Caput Mundi - Città di lupi


LORENZO BARBERIS

Con un po' di ritardo, scrivo le mie due righe sul primo numero di "Caput Mundi", la miniserie di sei numeri che inaugura l'Universo Cosmo. Come al solito, potrebbero esservi degli spoiler, naturalmente.

Questo universo narrativo ideato da Roberto Recchioni e dai suoi collaboratori a partire dalla figura di Pietro Battaglia, il vampiro italiano che attraversa tutti i misteri d'Italia creato da Recchioni stesso (vedi qui), giunto in questi giorni a un nuovo episodio in cui affronta il Cavaliere in persona.

L'idea di una nascita di un universo integrato è una relativa novità per il fumetto italiano (in Bonelli, ad esempio, è ancora di fatto assente, a parte appunto tentativi in quel senso di Recchioni col recente crossover Dylan Dog - Dampyr). Si tratta quindi di una delle innovazioni più interessanti messe in opera, per il comparto italiano della Cosmo, dal nuovo editor in chief Giulio A. Gualtieri (qui l'intervista per il suo arrivo in Cosmo).

La potente, pittorica copertina è di Marco Mastrazzo, nuovo copertinista anche della collana del "Pianeta dei Morti" su Dylan Dog. Al centro del feroce turbinio di volti deformati fa bella mostra di sé lo stesso Battaglia, che sarà centrale nella narrazione. Il soggetto di questo primo capitolo della miniserie è di Recchioni stesso, con Michele Monteleone e Dario Sicchio, mentre i disegno sono di Pierantonio Bruno (lettering di Maria Letizia Mirabella).



La storia, come prevedibile, si caratterizza subito per un marcato ipercinetismo della narrazione, con un evidente inizio in medias res (3-11) cui fa seguito un lungo flashback. Molto bella la doppia p.12-13, con titoli di testa dal sapore molto cinematografico, cui segue però una p.14 decisamente più "fumettistica": se vogliamo, un intro abbastanza paradigmatico di un fumetto che vuole inseguire la rapidità di certo cinema senza perdere il suo specifico fumettistico.

La tavola, infatti, seppur molto dinamica, deve molto alla gabbia bonelliana (15-18 sono gabbia bonelli pura; sia pure con l'inserto spurio del riquadro del cellulare a p.17, o la "doppia spezzata" a metà di p.18, o il "fuori margine" di 19.iv). Soluzioni, comunque, proprie della Bonelli più recente (dove si sono viste senza problemi anche scelte molto più radicali),e scarti minimali - ma non irrilevanti nel giocare sul medium: "tutto è a posto e niente in ordine", pare dichiarare sottilmente la narrazione.

E in effetti, le vicende sono all'apparenza "storie di mala" come potremmo trovare anche altrove, ma il realismo (e, quasi, verrebbe da dire il neo-realismo) è evidente soprattutto, all'inizio, nelle scelte lessicali molto più libere. Non si tratta solo di una maggiore violenza verbale, o nell'uso del romanesco in sé: ma nella resa accurata del disperato cinismo che avvolge i personaggi, e che appare soprattutto nella cattiveria ironica ma fredda dei dialoghi, più ancora che nell'ultraviolenza (comunque presente, e in crescendo) dell'azione.



L'uso di un lessico fumettistico apparentemente ordinario dà efficacia all'uso della tavola muta (29, ad esempio), o della splash page (31), usata con grande impatto emotivo proprio nell'uso agli antipodi dall'associazione ingenua splash/azione: ma per una pausa nera, cupa, senza calo della tensione emotiva. La bravura di Pietrantonio Bruno si manifesta forse qui ancor più che nelle scene di azione frenetica, con "tavole al nero" che non allentano la plumbea cupezza di fondo, la notte senza stelle che sempre incombe sui personaggi.

Anche l'uso dell'elemento dell'erotismo sordido nella scena del night club (36-41) è giocato, mi pare, in questa chiave di affondare la lama senza strafare, per dar poi sfogo alla gratuità della violenza sembre incombente e irrazionale. L'apparizione di Battaglia a p. 49 è nel segno che mi attendevo, stanti anche numerosi precedenti: e tuttavia qui la connessione all'elemento religioso del potere che domina Roma assume una totalità che non lascia spazio alle interpretazioni. Se il Pio Padre o il cardinale sadiano delle orge pasoliniane potevano essere eccezioni, qui è evidente che il potere vaticano è collante e struttura di una città dominata fino al 1870, e riconquistata palmo a palmo dal 1929 in poi. A quel che pare dichiarare la battuta dell'anonimo e potente cardinale che controlla Battaglia, è più la chiesa di Ratzinger (49.iv) che quella di Bergoglio.


Una durezza così priva di compromessi in questo filone è rara non solo nella scena fumettistica. In questo, il confronto con un prodotto cinemico di indubbia qualità come Jeeg Robot - che, pur diverso in molti aspetti, affronta in fondo lo stesso "ventre di Roma" - mostra qui di spingersi molto oltre, mentre là gli autori scelgono di limitarsi - anche legittimamente, sia chiaro - al potere criminali e non alle sue ramificazioni politiche o addirittura "vatican connections". Il fumetto ha in fondo questa forza: la scala "minore" di forze economiche in gioco consentono una maggiore libertà espressiva.

Le mezzetinte dei "flashback nel flashback" sono indubbi pezzi di bravura artistica; tavola 61 fa rabbrividire per l'efficacia spietata (ancor più terribile, a mio avviso, della logica chiusura nella atroce sequenza di p.112-114). Per il resto - come spesso in Recchioni - la seconda metà della storia scorre come un oliato meccanismo letale verso la conclusione che ci è stata chiaramente anticipata, e anche il relativo rovesciamento della situazione è abbastanza prevedibile dati i presupposti dell'albo, che mostra come la "Città di Lupi" (e della Lupa) sia popolata dai "Mostri di Roma", da sottotitolo.

La scena della trasformazione, comunque, si guadagna una efficace (e rara) splash page smarginata, mentre l'azione più concitata porta all'ampliamento delle strisce dalle canoniche tre a quattro (89 e seguenti; bella la soluzione visiva di p.98), e a un intensificarsi del profluvio splatter prima molto più centellinato. L'obbedienza di Battaglia al Vaticano, già vista prima e qui resa manifesta (108), è coerente narrativamente: in un mondo in cui i demoni esistono davvero, il Vaticano stringe le chiavi che possono aprire sul serio porte del cielo e degli inferi.

Lo showdown finale è reso interessante dall'abbrutimento quasi masochistico cui Battaglia indulge nel confrontarsi con la bassa manovalanza (stando alla storia del personaggio, è presumibile che stia indulgendo a un perverso gioco del gatto col topo, per non annoiarsi: cosa che rende più morbosa la sequenza finale, dove lo splatter resta ad alti livelli).

Insomma, un neorealismo al vetriolo tramite il filtro sempre efficace del genere, un racconto della nostra realtà dove le lenti deformanti del fantastico forniscono un terrificante ingrandimento del malessere di un'Italia neo-decadente. In attesa del prossimo capitolo di queste rinnovate "cronache bizantine", che la cover di Mastrazzo promette a dir poco interessante.


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