Dylan Dog Old Boy - Maxi 31



LORENZO BARBERIS

Spoiler alert as usual, leggere prima l'albo.
Questo nuovo Old Boy si caratterizza per una bella cover in bianco e nero, con solo il rosso a punteggiare alcune macchie di colore. Andrea Accardi sta forse trovando una sua cifra stilistica nelle copertine, avvicinandosi al bianco e nero che è stato il suo punto di forza in opere come il ciclo dei Samurai con Recchioni.

La prima storia, "Rosso come il sole, caldo come il piombo" è un sequel dello spaghetti horror-western halloweeniano avviato nell'ultimo maxi. Sceneggia Giovanni Di Gregorio, disegna Luigi Piccatto e il suo studio. Tornano gli stilemi introdotti l'ultima volta: vignette smarginate, sfondo al nero nelle tavole ambientate nel mondo onirico. A parte questo elegante stilema, che è rimasto pressoché un unicum di questa ambientazione, l'impostazione di tavola è la tradizionale griglia bonellina, cosa del resto pienamente logica se dobbiamo muoverci in una ambientazione che, deprivata dell'horror, sarebbe un possibile scenario texiano.

Per il resto troviamo tutti i luoghi comuni dello spaghetti western volti in chiave orrorifica che non si prende troppo sul serio. Il tesoro maledetto degli indiani, la rissa nel saloon, la prostituta affascinata dal giovane pistolero appena arrivato in città, non ce ne perdiamo una (la massima sorpresa è che si lascia intendere che la bella Patty, comunque, Dylan l'abbia fatto pagare - 35.i).



La migliore gag è forse il titolo, che fonde un classico western da duri di Tex, "Piombo caldo", con un esangue romanzo giovanilistico di Alessandro D'Avenia, "Bianca come il latte, rossa come il sangue", come colto sul forum di Craven Road. Addirittura non si capisce la censura del "rosso come il sangue" perfetto per un horror, magari per timore di rivendicazioni di copyright da parte del "professore 2.0". A questo punto sarebbe da sperare che nei prossimi capitoli della saga ci si spinga più oltre nella contaminazione qui implicita, e si arrivi direttamente a un confronto tra il piombo rovente di Tex e la sensibilità più daveniana di Dylan.

Un grande classico "alla Piccatto", insomma, che ha da sempre un certo comic-horror nelle sue migliori corde; ma, naturalmente, l'idea è in questo caso più applicativa che nel primo caso, in cui l'invenzione aveva una sua maggiore originalità. La storia resta in ogni caso godibile - volendo, in campo di divertissment, si sarebbe forse potuto pigiare un po' sul pedale dello splatter - ed inaugura così ufficialmente una delle tante sotto-continuity dylaniate, minore rispetto al Pianeta dei morti ma comunque presente.



"Il silenzio del lupo" di Andrea Cavaletto, per i disegni di Francesca Zamborlini, è invece l'esperimento più interessante dell'albo, una storia completamente muta, la prima storia lunga di Dylan ad assumere questo stile. L'innovazione non è assoluta in Bonelli, in quanto si conta il noto precedente di Ken Parker, "Il respiro e il sogno", che era però una collezione di storie brevi e non una sola unica lunga muta (in tempi recenti e fuori Bonelli, è una serie come "Darwin" ad aver sviluppato questo esperimento addirittura su un piano seriale).

La storia funziona molto bene: l'incipit ci trascina in uno scontro ancestrale tra uomo e belva, con un montaggio dinamico, serrato e vario, molte quadruple e un buon gioco sulla griglia per movimentare una narrazione privata dell'elemento testuale.

L'effetto a sorpresa di p.112 è particolarmente azzeccato in una storia muta. Il lettore infatti è perplesso, sospeso nel dubbio se i due combattenti siano giunti nel nostro presente per ragioni naturali o in vario modo onirico-sovrannaturali. In un fumetto tradizionale, qualche elemento avrebbe probabilmente sciolto il dubbio, o costretto l'autore ad ellissi artificiose.

Qui invece tutto scorre fluido e veloce, e la scritta di p.113 (e seguenti) acquista subito una forza inattesa, come pure le efficaci onomatopee, che vengono invece mantenute (non è quindi un "muto" totale, "cinematografico", ma un'assenza di dialogo).

Cavaletto poi continua nel suo pezzo di bravura, tenendosi in bilico tra i due rischi di questa narrazione: da un lato, deve appoggiarsi su situazioni tipiche dylaniate per far capire tutto al lettore senza dover inserire testi (cosa può succedere se Dylan trova un lupo mostruoso, ma ferito?) ma al tempo stesso, deve inserire elementi visuali di sorpresa per intrigare alla narrazione (e quindi vediamo che lo sciamano non è affatto un "selvaggio" - p.124 e seguenti).

Una particolare, stralunata efficacia la guadagna la sequenza del sogno (148-150), resa di particolare potenza; così come i momenti più trasognati e onirici (161-162) che sarebbero solo rovinati da un dialogo ridondante. In generale, tutta la storia fa apprezzare la potenza del fumetto muto, che naturalmente è frutto di una grande abilità nella sceneggiatura, con cui Cavaletto compie con naturalezza il suo gioco di prestigio con una mano legata dietro la schiena (quella della "colonna del testo", ovviamente). E, indubbiamente, analoga bravura va riconosciuta in parallelo alla esordiente Zamborlini, che deve reggere ancor più il peso della narrazione nel disegno, con molto meno margine per un'espressione o un movimento fuori fuoco, che il testo non può correggere. Il segno ricorda a tratti qualcosa di Carlo Ambrosini, sia pure nella inevitabile differenza "calligrafica" del tratto, e lo stile nervoso e a forte contrasto chiaroscurale è efficace per una storia dove è forte la tensione di un terribile "richiamo della foresta".

Belli anche i ricordi acquerellati: torno a dire la mia consueta idiosincrasia per gli angoli smussati, quando vi è già un elemento diegetico che spiega il passato (la mezzatinta dell'acquerello, appunto). Tanto è vero che nella splash page, unica, di p.184, gli autori rinunciano alla smussatura in favore della potenza iconica della pagina muta (inutile dire come anche qui il muto esalti il disegno e la drammaticità narrativa).

Efficace anche il finale, tra cui l'inevitabile e di nuovo potente tavola 191 (non credo si sarebbe potuta sciogliere diversamente, in un albo bonelliano, ma Cavaletto ha saputo accompagnare bene il crescendo della tensione). Un esperimento quindi molto interessante, da ritentare, magari vedendo le interpretazioni di altri autori del "Sound of silence", anche - perché no? - sulla regolare.


"L'uomo e la bestia" di Giancarlo Marzano torna sul tema lupesco in chiave licantropica, con un nuovo esordio, quello di Andrea Chella. Qui l'autore che sembra evocato talvolta nell'efficace sintesi del tratto è Ferdinando Tacconi, autore di numerose notevoli "storie medie" del primo Dylan Dog.

La cosa ben si sposa a questo Marzano, in cui troviamo una declinazione dell'horror in stile classico, come spesso nelle corde dell'autore. Dopo un classico intro inquietante, entriamo in medias res con Dylan e il cliente che prendono accordi. Bellamy ha il nome di uno scrittore di fantascienza utopica delle origini, Edward, ma l'aspetto richiama Hemingway, cosa che collima con la personalità straripante di un antagonista non monodimensionale; più funzionali i personaggi del fedele maggiordomo e della moglie fedifraga.

Lo sviluppo della trama ha qualche elemento di riuscita crudeltà (Dylan non riesce a salvare l'innocente agnellino dalle fauci del lupo), mentre il registro "tragico" adottato prescrive di saltare la scena di letto con la moglie infedele (che forse il Dylan delle origini non avrebbe rifiutato). Per il resto, la storia procede su cardini ben oliati fino alla prevedibile catastrofe finale, in un preciso meccanismo di set-up / pay-off come una ben calibrata pistola di Checov. Non manca naturalmente il plot twist conclusivo, intuibile ma credibilmente costruito nelle convenzioni del genere: del resto, Marzano non sembra qui voler stupire, ma intrattenere con una buona storia da degustare idealmente a fianco del camino in una sera di lupi.

La tavola è, nuovamente, piuttosto tradizionale, anche se non mancano soluzioni eleganti come nella quadrupla in 247, o nella bella e unica splash in 268. Il segno sintetico e ricco di neri di Chella funziona molto bene nel dinamismo delle scene notturne, e nella seconda parte Marzano gli dà una grande situazione classica su cui sbizzarrirsi.

La chiusa finale ha, di nuovo, una sottile eleganza: Marzano accetta il luogo comune del patetismo del mostro, tipico del Dylan Dog (specie nella versione ultra-classic dell'Old Boy) ma raffinatamente la rovescia nell'ultima tavola dell'intero volume, con un semplice montaggio: concluso il discorso del secondo licantropo, pianto dal solito Dylan, ci viene mostrata l'ultima delle sue vittime innocenti prima della chiusa finale, a rimettere un po' in discussione le eterne "ragioni del mostro" di marca dylaniata.



E su questa riuscita nota velenosa si conclude anche questa nuova triade di Halloween. Il gioco del parallelo con la regolare qui sembra più esile che in passato, dove era più evidente: nei quattro mesi scorsi, difatti, abbiamo avuto il crossover dampyriano, l'onirica Barbato de "Il bianco e il nero" e due storie "politiche" come "La fiamma" e l'attuale "La fine dell'oscurità", dove il tema della verità politica è declinato da Uzzeo in un onirismo morrisoniano.

Per contro, sembra anche abbandonato il gioco di un Old Boy più tradizionale. Siamo naturalmente nel cosmo in cui Bloch è ancora in servizio, come appare nella seconda storia. Tuttavia la prima storia è inserita in una "micro-continuity" più giocosa ma sulla falsariga di quella del Pianeta dei Morti e di quella molto blanda del ciclo di Ghost sulla regolare; la seconda è indubbiamente una storia molto sperimentale e, come la terza - l'unica "old style", nel complesso - gode di nuovi disegnatori, sia pure con un segno nella tradizione dylaniata (con anche forse potenziali rimandi ad Ambrosini e Tacconi). In ogni caso, un piacevole intrattenimento in questa "estate, fredda, dei morti", in attesa, tra quattro mesi, dei nuovi orrori d'inverno.

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