Appunti di fantascienza sociologica


LORENZO BARBERIS

Cutter è uno dei più affilati artisti visuali che conosca personalmente: qui la nostra intervista, e quello sopra è uno dei suoi rilassanti disegni, dove è evidente il debito con i migliori manga e anime di fantascienza giapponese (Otomo in primis), ma anche The Thing di Carpenter, a sua volta remake di un superclassico dei '50: The Thing from Another World. 

Non stupisce dunque che il buon Cutter mi abbia chiesto di recente, in una nostra conversazione su FB, di stilargli i miei dieci libri fondamentali per la fantascienza americana anni '50. Una sfida che mi diverte, e che penso immagini porti a una risposta qui sul blog. 

Naturalmente, l'elenco che seguirà non sarà esaustivo, ma un punto di partenza: ho adottato l'espediente di muovermi sui romanzi, più rari e paradigmatici, e non sui racconti, che sono moltissimi e tutti validi. Il punto di partenza italiano migliore - coi suoi difetti - sono sempre i buoni vecchi Fruttero e Lucentini per questo, con la loro antologia "Le meraviglie del possibile" (1959) e in parte quelle successive, che però sforano ovviamente nelle decadi susseguenti.

Seconda restrizione di campo: la SF anni '50 di cui si parlava con Cutter - e quella che amo particolarmente - è la SF sociologica; gli esempi rimanderanno quindi a questo ambito. Come pre-requisito (come si dice nelle unità didattiche a scuola) c'è ovviamente almeno Orwell, "1984" (1949), che supera i confini del genere per diventare opera di rilevanza assoluta (e prima di lui "Brave New World" di Huxley, del 1932, ovviamente: ma si rischia poi di non finirla più coi precedenti).

1950. Isaac Asimov, "Io, Robot".

All'apparenza inizio subito violando la regola del romanzo, perché Io Robot appare come una sequenza di racconti. Tuttavia i racconti sono tutti collegati tra loro dalla cornice dell'intervista a Susan Calvin che rievoca la storia della robotica, e ogni episodio è connesso agli altri a formare il primo corpus organico della nuova robotica, quella che supera la "Sindrome di Frankenstein" e inizia a pensare al robot come una macchina senziente con regole precise di funzionamento. L'opera è di Asimov, che torna subito dopo: ma le Leggi della Robotica - tuttora usate, e fondamento di tutti i racconti - sono elaborate dal Buon Dottore con l'editor e scrittore John W. Campbell, direttore di Astounding, la patria della SF sociologica.

1951 - Foundation, Isaac Asimov

Il bis di Asimov - salvo il debito con Campbell, nel testo prima - omaggia in fondo l'Autore di SF per eccellenza, la A di quella "ABC triad" Asimov - Bradbury - Clarke. Molto più "letterari" i secondi due, mentre il primo (pur scrivendo pagine raffinate, quando lo voleva) di fatto vero creatore del Canone della SF postbellica. La Fondazione è una grandiosa storia futura, tema che Asimov contende ad Heinlein e realizza molto meglio del "grande eretico" della SF: se Heinlein è un cultore del grande individuo, e la sua Superstoria è fatta di uomini eccezionali, quella di Asimov - modellata sul Gibbon - è una poderosa struttura razionale. Forse a tratti anche noiosa: ma l'architrave su cui posano grandi cicli futuri: Dune, l'Incal, Star Wars. Quasi tutti drammaticamente più efficaci, nessuno così grandioso come affresco speculativo.

1952 - L'uomo disintegrato, Alfred Bester

L'opera di Bester, autore relativamente meno nota al grande pubblico, introduce il tema degli ESPer, con un tentativo di sistematizzare razionalmente il possesso di Extra-Sensorial-Powers senza cadere di nuovo nel fantastico-magico (come farà ad esempio un capolavoro come Star Wars, di fatto). Anche qui, il tema ha un fascino enorme sul vasto pubblico poco catechizzato alla SF - anche ai nostri giorni: dal MK-Ultra Project in giù - anche se sarà più il cinema (Scanners, e molti suoi emuli) a divulgare il verbo dei telepati. Ma in Bester c'è un importante modello originario, in cui il tema dà oggetto a una speculazione sistematica raramente riproposta (non l'ESPer come eccezione, ma come norma di una società futura).

1953 - I mercanti dello spazio, di Cyril M. Kornbluth e Fredrick Pohl.

L'applicazione del capitalismo consumistico-pubblicitario al tema della conquista spaziale crea l'opera che forse, più di tutte, prepara il cyberpunk (Pohl tornerà sul tema col suo "Gateway", negli anni '70). Qui però le megacorp senza scrupoli sono viste con uno sguardo divertito, lontano da una certa cupezza dei mirrorshades: eppure con una satira spietata ed efficace.

1953 - Farhenheit 451, di Ray Bradbury

Doppia opera per quest'anno, ma Farhenheit è irrinunciabile. Il capolavoro di Bradbury, non privo di un certo moralismo di fondo che rovina la nitidezza sociologica, è il modello di tantissime distopie future: non il dominio dittatoriale di un Hitler/Stalin grande fratello, ma il consumismo - nemmeno spaziale - giunto agli stessi livelli di oppressione.

1954 - Io sono leggenda, di Richard Matheson

Matheson è il "grande rimosso" della SF sociologica, poco noto fuori della cerchia dei devoti del genere. E invece merita moltissimo: questa sua opera romanzesca è all'apparenza meno fantascientifica di altri racconti ("Steel" su tutti, ad esempio), ma è comunque pura estrapolazione, oltre che fondamento del moderno mito (quello "scientifico") degli zombies (qui ancora chiamati "vampiri", ma per tutto il resto affine alle creature romeriane).

1955 - Gladiator at law, di Fredrick Pohl

Di nuovo Pohl e Kornbluth (che morirà di lì a poco). Ritorna la lotta senza quartiere delle megacorp, senza più il tema spaziale che era presente nell'opera precedente, né il lirismo di Bradbury. Siamo davvero nei pressi di certo cyberpunk più scanzonato, alla Max Headroom per dire. Il titolo rimanda ai giochi gladiatorii legali che fanno parte di questo mondo.

1956 - Redenzione immorale, di Philip Dick

Ovviamente d Dick c'è moltissimo. Il romanzo più "sociologico" (molti i racconti di androidi ancora "classici", sia pure già pervasi di paranoia) è questo dedicato a un mondo dominato dal Ri-Mor, un oppressivo Risanamento Morale che punta al controllo mentale assoluto dei cittadini in nome di un freddo e formale moralismo.

1958 - Immortality Inc., di Robert Sheckley.

Il capolavoro, a mio avviso, della SF sociologica. Una società dove non si può morire, che sarebbe la terra promessa dei monoteismi, sotto il turbocapitalismo diviene la peggiore delle distopie: la vita umana perde definitivamente di senso (ti si può resuscitare, quindi l'omicidio è un reato molto più relativo).

1959 - Starship troopers, di Robert Heinlein.

Heinlein è in qualche modo "l'autore maledetto" della SF, l'eretico lontano da quella visione di "sinistra liberale" della fantascienza newyorkese di Asimov e soci (tanto più che molti di questi padri fondatori erano pure di cultura ebraica). Heinlein incarna la SF "di destra" (semplificando molto, in modo spesso errato) che in Starship Troopers (e molto meno nel successivo "Straniero in terra straniera") ha il suo capolavoro. Uno dei casi in cui anche in Heinlein l'estrapolazione sociologica viene applicata in modo rigoroso, in un'opera di grande successo, amata molto anche a West Point.

*

E questo è quanto. L'incubo del futuro dei '50 è ormai lontano, all'apparenza, ma possiamo ancora vederci riflessi un po' sfocati in quelle razionalissime e ciniche paure: come in uno specchio opaco, in un black mirror.

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