105) e lo sviluppo di un culto disposto a venerarlo. Tuttavia, più che rendere esoterico Xabaras, Bilotta pare decostruire la gnosi, mostrandoci come il "grande leader mistico" sia un uomo particolarmente miserabile sotto ogni aspetto. In Xabaras, certo, ma non solo.

Il finale sviluppa così, nuovamente, le premesse attendibili dal tema dello Xabaras "diavolo innamorato" alla Cazotte, salvo il doppio colpo di scena che però, in un fumetto onirico come Dylan Dog (dimensione che qui Bilotta accentua) può essere sempre comodamente rovesciato, senza forzature particolari alle regole di questo universo narrativo. Xabaras passa da Bulgakov ai Demoni di Dostoevskij nel finale, sempre nel senso della grande narrativa russa quindi, e della sua lettura dell'orrore del male, del nichilismo e del titanismo (i Demoni erano già citati nel precedente speciale bilottiano - vedi qui - e viene da pensare che sarebbe opportuna una rilettura unitaria dell'opera, magari quando sarà completa, dato che il ciclo non può comunque avere una lunghezza indeterminata).

(iterazioni? Xabaras aggredito dagli umani nello stesso modo dello zombie)



Buono il lavoro del nuovo copertinista Marco Mastrazzo (vedi, appunto, in cover del post, ovviamente), che va a sostituire Carnevale con uno stile iperrealistico già dimostrato di recente sulla cover di un Color Fest (vedi qui), anche se forse con una sintesi iconica ancor più riuscita in quel caso, mentre qui lo stile zombie-classico è lievemente depistante su un albo che non è certo di azione.

Ma, soprattutto, davvero notevoli i disegni di Sergio Gerasi che fa qui un lavoro particolarmente interessante. Gerasi aveva infatti introdotto un suo segno personale e studiato nei suoi precedenti Dylan (qui alcune mie annotazioni su suoi albi) ma qui procede a una coraggiosa, radicale reinvenzione. Una linea sottile, minuziosa, raffinatamente crudele nel cesellare il declino di Xabaras, quello della sua amata (grottescamente dissimulato dalla chirurgia estetica) e quello poco meno radicale di Dylan. Un segno che ha una grande parte di merito nel rendere efficace l'orrore dell'invecchiamento che pervade la storia, con uno Xabaras cadente, patetico eppure a tratti ancora terribile, e un Dylan mai come qui nel pieno della sua estenuata decadenza, tema portante di tutto il "rinascimento dylaniato" di cui il lavoro di Bilotta è uno dei vertici.

La "Opera al Nero" delle sequenze horror-classic realizzate in uno stile radicalmente diverso (e diverso anche da quello consueto dell'autore) spicca così in modo ancora più netto. Da p.105 in poi, brevi sequenze sottolineano alcuni momenti topici con un violento contrasto chiaroscurale che rispecchia lo stile dei vecchi grandi classici dell'horror. Siamo dalle parti dell'espressionismo tedesco cinematografico (la prima sequenza è addirittura muta), che da Caligari a Mabuse al Rotwang di Metropolis ha sempre amato il tema del mad doctor di cui lo Xabaras sclaviano e dylaniato è una alta declinazione in ambito fumettistico.

Insomma, un lavoro indubbiamente affascinante, che però sostanzialmente opera una digressione al tema principale della continuità futura (pur, a rigore, restandovi); gli elementi "fantascientifici" sono smussati in favore di un raffinato studio delle antinomie padre-figlio, Dylan-Xabaras, scavato in modo personale nella trama e nel segno. Per nuovi dispacci dal Pianeta dei morti, ci si vedrà tra un anno a questa parte.

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