Dylan Dog 376 - Graphic Horror Novel - Il Sequel


LORENZO BARBERIS

Cominciamo il 2018 (il decimo anno del blog) secondo tradizione, con il Dylan Dog 376, il numero di gennaio uscito il 29 dicembre 2017.

Dopo il nuovo albo di Sclavi, "Nel mistero", che chiudeva al numero 375 i festeggiamenti per il trentennale di Dylan Dog, in questo numero si torna a una cover senza il piccolo marchio dei trent'anni disegnato da Cavenago e apparso per la prima volta su Mater Dolorosa, il numero 361 (ultima copertina di Stano).

L'albo è comunque, benché non speciale, particolarmente interessante, in quanto vede l'esordio sulla serie regolare di uno sceneggiatore del calibro di Diego Cajelli, affiancato dal disegnatore Francesco Ripoli anch'egli all'esordio su Dylan Dog. Nella trattazione potrebbero essere possibili spoiler: leggere prima l'albo.



Altra cosa curiosa è che l'albo è definito un "sequel", anche se a rigore non è la prosecuzione dell'albo 369 (vedi qui), ma semplicemente affronta la stessa tematica con un taglio molto simile. 

Probabilmente, l'incastro del "sequel" ideato dal curatore è stato un modo per far collimare due storie altrimenti troppo simili: ma diviene interessante confrontare le due tesi differenti che appaiono nell'albo di Ratigher / Bacilieri - Montanari e Grassani, e nell'albo di Cajelli / Ripoli. 

Il titolo, come già l'altra volta, gioca sul contrasto tra le due dimensioni di Dylan Dog: "autoriale" (Graphic Novel) e "horror seriale" (Graphic Horror, componente in verità da molto tempo minoritaria, ma che resta valida come rimando al "genere"). Una prima simmetria che viene in mente è che Ratigher è associato al fumetto autoriale, mentre Cajelli appare orgogliosamente appartenente al fumetto seriale e popolare (sia pure normalmente declinato in modo raffinato e consapevole). 



Anche nella scelta dei disegnatori il gioco è speculare: in GHN1 c'era Bacilieri per la cornice, col suo consueto segno (considerato il simbolo della sperimentazione segnica in Bonelli) e Montanari e Grassani per la storia vera e propria, con un segno ultraclassico per Dylan Dog. Qui invece è Ripoli a reggere l'alternarsi del segno, variato con l'espediente dell'uso dell'acquerellato nelle tavole del fumetto autoriale e nell'oltremondo ad esso connesso, e di un bianco e nero pop ma moderno, non privo di efficaci elementi di sintesi, per la storia e per il fumetto "popolare" che appare all'interno del fumetto.

Anche l'apertura della storia rimanda subito molto alla precedente, con un pavimento piastrellato di vignette (5), e un giovane autore di fumetti maledetto dal nome di David Foster, citando (proprio come GHN 1) ovviamente Wallace.

Siamo, è chiaro, di nuovo dalle parti del meta-fumetto (e riprendendo un altro meta-fumetto, metafumetto carpiato, potremmo dire): Cajelli ci gioca fin da subito con soluzioni interessanti (p.6, ad esempio, con la didascalia che da elemento extra-diegetico diviene intra-diegetico). 

A parte questi frequenti giochi visuali interni, che richiedono anche una prova di bravura all'esordiente Ripoli per mantenere la tavola ben leggibile nonostante l'intrico del metafumetto, la struttura esterna di base è una griglia bonelliana moderna usata dagli autori con grande padronanza e senza troppe variazioni (laddove il gioco di GHN1 era simmetrico: una cornice molto sperimentale, e una storia interna al grado zero del bonelliano classico).

La situazione narrativa è ribaltata: David è di nuovo una specie fumettista / genio maledetto, anti-commerciale per definizione (non fa mai vedere i suoi lavori, quasi per non contaminarne la sacralità), ma questa volta è vittima: la sua storia viene plagiata in Haevn ("Vendetta" in danese, ma ricorda anche "heaven"), versione molto più commerciale con tanto di annessa serie televisiva: un rimando metaletterario a quanto sta succedendo a molto fumetto Marvel su Netflix, ma in prospettiva anche al Millerworld, e qui da noi in parte con Orfani e, filmicamente, Monolith di Recchioni.

Nonostante in 20.i la citazione di Godzilla sembri rimandare a Cajelli tramite il suo blog Diegozilla, David sembra quindi l'opposto di un autore di fumetto popolare, ossessionato dalla purezza dell'opera contrapposta alla efficace facilità comunicativa di Haevn, non solo la serie tv (21) ma anche il fumetto originale (23). Il presunto plagiario, lo sbruffonesco Clayton, invece, è la caricatura dell'autore yuppie, e secondo me sotto sotto lo produce il solito John Ghost, di cui sembra quasi una sorta di controparte in veste fumettistica.


A un terzo dell'albo (p.32) l'intercapedine dei mondi si squarcia ed entriamo in un secondo atto che giustifica anche, tra l'altro, la bella copertina di Cavenago. Torna il tema del pavimento segmentato a vignette (p.36-37), esattamente come era ricorrente il tema delle piastrelle in GHN1. 

Da notare che il nuovo logo della serie, connesso al lancio televisivo, riprenda un elemento di David autore, e non interno al fumetto, ed è l'elemento che sembra rappresentare la sua metà oscura: sembrerebbe una sorta di involontario "errore rituale" che infatti dà potere a David sulla realtà, su cui prima non poteva agire direttamente, ma solo comunicare. Tra l'altro, è l'unico elemento evidentemente plagiato, poiché non emergono elementi di copia così diretti, ma un vago rimando agli stessi temi di fondo (cosa che avviene, tra l'altro, in molti albi dylaniati, che per tradizione spesso riscrivono grandi classici nella chiave del personaggio). Anche il finale rimanda a tale possibile "errore esoterico": la trasposizione del logo copiato dal medium fumetto al telefilm dà potere a David anche sull'autore, che altrimenti sembrava ancora protetto dal suo intervento.

Man mano che Dylan legge i due fumetti ai fini d'indagine notiamo del resto che tale comune tema portante potrebbe avere più di una connessione, metaletterariamente, con Dylan Dog stesso: in ambo i casi c'è un eletto che, nel fumetto "d'autore", esprime l'anima di Londra; nel fumetto d'azione, invece, è incaricato di occuparsi per missione di vendicare gli innocenti. Entrambe le versioni potrebbero avere una qualche tangenza con Dylan stesso, diciamo rappresentarne uno la lettura più poetica (l'anima di Londra) e l'altro quella più pop (l'ennesimo vendicatore degli oppressi, rappresentati nel suo caso dai freaks). Curioso notare che la camera da letto della "ragazza del mese" presenta una xilografia di San Giorgio e il drago, di cui appare un minimo particolare (69), che sembra sempre ricollegarsi a quest'idea dell'eroe mistico.



Quindi, rispetto a GHN1, la situazione in questo albo di Cajelli è simmetrica: il fumettista "autoriale" è la vittima del furto dell'anima, potremmo dire, della sua storia da parte del fumettista popolare, personaggio odioso mentre, nonostante vari delitti del tutto gratuiti ed efferati, David non appare particolarmente condannato da Dylan e dalla storia in generale.

Una chiusura circolare (a p.88, nella classica spiegazione finale, si cita tra l'altro visivamente l'Ourobouros) che sembra quasi ristabilire l'equilibrio tra fumetto seriale e non seriale, tra popolare e sperimentale, nella misura limitata e indicativa con cui queste distinzioni hanno senso: ognuno dei due cannibalizza l'altro, cibandosi degli elementi che gli possono servire ai suoi scopi e venendo a sua volta divorato dal proprio gemello in una continua Graphic Horror Novel.


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