Dylan Dog Color Fest 23 - Il convento del vuoto


LORENZO BARBERIS

"Il convento del vuoto" è il nuovo Color Fest di Dylan Dog, che torna a proporre una storia unitaria, secondo la recente innovazione prodotta sotto la gestione Recchioni, dove si alternano storie brevi secondo la formula classica (ma fortemente sperimentali) e storie lunghe, prima non proposte in questa testata.

La cover è come al solito di un ospite di prestigio, Grzegorz Rosinski, autore della saga di Thorgal. Come spesso capita con questi omaggi, non corrisponde al contenuto dell'albo. Abbiamo invece una rievocazione dei temi tipici di Dylan Dog: la buona vecchia "DYD 666", il Tamigi, il London Bridge, un po' di demonietti assortiti.

La storia vede l'esordio di Giovanni Barbieri a soggetto e sceneggiatura, autore che proviene da un lungo percorso su testate bonellidi come Lazarus Ledd, Hammer, Samuel Sand. I disegni sono di una colonna della serie come Giovanni Freghieri, di cui abbiamo qui una prima lunga a colori (salvo le vecchie storie "colorizzate", non pensate però in questo modo). I colori sono di Sergio Algozzino, spesso visto sul Color Fest, con una prova particolarmente seducente a "Lo scuotibare" (vedi qui), l'ultima "lunga" prima di questa, che gli ha fruttato la vittoria al Premio Boscarato di quest'anno. Il lettering è di Omar Tuis.

la prima tavola, p.3, è classica, ma la smarginatura
della prima vignetta rende ariosa questa introduzione

Il tratto sottile e minuzioso di Freghieri si sposa bene al colore fin dalle prime tavole, dove Algozzino si muove su toni seppiati confacenti al tema dell'Abbazia maledetta, che ricorda un moderno "Nome della Rosa". Il montaggio alterna, come ormai consueto, tavole di tradizionale gabbia bonelliana (5) ad altre di montaggio più libero (4), da sempre nelle corde di Freghieri, o soluzioni intermedie tra le due (vedi sopra: ad esempio, la prima tavola, p.3, è classica, ma la smarginatura della prima vignetta rende ariosa questa introduzione).

Dopo l'esordio in medias res, il flashback mantiene i toni seppiati anche nell'underground londinese. Barbieri dimostra di aver ben colto certi stilemi dello Sclavi delle origini (il bell'inserto di pagina 13, tutta la presentazione di Ariel in 9-11). Bello come la tavola a griglia "verticale" di 13 e 14 anticipi le inferriate di 15, su cui sfuma il flashback (lanciando una suggestione di inquietante prigionia sul prosieguo della storia).

20-21 racconta un diverso arrivo al monastero; 20 è identica a 4, l'arrivo di Dylan, ma la tavola è muta (come pure 21). Il tema del conflitto tra i monaci (24-25) rimanda molto ad Eco e al Nome della Rosa (come il senso di un mistero che grava sull'abbazia, e perfino il titolo: il convento del vuoto richiama il vuoto del "nomina nuda tenemus" cui rimanda il titolo di Eco).

La prevalenza di toni seppiati è funzionale alla resa
dell'ambiente della "abbazia maledetta".

La storia prosegue poi nei canoni fissati (purtroppo, almeno nella mia copia, alcune tavole hanno il colore "disallineato" con la pagina a stampa, col risultato di un'immagine che appare come sfocata); in un alternarsi di flashback e presente, e con molte belle tavole mute che ben si sposano al silenzio che ci evoca l'ambiente del monastero. Verso il finale i colori si fanno più accesi (p.65), accompagnando con un tono emotivo l'accelerare della trama e il delirio lisergico che le si accompagna.

L'uso accurato delle smarginature (71, ad esempio) e di alcune vignette oblique (70) producono bene l'effetto allucinatorio ricercato, senza il caso di un carico eccessivo nella colorazione. Si ottiene così un effetto psichedelico ma non "standard", bensì coerente con la narrazione. Sul piano del disegno, bello il ritorno del tema della gabbia, che assieme a un montaggio in prevalenza verticale (p.72) contribuisce all'effetto carcerario facilmente evocato dalla griglia bonelliana usata al meglio della sua claustrofobia.

La terna 74-75-76 porta a un altro salto nel delirio con un ottimo uso del contrasto tra colore - in un forte predominio del rosso che qui diviene assoluto - e bianco e nero, prima del totale viraggio al rosso nell'ultima tavola della triade.

L'uso di una griglia bonelliana a frequente impianto verticale
rende bene la claustrofobia carceraria che ritorna più volte nell'albo

Si torna poi al reale con le consuete cromie seppiate, forse più cariche di neri mentre giunge così al più classico degli "scontri finali" (anche qui, simmetrico a quello del Nome della Rosa: e se quello finiva nel fuoco, questo termina nel gelo dell'acqua, seguendo anche il tema stagionale-invernale dell'albo). L'ultima pagina, di nuovo la tradizionale "stesura del diario", riprende di nuovo però i colori allucinati di 74-76, spiegando il senso del titolo (come in Eco, di nuovo) in disegni e colori pienamente disturbanti.

Un albo quindi classico nello sviluppo della storia, ma notevole nell'uso del colore a sottolinearne i passaggi più inquieti, con alcune tavole di gusto "sperimentale" incastonate a una narrazione più usuale a punteggiarne gli apici emotivi. In attesa della prossima festa del colore, di nuovo una triade di brevi.

Post più popolari