Il Linus di Igort


LORENZO BARBERIS

Ho finalmente trovato e letto il nuovo Linus sotto la nuova gestione di Igort, autore fondante dell'attuale fumetto d'autore italiano. I miei ricordi di Linus vanno alla mia infanzia: come molti figli di baby boomers i miei genitori - che avevano visto il '68 in prima persona anche se a distanza, da studenti medi e poi di università scientifiche poco toccate dalla contestazione - apprezzavano però la rivista e in particolare i Peanuts, cui mi fecero avvicinare fin da subito.

Per paradosso, la cosa che ho amato meno del nuovo Linus è la copertina: e non per un sussulto di trumpismo o pruderie, ma per la vignetta che trovo non particolarmente efficace (nemmeno nella strip in cui è presentata). In più, è lievemente depistante, sembrando sottolineare quasi un Linus satirico, che non è, divenendo anzi esplicitamente fumettistico. Comunque sta nel gioco classico di Linus, che fin dall'inizio estrapola una strip e la rende copertina (con un procedimento quasi ripreso dal coevo Warhol di quel 1965 iniziale).

Bella la cover brossurata, "libresca", che consolida quella dignità del fumetto che Linus per primo aveva rivendicato 53 anni fa (ed è molto comoda in libreria). Il ritorno allo "sguardo bambino" evocato dal direttore Igort in una nuova poetica del fanciullino schulziano è coerente col rivendicato ritorno agli "antichi fasti" preannunciati. Ecco quindi che si reinizia con lo Schulz del 1950 (bella la scelta filologica dell'indicazione dell'anno), per proseguire col suo erede spirituale, il Watterson di Calvin ed Hobbes (1985).




In mezzo, in una posizione importante tra questi due riferimenti fondanti, un articolo illustrato che ho apprezzato molto per entrambi i nomi coinvolti. Da un lato, ho apprezzato la riproposizione di Houellebecq (qui la mia recensione del suo complesso "Soumission"), sbrigativamente consegnato alla "destra" mentre le sue riflessioni critiche sono molto più complesse e ad ampio raggio. Dall'altro, ho amato che il suo abbecedario sia stato illustrato da Lorenzo Mò, brillante e giovane disegnatore monregalese (qui una bella intervista sul nostro locale Culture Club 51, del bravo Paolo Roggero). Immagini nitide, surreali, pop, non "illustrative" in senso banale ma in grado di creare un sulfureo controcanto congeniale a un autore come H., che poco sopporta letture didascaliche.

Le storie fumettistiche "a stampino" di Seth (2009) sono una brillante riflessione sul senso dell'arte sequenziale, bello anche "Sos Gatti" di Gabrielle Bell, che va nel senso di una riflessione surreale sul vissuto quotidiano sfruttando i grandi archetipi da Coconino County, il topo, il gatto, il cane e la loro eterna lotta. In mezzo, ho apprezzato anche l'articolo sulla fantascienza nell'età delle serie post-tv, con contenuti che bene o male conoscevo (da appassionato del genere) ma che apprezzo per l'oggettivo "sdoganamento" che rappresentano su Linus.



Skinny Cat di Fabio Viscogliosi è un'altra bella scoperta, anche se - nella indubbia raffinatezza grafica - più vicino a una concezione tradizionale della strip rispetto a nomi iper-pop dell'ultimo Linus come Hurricane Ivan o Fabio Tonetto. Ma indubbiamente la scelta appare, qui, nel senso di una coerenza di visione e di un segno che, pur sperimentale, resta più legato ad un'eleganza classica.

Notevole il lavoro storico invece su Vaughn Bodé, "Jim Morrison" del fumetto, che presenta alcune lisergiche tavole del 1972 (bella davvero l'idea di "storicizzare" con cura le tavole presentate, unitamente a questo "scavo" cronologico che attraversa le decadi del fumetto. A margine, è interessante come queste brevi storielle abbiano già qualcosa in sé del contorto "magick" di autori più recenti quali Moore o Morrison.




Bello anche lo studio su un cartoonist davvero seminale quale Feininger, "pittore astratto prestato al fumetto" e grazie a questo precoce personalità autoriale con tanto di nome cubitale e autoritratto campale in copertina. Il segno è in effetti preziosissimo in queste tavole del 1906 che anticipano di un anno il cubismo di Picasso con una elegante vicenda alla Moby Dick in comics di tre pagine. 

Interessanti nel complesso anche le altre storie, di Sammy Harkam, Tommi Musturi e l'italiano Davide Toffolo (e più avanti lo psichedelico Ron Regé Jr.) con un inserto da un fumetto più ampio che forse è meno ideale per una rivista di questo tipo.

Davvero potente poi la conclusione nel segno di Tsuge Yoshiharu, uno dei padri del fumetto nipponico contemporaneo, autore del Geki-Ga, le "immagini drammatiche" contrapposte a quelle "disimpegnate" del Man-Ga. Igort inquadra l'opera con una bella prefazione (testimoniante anche il suo profondo rapporto con il fumetto nipponico, di cui avevo accennato minimamente qui).

L'inserto Resist, leggibile rovesciando l'albo (e "free") raccoglie tavole di indubbia bellezza ma un po' frammentarie, su cui è difficile per me dare una opinione. Ma, nel complesso, l'immagine è di un prodotto molto bello, anche e innanzitutto come "oggetto libro", e interessante per la focalizzazione sul fumetto con uno sguardo ad ampio raggio, storicamente fondato e decisamente istruttivo. Nell'attesa del prossimo numero e della celebrazione di Pazienza.

Post più popolari