Ro(bot)kcholetti


LORENZO BARBERIS

Andrea Roccioletti è un bravo artista torinese di cui scrivo ogni tanto qui sul blog. La sua arte presenta spesso temi sottilmente cyberpunk, e comunque interessanti (vedi qui per una carrellata globale su alcune sue cose). Una delle sue ultime ricerche, che si collega alla decostruzione dei corpi femminili, è particolarmente in linea con questa estetica fantascientifica. 



Al tema della donna-robot, della donna-automa, Roccioletti ha già dedicato un romanzo, che ricostruisce una vicenda reale su una delle tante affascinanti leggende della rete (vedi qui).
Questa ricerca visiva invece si connette a quella già compiuta qui, con il corpo disvelato della modella che assume l'aspetto di sfumature tonali sul modello di un dipinto di Rotkho; e similmente il corpo femminile diveniva in altri pezzi una cartografia (vedi qui, all'interno di una riflessione artistica più ampia su alcuni ipotetici recuperi di spazi monregalesi).



In qualche modo, queste donne-cyborg sono affini a queste donne cartografiche, perché i circuiti interni della donna-robot sono al postutto una cartografia, la cartografia della sua struttura informatica interna.


Il tema della donna-robot è antico quanto la fantascienza, con quella Olimpia di Hoffmann che va in parallelo al maschile mostro di Frankenstein di Mary Shelley. La donna meccanica torna in Metropolis (1926) di Fritz Lang, che ne è l'innegabile modello visivo per tutto il secolo susseguente; in Italia è Bontempelli che, con "Minnie la Candida", va ad anticipare il dualismo proprio di molte robotrix di Philip Dick, che ignorano la propria natura metallica. Perché se il robot maschio è solitamente, nella SF più antica, dichiaratamente meccanico, la donna seduce fin da subito nella sua ambiguità, fredda macchina eppure seducente come donna vera.





Un tema, quello della donna a cuore robotico, che torna implicitamente anche nell'arte, in certe interpretazioni di Magritte ed altri surrealisti, oltre a dilagare nella fantascienza propriamente detta, in un costante rimando di paralleli indichiarabili e indichiarati.


Negli anni '80 sono le lascive robotrix di Haijme Sorayama a fissare in modo pressoché definitivo l'archetipo di questa sensualità cromata, proprio mentre una certa idea ingenua del robot iniziava a declinare con l'avvento degli esiti più avanzati del cyberpunk. Resta, indubbiamente, il tema della donna artificiale, ma non più così esclusivamente robotica, bensì mescolanza magari di software, hardware e wetware, o pura proiezione olografica nel cyberspazio. Gli esiti, insomma, che sono propri oggi di una serie come Black Mirror, che ha il grande merito di aver diffuso decenni di speculazioni al proposito.


Roccioletti si inserisce in questo percorso consapevolmente, con immagini che giocano gradevolmente su questa grande convenzione di genere ormai divenuta universalmente pop.  Una ricerca interessante, all'interno di un percorso organico, che mi pareva interessante segnalare.



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