Prisoner 709


LORENZO BARBERIS

Caparezza è un autore che ho sempre apprezzato per la sua capacità di costruire testi stratificati e complessi, e su cui ho forse scritto fin poco sul blog rispetto all'apprezzamento. Questa sua ultima "Prisoner 709" l'ho trovato particolarmente riuscita nella struttura lirica e nell'intersezione di vari piani di lettura. Nell'analisi qui sotto riprenderò molte cose lette online e comunque già dette sicuramente da altri, ma ho voluto comunque scrivere qualche riga di esame del testo proprio per una migliore comprensione. Ho tenuto conto nell'analisi anche del video, ormai parte innegabile del "testo-canzone" moderno, almeno da MTV (1980) in poi. Non credo di aver capito comunque tutto, e non escludo nuovi aggiornamenti nell'analisi (o altre analisi di alcuni pezzi che mi sono cari, in futuro).

Ci troviamo nel Sector C (C for Caparezza?) di un cupo carcere di massima sicurezza. La scritta al neon è però incoerentemente un vezzoso neon fucsia, che fa molto videomusic anni '70-'80. Le scritte in sovraimpressione che ci presentano i vari prigionieri hanno un gusto lievemente precedente, '60-'70 per la precisione, con qualcosa degli spaghetti western e qualcosa del successivo poliziottesco (più coerente, dato il tema carcerario). Ogni numero ha un significato, sempre associato a un musicista: Prisoner 666 suonava death metal, 808 il Rap, 6245 il Reggae (qui non saprei la corrispondenza, devo indagare), il Prisoner 68 è un cantautore.

Tutti elementi che confluiscono in Caparezza, identificato col 709 (Seven o Nine: la canzone esce il 7/9, Michele Salvemini - il vero nome - è di 7 + 9 lettere, Mikimix - il primo nick - è di 7 lettere e Caparezza di 9). Perfino Oliver Sacks, di cui Caparezza nel video legge il saggio "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello" è nato il 9/7.

Nel buio di una galera dalle barre chiuse 
non immaginiamo la catena ma le piume. 
Passano le guardie tra file di facce mute, 
ci mordiamo lingue come capesante crude.

La prima strofa può riflettere il disagio generale dell'esistenza come pure quello specifico dell'autore (o meglio ancora, della sua opera, come detto a chiare lettere), tema che diventerà centrale nelle strofe successive. Tutte assonanze in rima, come tipico del rap e particolarmente di Caparezza.

Scordati qui,
sullo scaffale di un porta CD,
che delusione, 

la casa di reclusione,
pressati fino alla nausea, alla repulsione, 

chiamami “Opera” che mi danno la prigione,
niente premio Nobel, 

segui la mia traccia, feromone,
709. 


Il tema meta-letterario è tipico del rap, naturalmente: la cosa interessante è che qui, a parlare, non è Caparezza ma l'opera stessa (lo dice a chiare lettere: ed è lei, comunque, ad essere imprigionata sullo scaffale di un portaCD, ovviamente). La canzone personificata è un tratto comune della lirica - specie quella, seminale, italiana - dallo stilnovismo in poi: "Noi siam le triste penne isbigottite" di Guido Cavalcanti (e dello stilnovismo dantesco si tratta a suo modo in "Argenti vive"). Il "correlativo oggettivo", recuperato poi da Eliot e da Montale, e che qui viene applicato al CD, all'opera incasellata in un genere (imprigionata in un casellario come quello penale), e che quindi non può avere il "Premio Nobel" (il discorso di Montale del 1975, che tra le righe negava valore poetico alla canzone "leggera"). Rime e assonanze in "-one", tranne le prime due.

Io sono il disco non chi lo canta,
sto in una gabbia e mi avvilisco, 

il futuro sopprime colui che negli occhi lo guarda,
è un basilisco.

Qua tutto cambia, 
prima tra i santi dopo sei l’anticristo, 
ho un buco in pancia,
qua non si mangia,
neanche gli avanzi, visto? 


La terza strofa (desumendo, magari arbitrariamente, una struttura dallo schema di rime che cambia) continua la metafora del disco, forse per sottolineare che Caparezza non parla della sua esperienza personale, ma della sua esperienza autoriale. La metafora viene sviluppata in modo coerente (il disco "ha un buco in pancia" non per fame o per una rissa carceraria, ma necessaria a farlo girare...). Lo schema di rime e assonanze è alternato, ABAB, ABAAB, con un assonanza interna tra "santi" e "avanzi".

Prigioniero come fu mio padre nel braccio del 12-10, 

33 giri nell’atrio, viaggi psicotici, sfregi. 
Portava un solco dentro che io non avrò mai, 
ho solo un numero sul petto: 709!

Il rimando al "padre" è chiaramente al disco a 33 giri, anche se - come coglie acutamente il disegnatore Arturo Lauria, su FB - 33 prigionieri in cerchio li troviamo anche nei dipinti carcerari di Van Gogh e Doré. Aggiungo una ipotesi, ovvero il rimando all'Inferno, composto di 33 canti (più uno proemiale). Certo dalla poetica dantesca Caparezza recupera l'ossessione per il simbolismo numerico, assolutamente centrale in quest'opera. Il 12-10 non so cosa sia, probabilmente un rimando a qualcosa di musicale, ma volendo gli anni del '200 sono appunto quelli del movimento stilnovistico (come una precoce "scena rap", tesi resa possibile appunto da "Argenti vive").

Seven (seven o nine), o nine (quiete non hai) 
dal "fine dell’hi-fi" alla fine pena mai. 

Sulla targhetta l’agente legge la cifra: “709” 
Il contatore o la muerte! É legge della cifra. 
Oggi che la rete è l’unica, io giro con amo e lenza 
ma la gente ascolta la musica, non ascolta la coerenza 
e sono mariuolo avido tra tanti ladri d’oro platino e diamanti, 
io mi immolo perché ho davanti il mio ruolo che mi inchioda rabbi, 
e non sono più di moda, Calvin, sul mio conto slogan blandi, 
chiudi un occhio quindi gioca a dardi con il mio di volto non di Giovanardi. 

Il rimando al disco come supporto fisico identifica anche l'età dell'hi-fi, in cui il digitale ha portato al crollo delle vendite. L'agente che legge la cifra è quello che, nel video, lo porta alla sedia elettrica (da cui anche il rimando al "contatore" elettrico, forse), ma la "legge della cifra" è ovviamente legato alle vendite che se no segnano la morte di un singolo titolo.

La rete che sconfigge l'amo e lenza è internet con la sua enorme disponibilità di musica a basso costo (spesso illegalmente), cosa che rende il musicista che vuol vivere del suo lavoro un "mariuolo" (il gioco di parole di Craxi su Mario Chiesa) tra i tanti, avidi di dischi d'oro e di platino, segno delle avvenute vendite. Il ruolo richiede invece che Caparezza si immoli, inchiodandosi come un "rabbi". Maestro ebraico, ma anche un rimando a Cristo, specie per quell'inchiodarsi: ma da capa(santa) ad anti-Cristo nel mondo musicale e nei gusti del fan il passo è breve. "Calvin" può naturalmente essere Calvin Klein, dato il rimando alla moda, ma anche Calvino, predicatore protestante sulla corruzione del mondo ecclesiastico (volendo, come Caparezza si fa fustigatore del malcostume musicale di artisti e fruitori: in altre canzoni citava Savonarola, come ne "Il sogno eretico").

Io copia fisica, in custodia cautelare rigida o digipack. 
Chi mi vuole far visita, digita. Ho meno spazio che in una classifica minicar. 
Sulle mie note qualcuno ci sniffa strisce di chimica. 
Musica pericolosa per finta: strisce di Kriminal. 
Ho un titolo di studio stampato su copertina 
ma non mi prende nessuno qua non è più come prima. 
Cerco me stesso quindi un supporto che ormai nessuno può darmi, 
puoi contarci, 709!

Dal fine dell’hi-fi alla fine pena mai, 
hai la fine penna e il mic quindi fila, impenna, vai! 
E allora sto tra detenuti non da me temuti, 
voglia di elevare i contenuti, scale che non si permette Muti, 
Prevedo futuro, Baba Yaga. 
Decedo sicuro, pala, vanga. 
Porto nelle vene tanta rabbia. 
Non so contenere la valanga.

Sul finale però il disco torna metafora esistenziale dell'artista più marcato e del suo lavoro artistico. "Musica pericolosa per finta", con tanto di rimando pop-fumettistico tipico di Caparezza; "penna fina", "titolo di studio" e "elevazione contenutistica" non permettono di raggiungere la Scala di Muti, si resta prigionieri della gabbia del genere e l'elevazione stilistica non porta ad uscire dal ghetto, porta diritti al fallimento (anche se il video trasmette un significato opposto al testo, con Caparezza che non muore sulla sedia elettrica ma anzi manda in tilt il sistema carcerario: un contrasto voluto?).

Insomma, un testo complesso e raffinato, una riflessione sul senso dell'agire artistico, a più livelli, che si può ampliare ad un discorso esistenziale più vasto e complesso, dove la frustrazione dell'autore diviene più ampia e condivisa.


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