Mercurio Loi - A passeggio per Roma



LORENZO BARBERIS

Come al solito, sono possibili degli spoiler: consiglio a tutti di leggere prima l'albo.

Questo sesto numero del Mercurio Loi di Alessandro Bilotta - ai disegni Sergio Ponchione, con colori di Nicola Righi e lettering di Alessandra Belletti, sviluppa in modo interessante una declinazione, mi pare, mai sperimentata su un albo Bonelli: ovvero una "storia a bivi".

Si tratta di una forma di scrittura del postmoderno estremamente interessante e dai nobili genitori: Borges, ne "Il giardino dei sentieri che si biforcano", ne aveva scritto un modello teorico negli anni '40 (Bilotta invece cita Cortezar e un suo romanzo: vedi questa interessante intervista). Venne poi usato per la prima volta nella manualistica per l'auto-apprendimento teorizzata dal comportamentista Skinner, e negli anni '60 venne applicata alla narrativa sia a livello "alto", sperimentale, dall'Oulipo francese, sia a livello "basso", applicativo (se tali distinzioni, ovviamente, hanno un senso) nella fantascienza, come "Alien Territory" di John Sladek. Le prime serie di grande successo commerciale arrivarono negli anni '70, in parallelo alla fortuna dei RPG generata da Dungeons and Dragons.

Negli anni '80 vi fu una prima applicazione anche al fumetto: il Diceman inglese (1986), spin-off della rivista 2000 AD, ma ancor prima (1985) le storie a bivi sul Topolino italiano di Bruno Concina. In seguito, questo tipo di esperimento venne sostanzialmente accantonato, specialmente in ambito commerciale (anche se non ho cognizione di altri esempi nel fumetto più "sperimentale") dove l'interesse per una narrazione interattiva iniziava ad essere soddisfatta dalle graphic adventures di Sierra, Lucasfilm, Cinemaware e numerose altre case di videogames, perfezionando le più semplici da programmare ma più farraginose avventure testuali già esistenti dagli anni '70.

Questa ripresa di Bilotta conferma quindi la natura fortemente sperimentale di Mercurio Loi; e lo dimostra il fatto che l'esperimento si sviluppa come detto in questa chiave "cortezariana", in questa ciclica "continuità dei parchi" dello stradario romano. La copertina di Fior è particolarmente azzeccata nel rimando a certo vedutismo romano, tra Sette e Ottocento, che ritorna nelle scelte di colorazione (non solo di questo albo) in questo caso in capo a Nicola Righi.



La scelta multipla dei bivi non è quindi extradiegetica, ma fa parte della narrazione, essendo riportata su un libretto che lo stesso Loi sta sfogliando fin dalla prima tavola. Altra sovrapposizione è quella che si genera tra la passeggiata del flaneur fatta da Mercurio e quella proposta al lettore da Bilotta. Le scelte, infatti, non determinano una ramificazione di finali, ma sono soltanto diversi possibili percorsi per esplorare la storia, a volte creando l'illusione di un senso diverso.

La scelta proposta non è quindi una vera biforcazione, ma più la selezione di una diversa closure tra vignette; eliminandone una porzione consistente, il senso della storia appare anche radicalmente diverso (in particolare, nel caso della prima scelta che viene proposta a p.11), e in ogni caso ci sottrae porzioni di comprensione della vicenda. In verità, questo è quello che avviene comunque nel fumetto, dove leggiamo solo quello che l'autore decide di farci vedere; ed è particolarmente vero, mi pare, nello stile di Bilotta, che gioca in modo particolarmente accurato sui vari effetti di montaggio.

La sperimentalità della narrazione è inizialmente retta da una griglia profondamente squadrata e regolare (5,6,7 sono ripetizioni di una gabbia bonelliana molto classica, in 8 ritorna il più classico dei moduli 2X3, e anche tavole d'impostazione più varia, che non mancano - come, ad esempio, 9 o 12, sono comunque impostate in modo fortemente ortogonale e regolare). I disegni di Sergio Ponchione, dal segno preciso e dettagliato, sono perfettamente funzionali alla storia (come pure la colorazione che dona loro un gusto "vedutistico", quasi richiamato dall'invito a "riguardare i quadri" con attenzione, a p.70, per il godimento pieno dell'opera sotto un profilo estetico): sono disegni che invitano a "passeggiare nell'immagine", per coglierne a tratti significati reconditi (ad esempio, la presenza in sottofondo dell'ipnotista, ben oltre alla sequenza centrale che lo riguarda, ma ad esempio in 86-87, prima della sua apparizione finale), sia per godere del puro piacere della visione.

Il tema del completamento immaginario dell'aspetto delle persone in base alle loro professioni (8, ma circolarmente tornerà nel finale, in 92) è nuovamente un possibile rimando al compito della closure da sempre affidato dall'autore al lettore. Anche in questo, la recitazione sottilmente teatrale dei vari personaggi e comparse quasi invita, in vari punti, ad esercitare questa fine arte (talvolta in modo esplicito: Mercurio invita Ottone - e quindi il Lettore - a osservare ad esempio la fuga di Pasquino per cogliere come egli non stia scappando realmente, ma nell'eccessiva posa mostri di voler essere inseguito).

A p.17, alla seconda svolta, diviene evidente possiamo scegliere di andare sempre avanti secondo il ritmo normale di lettura o di saltare più avanti; se la prima scelta ci portava alla fine dell'albo, qui ci conduce a metà, alla fatidica p.50. Il tema del doppio viene sviluppato anche con i due gemelli, il vescovo e condannato a morte. Il tema del doppio è da sempre caro a Bilotta (un solo esempio: Ramsay and Ramsay) ma qui è particolarmente accentuato (notare anche, p.27-29, come sia raddoppiato dal tema dei due eroi, dei due carabinieri, dei due prelati, e dall'insistito montaggio doppio). Il tutto porta a soluzioni grafiche interessanti: una tavola come p.31 è abbastanza inedita come soluzione visuale, e se ne ripropone la "fearful symmetries" a p.39.

Lo scontro con l'ipnotista a metà albo giustifica le dimenticanze di certe iterazioni da parte del protagonista, e naturalmente diviene un ulteriore rimando metatestuale. Molto bella la soluzione di p.53, in sé non inusuale ma che, mi pare, sottolinea come "l'ipnotista" che gioca con le vite di Mercurio Loi sia l'asse duale autore-lettore, qui nell'alleanza inedita e più forte del fumetto-game come opera "aperta". Un'illusione ottica che si consuma tramite la closure: ogni closure, quelle normali tra vignetta e vignetta e pagina e pagina, ma anche quelle inedite dei "salti di pagina" qui usate da Bilotta.

L'incontro con la fanciulla del passato restituisce una nuova variazione della storia a bivi, ovvero il Loop; che di nuovo si rivela invito alla contemplazione della tavola, una richiesta di visione che non sia la lettura frettolosa teoricamente tipica del seriale (in una concezione ormai superata in molti casi). La bellezza del tramonto dipinto di 70 su cui ci richiama la fanciulla ritorna in quello, meno caricaturalmente impressionistico di p.74 che fa da sfondo all'azione di Mercurio e Ottone. Alla bellezza"statico-visuale" del "passeggiare tra quadri" e a quella narrativa della passeggiata nella trama si affianca infine quella tutta sequenziale dell'impresa di Camillo Scaccia, il cui salto è preparato da tutto un filone del testo, e reso in una sequenza di mirabile equilibrio compositivo (84-85). Un bivio testuale, anche qui, invita a una rilettura.

Il finale infine - coerentemente con quanto ci si potrebbe attendere - non chiude la storia ma, circolarmente, la riapre all'infinito, senza possibili soluzioni. Insomma, la duplicità di quest'albo a bivi non è tanto tra le diverse biforcazioni, ma tra la possibilità di leggerlo a biforcazioni e la lettura lineare (che, a sua volta, è però una scelta del lettore e non una modalità implicita di fruizione, come al solito). A un primo livello, potrebbe anche sembrare un modo di negare la possibilità di scelta a parole dichiarate: ma la passeggiata per questo inusuale giardino narrativo offre una visione più completa che la semplice lettura lineare, e non è quindi così sterile. Ma per il lettore di ulteriore livello, come abbiamo visto, ci sono altri labirinti incastonati nel labirinto, che questa struttura ad albero permette ulteriormente di ramificare.

Questa passeggiata romana è quindi molto interessante in sé, ma ancor più per altri bivi che potrebbe aprire, introducendo questa modalità narrativa nelle possibilità della Bonelli magari anche in altre testate, e con altri autori.




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