Back To The DC (Comics)


LORENZO BARBERIS

Non c'è nulla da fare, la nostalgia della Prima Repubblica è uno stato dell'anima, uno spleen speculare all'Ostalgia dei nostalgici del comunismo (i "nostalgici" per definizione, in Italia, sono quelli del regime nero). E questo significa, primariamente, nostalgia della DC.

Pagine come questa (la più autorevole e scientifica) sorgono ogni giorno, in un costante rimpianto del bel tempo che fu, un'era almeno all'apparenza più solida, anche se già lì si preparavano i prodromi della crisi odierna.

In fondo anche la canzone che personalmente ho decretato vincitrice morale del festival di San Remo 2018 (vincendo ai punti con quella dedicata al congiuntivo) è ad opera di un gruppo che si chiama Lo Stato Sociale, evidente refrain nostalgico dei tempi della Balena Bianca, e sogna "una vita in vacanza" da parastatali in opposizione al superprecariato odierno.



Infatti a queste ultime elezioni, un certo spirito neo-democristiano è ritornato nel centrodestra, con la rifondazione democristiana operata tra l'altro dal politico di riferimento del mio territorio, l'onorevole Enrico Costa, ministro del governo Renzi (Affari Regionali e Famiglia) ed attualmente in quota al centrodestra (dov'è il più votato parlamentare del Piemonte, con un lusinghiero 48% dei voti nel suo collegio).

L'operazione complessiva, però, non è riuscita: la neoDC si ferma all'1% dei voti, Berlusconi stesso - che si è sempre posto come velleitario "erede di De Gasperi" - crolla al 14%, la Lega di Salvini guida al 18% e assieme al 5% della destra sociale della Meloni pone l'asse della coalizione decisamente a destra.

Ma, come osserva lucidamente Gianni Riotta in un lungo post su facebook, c'è invece qualcosa di DC nell'avanzata meridionale dei Cinque Stelle di Luigi Di Maio. Scrive infatti il cronista:

"Qualche cronista, giovane direi, si meraviglia che il ministro democristiano Enzo Scotti, detto Tarzan per l'agilità etica e intellettuale con la quale cambiava posizione nella vecchia DC, sia mentore di Beppe Grillo e dei ministri del 5 Stelle con il premier Di Maio, attraverso l'Università maltese detta Link, popolata di docenti legati ad Andreotti e ai suoi lobbisti occulti in servizio permanente effettivo sui siti. La meraviglia deriva dal sottovalutare la complessità del fenomeno che fu, e ancora oggi è nelle ultime discendenze, la Dc."

E poi prosegue con una analisi brillante, fatta di luci ed ombre, di quello che è stato un fenomeno di massa come il grande partitone che ha segnato il mezzo secolo della Prima Repubblica, ininterrottamente al potere.

Dato che questo blog ha un taglio "grafico", ne approfitto per un ripasso sull'immaginario democristiano del passato. Non credo influenzerà più di tanto quello del presente, ma è sempre bene conoscere le radici profonde della cultura sociale (e politica) del paese.

Propaganda DC anni '50: una passione manifesta.


Partiamo dal grande spartiacque del 1948, la grande vittoria della DC sul fronte comunista.
Questo è il manifesto più famoso. L'Italia turrita è difesa dallo scudocrociato dalla mano minacciosa del comunismo che scaglia invano la falce martelluta come arma. "Patria Famiglia Libertà" intessuti sul vestito tricolore dell'Italia è un motto subliminalmente ambiguo, perché ad aggiungerci Dio e toglierci Libertas abbiamo uno dei noti motti fascisti.


L'immagine è affine a quella apparsa nel 1946 per le comunali di quell'anno, con analoga retorica (e ancora più vicina all'estetica del regime), ma meno smaliziata. L'Italia è una statua (dal buffo copricapo, tra l'altro, credo etruscheggiante), le Cento Torri della corona, i Comuni, sono ancor più in bella evidenza, la stella rossa sostituisce la falce e il martello, meno iconica, e la mano che viene dall'alto dovrebbe esser minacciosa, ma potrebbe quasi apparire paternalisticamente protettiva.


Nel complesso, c'è comunque un comune rimando subliminale al gusto medioevale evocato dallo Scudo Crociato, che rimanda a prodi cavalieri medioevali più che ai condottieri latineggianti del fascismo (o al progressismo bolscevico). Lo scudo (ovviamente) e la torre rientrano anche in questo scudocrociato levatoio, esteticamente bello ma un po' ambiguo comunicativamente: sembra rappresentare l'elite che si asserraglia nei suoi privilegi tagliando fuori i servi della gleba (e probabilmente è abbastanza così).


Alla costituente del 1947, tra l'altro, si era optato per una scelta grafica incredibilmente sobria. Un onesto lavoratore che indica il simbolo da votare, con discrezione. Forse era complice il clima, in cui bisognava ancora collaborare coi social-comunisti prima dello scontro finale, e il che spiegherebbe come anche il manifesto delle comunali 1946 non ci mettesse ancora il carico da 90.


Le elezioni del 1948 invece stimolarono la DC ad usare appieno il proprio arsenale grafico. Il soldato sovietico come incarnazione della Morte Rossa che avanza verso ovest è molto bello, ma ci sono colpi ancora più bassi dal punto di visto comunicativo.



Il tema più efficace è, ovviamente: "I bambini, i bambini! Perché nessuno pensa ai bambini?" come ben sapeva la moglie del reverendo Lovejoy. Il frugoletto bianco su sfondo di una bufera rosso-nera è un simbolismo efficace e potente.



La fanciullina che stile Vispa Teresa finisce tutta allegra sotto i cingoli di un megablindo sovietico, invece, anticipa quasi la celebre foto di Piazza Tien An Men.



Meglio ancora, ovviamente, se assieme ai bambini moltiplicatisi a due (oppure i due di prima, riunificatisi) c'è anche una Madre minacciata. Virginale, data la candida veste, ma anche procacemente scollata, in una sottile ambiguità tipica di questi manifesti.


C'è un sottile compiacimento sadico in questa figura femminile in balia dell'orco comunista, che qui non solo le rapisce i figli, ma per sovrammercato la scudiscia con un gatto a nove code.


L'orco col flagello e il pugnale fra i denti è un luogo comune ricorrente nell'anticomunismo, anche se in questo bolscevico, paradossalmente, mi pare di riconoscere una (impossibile) buona caricatura di un Berlusconi più giovane dell'attuale. In questo caso alla risposta "E' lui che aspettate?" gli anticomunisti avrebbero dovuto replicare in coro di sì.



Nel sadismo subliminale non si manca neppure di mandare al rogo la povera donna-Italia, ma in questo caso alle tenaglie comuniste che l'imprigionano si aggiunge la fiamma rovente del movimento sociale italiano (oggi quel simbolo è usato dagli alleati dell'attuale DC, ma sono le classiche ironie della storia).


Non manca anche un pensiero alle madri che hanno perduto i figli in guerra, con un doppio colpo ai comunisti russi (che li hanno ammazzati) e ai fascisti italici (che li hanno inviati)


Ma se il registro prevalente è quello oleografico-pittorico, non manca uno stile tratto dal fumetto satirico d'epoca (vedi qui sopra, e più avanti) e scelte grafiche più moderne ed essenziali (sotto).



Il manifesto del Matich anticomunista, invece, anticipa uno slogan spesso usato dalla DC, e poi ripreso nel 1994 da qualcun altro (ovviamente, anche lui in campo ancor oggi, sia pure in netto declino).

I DC Comics degli anni '50 non sono quelli dei supereroi.


Si potrebbe continuare coi manifesti (e magari integrerò qualcosa), ma le variazioni più significative mi paiono queste. Interessante notare che in quei primi anni '50 la DC fece ricorso anche al fumetto, con adattamenti di ogni classico che si potesse piegare ai suoi scopi di propaganda.



Lottarono a fianco della DC vignettisti di primo livello come Guareschi, che si distinse per efficacia nella moderna e spietata sintesi grafica, e Jacovitti (oltre a un fantastico mazzo di carte propagandiste, il tema antibolscevico attraversa il suo Don Chisciotte, oltre a "Battista il fascista")



Ma parteciparono alla lotta anche adattamenti più popolari come un Pinocchio anticomunista e (più coerentemente) una Fattoria degli Animali (di Livio Apolloni, autore tutt'altro che disprezzabile anche se minore, nel 1947: l'ottimo cartone animato inglese è del 1954), fino a fumetti quasi boccacceschi di satira grassoccia contro Togliatti e soci. 





Non è un fumetto, ma la DC commissionò anche un libello di fantascienza distopica che immaginava cosa sarebbe successo se il PCI avesse vinto le elezioni, aprendo ovviamente una distopia degna del migliore Black Mirror, anzi, Red Mirror: un 1984 all'italiana, più gustoso nel gossip politico e più comprensibile al lettore.


E il PCI anni '50? Un rifiuto che segna un ritardo.

I comunisti (la coppia Palmiro Togliatti - Nilde Iotti in testa) erano invece ostili tout court al fumetto, che vedevano come prodotto archetipo della corruzione americana e che li attaccava ferocemente. Guareschi si fregiava di esser stato citato come "tre volte cretino" per l'invenzione geniale e crudele dei "trinariciuti", i comunisti che, da una terza narice, prendevano gli ordini nel cervello dal comitato centrale (e l'intuizione, brillante come molte del feroce polemista, ha un sapore vagamente cyberpunk). La propaganda di livello più basso (come il "Corriere dei PCIni") non esitava del resto a colpire basso, schernendoli sul piano personale per la loro relazione extra-matrimoniale, con efficacia velenosa.



Nonostante alcuni intellettuali collegati (Elio Vittorini in primis, e più timidamente Gianni Rodari) volessero sdoganare i comics, la coppia di ferro si oppose sempre a ogni tentativo di legittimazione (vedi qui per un ampio servizio al proposito). Sarà Oreste Del Buono, collaboratore nel 1947 del Candido di Guareschi (vedi qui) a operare più coraggiosamente e garibaldinamente per lo sdoganamento del fumetto a sinistra, fino a un'operazione come Linus (1965), con l'appoggio di Vittorini e di un intellettuale non organico come Umberto Eco, che nel 1964 aveva legittimato i comics in "Apocalittici e Integrati". 

Non è forse un caso che il Migliore, ovvero Togliatti, fosse appena passato a miglior vita l'anno precedente, nel 1963, privando il comunismo italiano del suo monolitico e autocratico leader, le cui scomuniche erano inappellabili come quelle di ogni "Papa Rosso". Con dieci anni di ritardo sulla morte di Stalin (1953), anche il PCI si de-stalinizzava dal suo leader infallibile, e i "Funerali di Togliatti" di Renato Guttuso rappresenta anche il funerale del tetragono realismo sovietico nell'arte di propaganda comunista italiana.

La DC anni '60: una modernizzazione che appanna la comunicazione.






Mentre i comunisti si avvicinano al fumetto e alla comunicazione moderna, rottamando il realismo socialista e inizieranno ad avere al loro arco mille penne aguzze (Crepax, Altan, e le legioni di collaboratori italici di Linus e Alter), la DC perde smalto. La svolta a centrosinistra con Amintore Fanfani e Aldo Moro impone uno stile più sobrio e una modernizzazione parallela al boom economico che i due "cavalli di razza" hanno guidato, svecchiato da consulenti americani che realizzano il famoso autogol "La DC ha vent'anni" (e commenteranno i comunisti, imbrattando i manifesti: "è ora di fotterla").

Curiosamente, è proprio il subliminale dei manifesti anni '50: i comunisti vogliono fottere l'Italia e la DC (simbolicamente e magari anche realmente, così come si è ambigui sul famoso "mangiare i bambini"). Ma ora che la DC rinuncia alla grevità salace e sceglie una scipita comunicazione da mercanti di saponette, la consegna come arma sardonica ai suoi avversari. Di lì in poi, la comunicazione DC diverrà spenta, sospesa tra rari slanci di aziendalismo americaneggiante e grigi burocratismi di maniera. Al limite, per trovare qualche azzardo ardimentoso, gaglioffo ma efficace, dovremmo leggere i manifesti dell'MSI. Ma questa è un altra storia, e andrà trattata un'altra volta.



Tra anni '70 e '80 (ma andrebbe indagato, anche questo) inizia a prevalere l'immagine fotografica, e quella comunicazione essenziale, neutra e positiva, avviata dalla DC nei '60 in modo ancora grafico diviene predominante, salvo singoli guizzi d'ingegno, e Forza Italia - nata anche da Publitalia, come quadri dirigenti - lo impone come paradigma della Seconda Repubblica.

Per paradosso, forse, è oggi, con l'età di internet e dei meme, che sta rinascendo una comunicazione politica brillante, paradossale, spesso feroce, volgare, scorretta e biasimevole ma certo più gustosa da studiare che un elenco di faccioni sorridenti tutti uguali, su uno sfondo azzurro cielo e con i colori del tricolore a punteggiare la grafica. Non so se sono io la persona più indicata per studiarla: magari dovrà nascere qualche nuovo critico della generazione dei Millennials in grado di nuotare tra i memers come un pesce nell'acqua (parafrasando Mao). 

Però anche questa nuova critica non dovrà trascurare le radici profonde, quel primo grande scontro propagandistico che ha fondato la nostra democrazia, due repubbliche fa.

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