Narratologie Radical Chic.


LORENZO BARBERIS

E' scomparso lo scorso 14 maggio l'americano Tom Wolfe, che ho letto meno di quanto dovrei: l'inventore del New Journalism, che lui definiva Literary Journalism, lontano dall'oggettività delle "5 W" anglosassoni (che da noi c'è sempre stato poco) e incentrato sul punto di vista dell'autore.



La fama di Tom Wolfe è tale che ha un suo spazio anche nel fumetto (vedi qui: https://www.cbr.com/tom-wolfe-marvel-universe/), si è occupato di raccontare in toni caustici il mondo della psichedelia (1968) e il mondo dell'arte (1975), sostenendo che dopo l'abbandono della tradizione, l'arte fosse divenuta più un fatto legato alle parole per spiegarla che all'aspetto visivo: una "parola dipinta" (in Italia, Argan fa considerazioni abbastanza simili, in chiave più positiva). In modo simile, decostruirà anche i "Maledetti architetti", mettendo insomma in crisi tutti i pilastri della chiccheria radicale.


Infatti, soprattutto, Wolfe è il creatore del termine "Radical Chic" (1970), parola abusata, che inizialmente indicava una sinistra davvero intellettuale e radicale (Bernstein che appoggia le Black Panthers), ma oggi mantiene solo più il disprezzo per l'intellettualismo, e si applica anche alla sinistra più annacquata, attualmente - in Italia e non solo - nella crisi più nera. Non l'accusano di essere radical chic solo perché perfino questo termine è troppo colto, troppo raffinato, e troppo poco offensivo.


Genette

Se il 14 maggio 2018 ci lasciava Wolfe, meno noto ancora è che l'11 maggio ci aveva lasciato Gérard Genette, che con "Figures" (1966) è il padre della narratologia, che ha trasfuso lo strutturalismo anche nello studio della letteratura.



Come insegnante, mi diverte aver studiato ancora nell'era del predominio di un blando marxismo o perlomeno materialismo (col brillante e monumentale "Il materiale e l'immaginario"), studiando la semiotica di Eco dopo averlo scoperto per passione letteraria al liceo (Il nome della Rosa e soprattutto il Pendolo) e infine, dopo un'infarinatura alla SIS, usare in pratica nell'insegnamento le teorie della narratologia che hanno alla fine trionfato.

Così di fatto parliamo più di narrativa che di letteratura, analizziamo il narratore in mille vulgate più o meno fedeli allo studio originario, se interno o esterno, in prima o in terza persona, e come scorre il tempo del suo discorso. Meno utilizzo ha la parte a mio avviso più interessante, quella che va a verificare i vari livelli di narrazione (e di narratori). Si presta bene all'analisi dei Promessi Sposi, intramontabile classico di Seconda, che non a caso è molto postmoderno nel suo uso della cornice narrativa. Ma anche applicato a Boccaccio ha il suo perché.

Se proprio vogliamo, mi ha sempre colpito come una teoria incentrata su raffinate complicazioni d'intreccio spazio-temporale abbia sempre tenuto in poco conto la fantascienza, che di questi intrighi vive nelle sue incarnazioni migliori, e il fumetto, che nei suoi tratti più sperimentali offre schemi altrettanto complessi di intersezioni (Chris Ware, ma non solo). Sarà l'eterno influsso dell'egemonia radical chic.

Cotroneo.


Ivan Cotroneo invece è vivo e vegeto, e se ne scrivo è perché il 5 maggio ho avuto modo di sentirlo al Festival della TV a Dogliani. Con Cotroneo ho un rapporto ambivalente, perché da un lato è l'autore di quella TV che Boris satireggia: nel 2008 il suo rinnovamento con "Tutti pazzi per amore" si traduce nell'introduzione della famigerata locura nel conservatorismo televisivo italiano. Non a caso nella sua prima fiction, precedente, un frate viene a scoprire di avere avuto un figlio, ma in fondo resta sempre rassicurante figura religiosa.

Però Cotroneo, proprio come Boris (o meglio, i suoi più smaliziati sceneggiatori) mi sembra consapevole di quel che fa, e si è occupato anche di prodotti validi, come la sceneggiatura del film di Paz!, celebrazione di Pazienza imperfetta ma comunque meritoria, almeno come esperimento, e il suo film, La kryptonite nella borsa, resta uno di quei piccoli classici (tangenzialmente fumettistici) che vorrei sempre vedere.

Mi ha colpito che parlando del suo ultimo Sirene (2017) abbia spiegato che avrebbe voluto trattare dell'amore per un alieno, ma sia stato poi costretto ad optare per un fantastico più "rassicurante", le Sirene appunto. Insomma, questo Rinascimento Rai è sempre molto cauto e ricco di compromessi (Boris, appunto). Se volessimo chiudere il cerchio, potremmo dire una narratologia nelle mani dei radical chic.

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