Caput Mundi 3


LORENZO BARBERIS


Si apre con un omaggio all'immaginario maestro Froppa (di innegabile scuola caravaggesca, pare di intuire) il terzo numero di questi "Mostri di Roma", cupa miniseria supereroistica ambientata nella Roma dei nostri giorni. Il proseguire di questa miniserie (della prima puntata avevo scritto qui) conferma le sensazioni date dall'intro: una riscrittura moderna di miti classici dell'orrore, sulla scia di quel Pietro Battaglia ideato da Roberto Recchioni che vi appare con un ruolo di primo piano (e pubblicato oggi sempre dalla Cosmo).


I mostri di Roma sono dei "nuovi mostri" alla Dino Risi, per certi versi: l'aspetto mostruoso non sta tanto nella loro natura fantastica, ma nel ruolo sociale a cui questa si sovrappone. Così i licantropi nella città eterna sono delinquenti popolani di piccolo-medio calibro sulla scia di quelli narrati da De Cataldo in Romanzo Criminale e oggi in una serie come Suburra; la Meravigliosa creatura del secondo numero è una "sposa di Frankenstein" uscita dalle mani della chirurgia estetica estrema; in questo terzo numero, l'Uomo Invisibile è dunque parimenti evoluto in qualcosa di moderno.

A tutto si somma, ovviamente, lo stesso Pietro Battaglia (vampiro emerso dalla Prima Guerra Mondiale e che attraversa la nostra storia italica più oscura, con una metafora raffinata sotto la patina dello splatter-action) e la sua attuale nemesi, la Mummia, gerarca vaticano che ricalca da vicino certa satira di Guzzanti su Ratzinger (ovviamente, trasponendola in un contesto fantastico e non strettamente comico), anche qui bilanciando molto bene i due livelli, l'azione e una azzeccata corrispondenza satirica a un livello più profondo.



L'albo - come già il n.2 prima di lui - mantiene le promesse di una continuity più serrata della media italiana, unita alla capacità di far interagire tra loro con scioltezza personaggi estremi e ingombranti come quelli che si è deciso di mettere in campo. Si va così a consolidare la nascita di quell'Universo Cosmo che la casa editrice ha avviato per prima sul panorama italiano.

Alla sceneggiatura Giulio A. Gualtieri, ideatore della serie con Recchioni; ai disegni Elisa Di Virgilio e Ludovica Ceregatti, mentre il lettering è di Maria Letizia Mirabella, la efficace cover pittorica di Marco Mastrazzo. Pur nell'autonomia del segno delle due autrici, ritornano le caratteristiche comuni ai due numeri precedenti: un netto contrasto chiaroscurale (blandamente caravaggesco?) di bianchi e di neri, che qui è anche al servizio del tema centrale di quest'uomo invisibile perché abile a celarsi nelle ombre di Roma (come, in fondo, in altro modo gli altri mostri in grado di sopravvivere e prosperare nel lato oscuro della città eterna). La recitazione dei personaggi è accurata, lievemente sopra le righe come si confà a questo incrocio di noir italiano e orrore classico; ma in generale il segno - di pari passo col ritmo narrativo - pare puntare a una certa rapidità essenziale, senza indulgere inutilmente nel dettaglio.



Il montaggio di tavola, pur partendo da una griglia italiana tradizionale, che viene spesso utilizzata, ricorre a tale scopo anche alle soluzioni più moderne che sono ormai del resto abbastanza usuali. Frequenti le quadruple (6.7) o le splash page (subito dopo), spesso, all'americana, con riquadri minori che portano avanti l'azione. Non manca l'uso di pagine doppie (14-15) o a taglio verticale (52), assieme a ovviamente variazioni minori sulla griglia classica, ormai consolidate. Belle ed efficaci le lunghe sequenze di tavole mute, usate soprattutto per descrivere l'azione dell'"invisibile" protagonista. Non mancano perfino (e queste sono ancora meno usuali) tavole con un taglio non ortogonale quando funzionali alla storia, come a p.71 e seguenti. Una serie, insomma, che consolida sotto questo profilo innovazioni ormai in atto da tempo nel fumetto italiano, unendole in questo caso alla novità evidente della serialità corale dei personaggi.

Un altro elemento significativo è la maggiore libertà espressiva nel trattare temi connessi alla religione e al sacro, rispetto alla media del fumetto italiano seriale mainstream. Uno dei grandi problemi nello sviluppo di un fantastico con specificità italiana, difatti, è la questione specifica che l'ambientazione italica è inscindibile dalla presenza della Chiesa, ed è quindi necessario immaginare una qualche interazione di questa - come della mafia, e della malapolitica nostrana - con questo milieu sovrannaturale. Senza nemmeno chissà che slanci anticlericali feroci, Caput Mundi affronta il tema all'interno del contesto narrativo di una Roma sordida dei bassifondi dove tuttavia il Cupolone troneggia sempre sullo sfondo, e questo contribuisce alla riuscita di questi "nuovissimi mostri", questo gothic trapiantato nel cuore trionfante del Barocco.

Insomma, anche in questo senso, la citazione caravaggesca iniziale suona tutt'altro che gratuita.





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