Infinity War: i nostri Dei sono superuomini.




LORENZO BARBERIS

"Infinity War" (2018) di Joe e Antony Russo è il nuovo capitolo della saga degli Avengers, è indubbiamente un ottimo cinecomic di stampo corale. 

Un prodotto di intrattenimento in grado di funzionare particolarmente bene proprio grazie al numero altissimo di personaggi: se già serie di film interni al Marvel Cinematic Universe come Avengers, Guardiani della galassia o Thor - con il suo pantheon asgardiano - erano strutturati in modo corale, le varie squadre supereroiche confluiscono tutte qui su una unica scena affollatissima, come dimostra anche l'immagine di locandina (sopra).

La cosa poteva produrre un effetto caotico. Invece, come coglie correttamente Lorenzo Fantoni su Esquire (qui), il continuo salto da uno scenario all'altro permette di tenere sempre ai massimi la tensione narrativa. Si tratta, in fondo, del vecchio concetto di entrelacement dei poemi epici, portato al capolavoro da Tasso e soprattutto Ariosto.



La tensione epica del film è costituita anche dalla serialità sempre più stretta dell'universo narrativo del cinema marvelliano (ne parla bene anche Ilaria Mencarelli qui, su Lo Spazio Bianco). Il tema della ricerca ossessiva delle Gemme dell'Universo da parte di Thanos di Titano è un lungo set up che ha attraversato tutti i film precedenti, e che qui giunge al dovuto pay off.

Thanos, che è la grande novità del film, è molto ben scritto, un villain tutt'altro che monodimensionale nelle sue azioni e nelle sue motivazioni. Del resto, la grande coralità dei supereroi presuppone la presenza di un nemico singolo incredibilmente potente, un dio severo e spietato (ma non privo di una sua terribile logica). Naturalmente Thanos ha degli accoliti, i quali però - pur potentissimi su una scala umana - non si avvicinano nemmeno lontanamente alla sua statura cosmica.



L'innegabile status di divinità di Thanos (presente già nei fumetti originari di Jim Starlin, che lo creò nel 1977) rende più evidente che "Our Gods Wear Spandex", i nostri dei vestono le tute in lattice dei supereroi, come recita il titolo di un noto saggio del 2007 (vedi qui). Il suo nome rimanda infatti a thanatos, la morte come entità divinizzata, e il pianeta Titano, da cui proviene, è un richiamo ai Titani, le divinità spietate che dominavano il mondo prima dell'avvento degli dei olimpici.

Inoltre, Infinity War riprende da dove era finito l'ultimo capitolo di Thor, Ragnarok, che è l'inevitabile apocalisse e "caduta degli dei" del mito germanico, che qui avviene per mano di Thanos e dei suoi accoliti. E tutto il mito di Thor (1962, creato ovviamente da Jack Kirby e Stan Lee, che fa anche il solito cameo iniziale nel film) è una puntuale ripresa di tale immaginario nibelungico.


Gli altri eroi hanno statuto più umano, svolgendo anche una necessaria funzione di "mediazione" con il bisogno di immedesimazione degli spettatori. Ma in tutti c'è più di un contatto con un livello cosmico: diciamo che sono, se non propriamente dei, semidei.

Star-Lord dei Guardiani della Galassia è figlio di un dio, Tchalla (Black Panther) ricorda da vicino Tshaka, storico fondatore degli Zulu la cui storia si ammanta però di leggenda. Il Dottor Strange, umano, è però un occultista in grado del dare del tu agli dei (non a caso il confronto con la sua nemesi, Dormammu, vedeva similmente il confronto con un'entità divina).

Il più umano dei protagonisti principali (a parte comprimari che si limitano a una, magari riuscita, comparsata) è probabilmente Iron Man, magistralmente interpretato da Robert Downey Jr., uomo di incredibile intelligenza, coraggio e competenza tecnologica che si trova però costretto a confrontarsi con un piano superiore rispetto al quale non ha nessun reale controllo. Meno "in parte", volutamente, i due altri grandi eroi umani (che almeno hanno dalla loro una più o meno evidente mutazione): il supersoldato Capitan America (qui senza le sue insegne) e il moderno Jekyll/Hyde, Bruce Banner/Hulk, che non riesce più a risvegliare il proprio distruttivo alter-ego.


Insomma, un'ottima occasione di intrattenimento, che personalmente ho apprezzato per l'importanza del ruolo (anche in funzione del ruolo chiave nel finale aperto, e quindi negli inevitabili sequel) del Doctor Strange, figura meno nota (tolto gli appassionati) e giustamente rilanciata con film a lui dedicato e anche in questo ciclo corale, come dimostrava del resto la scelta di un attore acclamato del livello di Benedict Cumberbatch, molto in parte con il suo connaturato distacco snob.

In attesa del prossimo ritorno dei super su questi schermi, in un tempo in cui purtroppo avremmo spesso bisogno di loro.

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