Dylan Dog 374 - La fine dell'oscurità


LORENZO BARBERIS

Il numero 374 di Dylan Dog si apre con la ormai consueta, spettacolare cover di Gigi Cavenago che sembra qui guardare particolarmente a Gustav Klimt, in particolare forse l'allegoria della Medicina, ma un po' in generale comunque gli stilemi riadattati del grande maestro della secessione viennese. Un po', per certi versi, come Angelo Stano si ispirava a Egon Schiele, altro grande autore, quasi simmetrico nelle scelte estetiche, dello stesso movimento. (Nell'analisi che segue, naturalmente, sono possibili spoiler, e comunque consiglio di leggere prima l'albo e tornare qui in seguito).


La copertina introduce di nuovo un albo con due presenze rilevanti. Ai testi Mauro Uzzeo, che esordisce sulla regolare, come pure il disegnatore Giorgio Santucci. Entrambi si erano già cimentati su Dylan Dog, ma non sulla testata principe, dove quest'opera costituisce una notevole ouverture.

Fin da subito appare evidente come quella di cui si parla sarà un'apocalisse social, cosa che richiama subito il tema del "Ghost 9000" accennato nella blanda continuity del nuovo corso. Spicca da subito il contrasto tra le folle armate di cellulare e il Dylan che scrive in penna d'oca.

Dopo una rapida elencazione di fake news, si entra nel vivo della storia (8-10) con la strage dei fili di Aletheia, 233 vittime (numero simbolico? forse come 200 + 33?). Gli adepti hanno una maschera sul volto con una falce che, per disposizione, ricorda un compasso massonico; bello il gioco di parole su fili nel doppio senso di plurale dell'italiano "filo" e del latino "filius", su cui l'autore tornerà. Aletheia, come verrà chiarito, è la Verità, oggetto di un culto assoluto opposto alla verità liquida della postmodernità relativista. Un orrore che intuiamo subito altrettanto terrificante, come nell'albo si esplicherà.

Come i cellulari, anche l'apparire dello Shard rimanda a John Ghost, che ha la sua sede in quel palazzo (o in un altro molto, molto simile: la Londra di Dylan è un luogo ovviamente onirico). L'evocazione di Aletheia come divinità chthuliana (le parole sono quelle, con la sola modifica del nome del dio) evocano fin da subito l'idea della "Verità" come qualcosa di terribile, come era del resto in Lovecraft, per il quale la nostra tranquillizzante ignoranza era una enorme benedizione.  E anche il rimando al maestro di Providence è un terzo elemento che si riconnette al ciclo ghostiano, che però non viene mai esplicitato.



Il completarsi di un doppio pentacolo (p.14) è il sigillo che segna l'avvio dell'Apocalisse, e si tratta comunque di un simbolo che rimanda - in modo abbastanza logico - al dualismo di Luce e Tenebra nella tradizione ermetica. Non so se la cosa è qui voluta, ma si combina bene con la storia, secondo una tendenza recente a un esoterismo più preciso in alcune storie dylaniate.

Il pub "The World's End" esiste realmente a Camden (17) e ci sta benissimo con una storia apocalittica; si potrebbe pensare a un rimando alla prima storia di Recchioni su Dylan Dog, "Il modulo A38" (2009), che conteneva in sé già tutto il ciclo di John Ghost, in nuce, e in cui appariva il pub in questione. Quasi a dire che si va completando un ciclo che si era aperto con quel primo albo: ma probabilmente qui è solo una citazione comune. Anche altre citazioni sparse (il giornale con l'ultimatum sull'Afghanistan all'inizio, Pazuzu a p. 20, rimandano ad altre apocalissi, come appunto quella di Watchmen e quella dell'Esorcista).


Circolarmente, 21.iii ci riporta all'inizio con la prima vignetta, cui segue la prima splash page con le mille mani apocalittiche che sovrastano la città. In generale, la storia confermerà l'uso di una tavola molto libera, con un frequente uso di splash page e quadruple che danno modo a Santucci di esprimere appieno il suo virtuosismo inquietante, perfettamente connesso a questa narrazione. Frequente l'adozione di tavole a taglio orizzontale, sulle classiche tre strisce ma anche a quattro (75-78); quando necessario, non mancano tavole impostate verticalmente (molto efficace la 73) o soluzioni che un tempo si sarebbero dette "poco bonelliane" (74, 82) ma che ormai sono parte di un linguaggio acquisito. Il tema della mano di Dio che sormonta la terra mentre l'Apocalisse ha inizio appare anche in un angoscioso racconto di Dino Buzzati, "La fine del mondo", che ha alcuni possibili punti di contatto con questa storia (anche lì, la società moderna mostra la sua miseria non riuscendo a cogliere la grandiosità dell'Apocalisse).


La mano con l'occhio è un diffuso simbolo esoterico: la Mano di Mariam nell'ebraismo (e in parte nel cristianesimo), che simboleggia i cinque libri fondanti della Torah; o la Mano di Fatima nell'Islam, che diviene il simbolo dei cinque pilastri della dottrina islamica. Mano divina, ma anche simmetricamente mano diabolica, perché lo stesso simbolismo ritorna nella Mano della Gloria, amuleto di magia oscura ricavato dalla mano di un impiccato, una contro-reliquia usata come macabro candeliere in grado di immobilizzare le persone.


Si può notare che ritorni il numero cinque, e un simbolismo esoterico piuttosto preciso usato in modo criptico e inquietante. Il simbolo - come del resto quasi tutti quelli tipici dell'occultismo occidentale - è stato ampiamente usato da Grant Morrison, sia negli Invisibles (dove la Mano della Gloria è un essenziale reperto magico), sia nel più recente Nameless (nella versione più "positiva" di questo simbolo (dove appare sul casco dell'astronauta al centro della cover).



Va inoltre notato (23.i) come l'Occhio della mano, apparentemente uno, è anch'esso molteplice. La molteplicità delle mani e degli occhi (su ogni singola mano) potrebbe essere letto come ingannevole unitarietà della verità, che è in realtà sfaccettata e molteplice.

La trasmutazione degli esseri umani in marionette nelle mani della criptica divinità è un tema che si può ricollegare a molti fumetti dylaniani (ed è in fondo una metafora frequente e comune nell'horror), ma legato ad una sorta di apocalisse fa pensare alla celebre run di Futurama di Matt Groening:


Ovvia anche la connessione con eXistenZ di David Cronenberg, citato dal curatore Recchioni nella prefazione, che con la declinazione di Uzzeo ha in comune il registro tragico ed esoterico, cui aggiunge un maggior elemento fantascientifico.

Come già la "Fiamma" del precedente albo, anche la fidanzata Hope di questa storia appare incarnare il valore molto simbolico della Speranza (vedi i dialoghi di p.30, e altrove) che non va persa nemmeno di fronte al prevalere apparente dell'Orrore, in questo caso l'orrore di persone chiuse ciascuna dentro la propria allucinatoria Verità.



Nel rappresentare questo aspetto appaiono a più riprese personaggi monolitici nella devozione al loro Vero; una rappresentazione che all'apparenza rischia di essere stereotipa, e che ha ovviamente suscitato irritazione in chi ha creduto di riconoscersi va interpretata (stante anche il finale) come la visione che di essi appare nel diario dello stesso protagonista, ovvero il suo (deformato, come tutti) punto di vista: una deformazione quindi "critica", e non caricaturale. Va sottolineato come Dylan appaia qui sbarbato, quindi nella sua forma archetipa, e non con la barba (il Dylan personaggio dell'albo), a significare che viene qui rappresentata la Verità, appunto, della testata più che il concreto personaggio in azione al momento.

Anche il fatto che la bambina aggredita dal tassista razzista (p.45) stringa una copia del presente numero di Dylan Dog ha probabilmente questa valenza metaletteraria: il semplicistico schematismo buoni/cattivi non è solo nello sguardo delle superficiali persone comuni, ma anche negli occhi di Dylan (e del suo Lettore Ideale, che si identifica con le "vittime innocenti"). Il taxista razzista, poi, è un rimando a "Morgana", storico albo (il n.25) del "ciclo di Xabaras", dove a leggere il fumetto in modo metaletterario (p.27) era uno zombie. La differenza, macroscopica, è che in quella storia gli "zombie" sono metafora vaga, mentre qui Uzzeo - coerentemente con la storia che ha deciso di impostare - mette una esplicita ripresa dell'attualità.

La cosa ritorna quando Dylan, alla ricerca di Aletheia per eliminarne l'infausto influsso, incontra il corteo degli anti-Gender; l'apparente "funzione educativa" di Dylan Dog viene messa in crisi dalle parole del devoto della Dea (58.v) che sottolinea come il relativismo, se è tale, dev'essere paradossalmente assoluto.

All'arrivo allo Shard troviamo un'altra splash spettacolare e simbolica, cui segue una ascesa di Dylan alla ziggurath altrettanto misticheggiante (con tanto di confronto con i principali personaggi della testata nel corso di questa impresa mistica).

Al termine di questo percorso (e torna forse un rimando al tema del pentacolo nella disposizione del corpo di Dylan) nell'incontro con Groucho ritorna l'aspetto inquietante dell'assistente di Dylan, secondo una lettura molto cara a Recchioni.


Notiamo che in breve il pentacolo si fa stella a otto punte (80), poi dodici (82), forse a indicare questo crescente frammentarsi della verità prima del (volutamente parziale) scioglimento finale.

L'inserto fotografico di Francois Lemoyne (1737) è efficace (p.84), e riprende uno stilema recentemente sdoganato da Sclavi nella sua opera di ritorno al personaggio, "Dopo un lungo silenzio" (e il prossimo numero, tra l'altro, sarà nuovamente sclaviano). Il dipinto è il Tempo che salva la Verità dalla Menzogna, e ha ovviamente il significato di dimostrare come la Verità finisce per trionfare. L'elemento interessante è che il Tempo personificato (Cronos) ha/è una Falce: i figli di Aletheia, quindi, venerano probabilmente più lui che non la Morte, come ci verrebbe spontaneo associare al simbolismo falciforme sulla loro maschera.




Si torna quindi al pentacolo per la spiegazione finale (85) con un parziale chiarimento del rituale messo in scena; il diario dylaniato come "libro che contiene ogni spiegazione" è un elemento interessante, con ovvio simbolismo apocalittico, dove Giovanni riceve la visione veridica sullo scontro finale divorando il libro che gli viene porto (che è, di fatto, quello che poi lui stesso scrive).

Qui Dylan però rifiuta questa circolarità profetica, e straccia il libro non per divorarlo ma per distruggerlo, l'ennesimo segno della sua lunga "crisi" nel nuovo corso dylaniato, non priva come al solito di una densa sfumatura metafumettistica. Una ribellione che è però solo illusoria, come chiarisce il "ritorno all'ordine" di un finale estremamente consueto, anche se ormai svuotato dall'interno della sua ritualità.

Insomma, un efficace Uzzeo "morrisoniano" nell'affastellare simbolismi piuttosto criptici e poco chiariti al lettore, quasi speculare a un certo Recchioni "alla Alan Moore". Autore, quest'ultimo, esplicitamente citato nell'esordio del ciclo ghostiano, in "Al servizio del caos", richiamando a sua un raro omaggio di Sclavi a Lovecraft (in "Cagliostro!"), fondamento imprescindibile di tutti gli altri autori di cui si è qui accennato.

Un gioco, quello di Uzzeo, che riesce anche grazie al ruolo cruciale di Santucci, la cui abilità nel bianco e nero a forte contrasto chiaroscurale riesce a dare vigore alle scene ad effetto indispensabili nell'economia del testo. In attesa del prossimo numero, dove di nuovo Sclavi tornerà - con il seminale disegnatore Stano - a occuparsi del suo personaggio in una storia a colori che si annuncia foriera di nuove rivelazioni interconnesse alla pur blanda continuity del personaggio. "La fine dell'oscurità" è quindi, come detto, solo illusoria, e non può che preludere al costante ritorno "Nel mistero".



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