Real Cannibal 2: Charles Manson


LORENZO BARBERIS

L'adattamento della vita di Charles Manson a fumetti per EdInk è indubbiamente un caso molto interessante, data la natura indubbiamente estrema del personaggio affrontato. La EdInk del resto si è distinta, in questi ultimi anni, per aver riportato in auge un horror radicale e senza compromessi, a partire dalla Cannibal Family; e con questa nuova collana di "Real Cannibal" va a esplorare i casi di serial killer o altri omicidi eccezionali emersi dalla triste realtà della cronaca.

Andrea Cavaletto, come sceneggiatore, si muove da sempre tra quest'horror più radicale (basti pensare a una serie come Paranoyd Boyd, che va volgendo alla conclusione) e tra l'orrore più classico dell'ammiraglia bonelliana del genere, Dylan Dog (dov'è di recente apparso, sull'ultimo Maxi, con la prima storia muta lunga della testata).

Dopo due tavole introduttive di Rossano Piccioni con un segno graffiante in ligne claire, la narrazione vera e propria passa a Giuseppe Candita, con uno stile più realistico e tradizionale, che evoca perfettamente quei malati tardi anni '50, primi anni '60 in cui si compie la formazione all'orrore di Manson, ovviamente letti in un bianco e nero particolarmente sbilanciato verso il nero, con la cupezza dell'ombra, della notte o di cieli plumbei saturi di nubi che la fanno da padroni. La scelta dello sfumato contribuisce a rendere l'idea di un'immersione in un passato sfumato, e che tuttavia non passa, come pure l'accuratezza nella resa dei vestiti, delle automobili, degli edifici d'epoca.


Uno scavo psicanalitico, paranoide, dove Cavaletto pare usare al meglio la sua doppia competenza di autore "bonelliano" e "di nicchia" a un tempo: se da un lato non c'è compromesso nella rappresentazione del clima malato della nascente setta The Family che circonda Manson, dall'altro l'attenzione è più volta ai meccanismi sociali e psicologici che portano al delitto più che al delitto in sé, pur rappresentandolo senza infingimenti.

Risultano così ancor più forti e inquietanti i flashback sull'infanzia disturbata del giovane Maddox (prima di rinominarsi "figlio dell'Uomo"), colti con un azzeccata sfumatura delle vignette. Un lavoro psicanalitico sulla mente paranoide di Manson che è l'aspetto meno noto e più inatteso per chi non abbia una conoscenza dettagliata pregressa del personaggio.

L'albo accenna anche, verso il finale, alle inquietanti coincidenze che caratterizzano il delitto rituale mansoniano e lo collegano a Lennon e Polanski, ritenuti dal folle assassino ispiratore e obiettivo della sua ritualità mostruosamente distorta. Resta più sullo sfondo il rapporto invece con La Vey e la sua cerchia, del resto molto noto (vedi ad esempio qui) che si unisce spesso alle connessioni dette prime nelle speculazioni più "esoteriche" sulla perversa opera di Manson.

Insomma, questo studio sull'orrore veristico è una nuova direzione interessante, una prospettiva che ci auguriamo possa trovare una sua nicchia di interesse, portando alla riscoperta di altri nomi dalla cupa miniera degli archivi criminali della storia umana.

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