Il Barbiere Letterato



LORENZO BARBERIS

Ho intitolato questo blog "barberist" per l'ovvia ragione che barberis era già preso da un blog totalmente inutilizzato apparso prima, e il termine indica "barbiere" in inglese (in alternativa con il più comune "barber"). Ma alla fine la scelta mi è piaciuta, perché il barbiere è comunque la prima forma di intellettuale del villaggio, e quindi si attaglia bene alle discussioni effimere da blog.

Qualche anno fa, per presentare a Mondovì la bella rivista Carie, avevo ripercorso il rapporto tra dentisti e letteratura (e cavadenti e barbieri cerusici sono in fondo cugini, nelle età antiche): da qui mi era venuta l'idea di fare un simile percorso anche sui barbieri, che hanno a mio avviso ancor più rilevanza letteraria.

Casta medico-sacerdotale fin dall'antichità, per l'esigenza di manovrare rasoi per vari scopi (i resti più antichi datano all'età del bronzo, verso il 3500 a.C.), il barbiere (cureus) diviene un artigiano fondante della cultura greca, che dalla cura di barba e capelli distingue sé stessa dagli incliti barbari (il cui nome significa "balbuzienti", coloro che dicono "bar bar"; ma appunto che portano anche la barba incolta).

Il negozio di barberia al centro dell'agorà era quindi già in Grecia - e Magna Grecia - un luogo di scambio e conversazione, giungendo poi nel 296 a.C. in in una Roma sempre più ellenizzata nei costumi, col tonsore romano. La prima tonsura di un giovane aveva un preciso valore rituale, residuo dell'antico valore rituale. Proprio forse per tale forte identificazione con l'età pagana, col cristianesimo tale rito decadrà in favore, in generale, di una barba incolta nell'alto medioevo.

Il barbiere dal medioevo all'Età moderna.

Il barbiere rinasce come ordine specifico nel basso medioevo. Nel 1163 al Concilio di Tours, Papa Alessandro III proibisce infatti agli uomini di chiesa di occuparsi di medicina; e assieme al medico moderno rinasce cosi il barbiere, spesso anche cerusico. Nel palo da barbiere, la fascia rossa e bianca alternata rappresentano il sangue venoso e le fasce bianche usato per chiuderlo. I barbieri perderanno il diritto di prelevare sangue a metà '500, con lo stato assoluto moderno, ma manterranno quello di cavare denti molto a lungo, fino alla separazione definitiva delle corporazioni dei cerusici e dei barbieri, nel '700.

La parola appare in italiano, come molte, nel '300, e la troviamo in un sonetto che un poeta minore scrive a Boccaccio:

Riccio Barbiere a messer Giovanni Boccaccio.

     S’io avesse più lingue che Carmente
     Non ebbe o fosse Apollo in me inchiuso,
     Sarebbe el sole nell’orion rinchiuso
     Più d’una volta, del nostro oriente

     Che io potesse dire enteramente

     Vostra magnificenza e moderno uso:
     Ond’io però di ciò a voi mi scuso
     A guisa ch’al maestro fa et discente.

     Ma più del dubbio à presso lo ’ntelletto,

     Il qual di vera luce più m’affosca,
     Che non fa la nebbia verde lama.

     Se uom può più amar che non conosca

     E se conoscer può più che non ama,
     Come da voi per altra volta è detto,
     Da voi siami chiarito con effetto

LXXVIII.
Risposta a Riccio Barbiere

     Allor che ’l regno d’Etiopia sente

     Il rodopeo cristallo esser deluso,
     E de’ sui ogni serpe leva el muso,
     Surge a’ mortali un nobile ascendente,

     Del quale fe’ la Sidonia dolente

     Pruova, al parlar, che sai, alto e diffuso;
     Non Pompeo Magno, Iuba o il nobil Druso
     Viddero el ciel mai oprare altrimente.

     Però, se ben ti recherai al petto,

     Con quale ago vedrai punga la mosca
     Di ciò che ’l tuo disio sì caldo brama.

     Vedrai anchora che lla gente tosca

     Risponder sappia quand’altri la chiama,
     E pper rampogna rendere un sonetto:
     Ben ch’arte non sia a tte qual l’intelletto

Non toscano (Boccaccio gli replica spiegandogli polemicamente i costumi "della gente tosca"), Riccio voleva sapere come si può amare più che non si conosca e conoscere più che non si ama: gli è mostrato con lo stesso esempio del suo errore che, in fatto di dottrina, può esser vera almeno la prima di queste due proposizioni. Notiamo che anche il nome, "riccio", si collega a un tratto della capigliatura, e sembra anch'esso identificativo professionale; se Barbiere non fosse cognome ma professione, avremmo un primo barbiere-poetastro della tradizione lirica italiana.

Ma il più autorevole barbiere-poeta è Domenico di Giovanni detto il Burchiello (1404-1449), barbiere iscritto alla corporazione degli Speziali (come Dante) e poeta particolarmente criptico, cervellotico, irregolare. La sua bottega era il fulcro di una certa resistenza antimedicea, che voleva indicare anche un alchemismo medioevale "basso" opposto a quello nuovo e alto, classicheggiante, di Poliziano e Marsilio Ficino (vi si opporrà, nella corte medicea, il Pulci). Anche nella lirica più nota si accenna in modo oscuro anche alla sua professione di barbiere, accennando al Diaquilonne, un impiastro per rendere biondi i capelli (l'acqua ossigenata, probabilmente, o mistura simile).

Nominativi fritti, e Mappamondi,
E l'Arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti Chirieleisonne
Per l'influenza de' taglier mal tondi.
  La Luna mi dicea: che non rispondi?
E io risposi; io temo di Giansonne,
Però ch'i' odo, che 'l Diaquilonne
È buona cosa a fare i capei biondi.
  Per questo le Testuggini, e i Tartufi
M'hanno posto l'assedio alle calcagne,
Dicendo, noi vogliam, che tu ti stufi.
  E questo fanno tutte le castagne,
Pe i caldi d'oggi son sì grassi i gufi,
Ch'ognun non vuol mostrar le sue magagne.
  E vidi le lasagne
Andare a Prato a vedere il Sudario,
E ciascuna portava l'inventario.

Dal Burchiello deriverà tutta una "poesia alla burchia" (che vale a dire, "piratesca") opposta al canone slavato del lungo petrarchismo classicista, oggi rivalutata come antesignana del surrealismo e finanche della Pop Art (poiché il surreale scaturisce da un assemblaggio di cose comuni, di consumo). Una poesia barbieresca nell'intimo, dunque, e non solo per coincidenza.

Passando al codificato e manierista Rinascimento cinquecentesco, monsignor Giovanni Della Casa, autore del Galateo, la perfetta guida del gentiluomo cortigiano teorizzato dal Castiglione, accomuna Barbieri, cavadenti e castraporci (qui, temo, in senso spregiativo di "rabbini") come pseudointellettuali che hanno il suo stesso nome (che così lo odia).

Cappellani, i notai, i pedanti
(Vi so dir io, non ne va uno in fallo)
Gli hanno nome Giovanni tutti quanti.
Così qualche intelletto di cavallo,
Barbier o castraporci o cavadenti
Sempre han viso d’aver quel nome, ed hallo.

L'astio del pretino cortigiano verso il barbiere, che emerge nel galateico Della Casa, è indubbiamente la spia dell'irritazione per l'invasione del campo dei clerici, unici detentori della cultura, da parte di questi nuovi pseudo-intellettuali che emergono dalla plebaglia.

Nel '600, il barbiere però si affianca ancora al curato, come autorità laica, in Cervantes, nel tentare di distogliere Don Chisciotte dalla sua folle ossessione per i poemi cavallereschi, ma con scarsi risultati: e mancandogli un elmo, Don Chisciotte recupera a tal scopo proprio la bacinella del barbiere (in questo modo il suo aspetto è ridicolo come se avesse uno scolapasta in testa). L'elemento iconografico - usualmente poco noto: ormai vediamo l'elmo di don Chisciotte come uno strano elmo del periodo - sottolinea la stretta connessione tra la cultura "da barberia" e la follia donchisciottesca. Don Chisciotte in fondo è il primo nerd, il primo otaku, il primo a prendere sul serio vicende immaginarie che andrebbero circoscritte al reame della fantasia, buone appunto per qualche lettura sulla sedia del barbiere.

Il Settecento: il barbiere illuminista. Il Figaro di Beaumarchais.

Il '700 è il secolo in cui il barbiere va alla riscossa: da sempre, nel paese, l'autorità laica del barbiere fronteggia quella del parroco (come traspare anche nel Chisciotte, di cui abbiamo detto). E nel '700 il laicismo da barbiere va alla riscossa dell'illuminismo, a fianco della caffetteria come luoghi dove si legge il giornale e si parla liberamente.

Nel '700 non a caso una barbieria appare in Goldoni, ne "La bottega del caffé" (1750)

La scena stabile rappresenta una piazzetta in Venezia, ovvero una strada alquanto spaziosa con tre botteghe: quella di mezzo ad uso di caffè; quella alla diritta, di parrucchiere e barbiere; quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia biscazza; e sopra le tre botteghe suddette si vedono alcuni stanzini praticabili appartenenti alla bisca, colle finestre in veduta della strada medesima. Dalla parte del barbiere (con una strada in mezzo) evvi la casa della ballerina, e dalla parte della bisca vedesi la locanda con porte e finestre praticabili.

I tre locali hanno una forte valenza simbolica: la bisca è la corruzione del gioco d'azzardo, il caffè il buon senso del borghese che non si abbandona all'alcool ma usa la sobria ed energizzante bevanda per esser produttivo nei suoi affari, leggendo magari i giornali ("la messa mattutina dell'uomo moderno", per Hegel). Il barbiere, invece, è luogo intermedio, di pettegolezzo ma anche di informazione: non ci si deve perdere, ma non è nemmeno del tutto da escludere.



Questo sonetto di Giovanni Francesco Lazzarelli ne La Cicceide (1780) è interessante per la battuta antisemita finale, che sottolinea un parallelo irridente anche tra il barbiere e gli ebrei, svilente per l'autore per il primo. Ritorna questa marginalità del barbiere come maltollerato intellettuale non organico alla corte e alla chiesa, simile appunto all'ebraismo in un quadro generale più ampio. Un ruolo simile, al nuovo caffettiere che in Goldoni si sta sostituendo all'Oste (tollerato perché, pur greve, somministra nella taverna una gradita "sbronza dei popoli" che li tiene sotto controllo, e non tenta di farli pericolosamente s-ragionare).

CCLXXII


Al Barbiere, che doveva cavar sangue a D. Ciccio.


          Benché al Barbier si tolleri, e permetta
     Tagliar le vene ad un, che sia mal sano
     Acciò non resti maggiormente infetta
     L’altra parte miglior del sangue umano;

          Tu non di men, s’in testa il cervel sano
     Ti conservò fin or la tua berretta,
     Da quella di D. Ciccio alza la mano,
     8e non v’insaguinar la tua lancetta.

          Perché, se prendi un simile imbarazzo,
     Corri pericol, che l’Ebrea Nazione
     Ti faccia un qualche rigido strapazzo.
     E certo, che n’avria grand’occasione,
     Poiché mentr’ella circoncide il C....

     Tu non dei circoncidere un C....

Naturalmente, il grande barbiere del canone letterario europeo è quello di Pierre Augustin Caron de Beaumarchais (1732-1799), "Il barbiere di Siviglia", ideato nel 1773 - l'anno di scioglimento dei gesuiti, primo grande successo illuminista in vista delle grandi rivoluzioni - e protagonista di una trilogia con "Le nozze di Figaro" (1778) e "La madre incolpevole" (1789).

Pieno portatore di quegli ideali illuministici borghesi anticipati già da Goldoni nella sua "Bottega del caffè", opera fortunatissima, che coglieva bene lo spirito dei tempi, specie nelle messe in scene teatrali e operistiche. Naturalmente, l'opera sarà resa immortale dall'adattamento musicale di Gioacchino Rossini del 1816, che crea il definitivo monumento al barbiere come "factotum della città" (mentre le Nozze alchemiche del barbiere saranno celebrate dal massone Mozart, nel 1786).


L'Ottocento: il barbiere critico. Il Figaro giornale.

E Figaro, tramite l'Opera, è appunto il Barbiere che scavalla i due secoli, come Napoleone in ambito storico, teste il Manzoni del 5 Maggio. Oltre al capolavoro rossiniano, infatti, dedicato a Figaro sorge il più antico - e, a periodi - il più diffuso giornale francese tuttora in pubblicazione. "Le Figaro" nasce nel 1826, in piena restaurazione (anche se all'alba di quel 1830 che in Francia rimetterà tutto in discussione), e a metà Ottocento si impone come il giornale parigino e letterario per eccellenza. Rivelando veri o presunti retroscena del bel mondo delle lettere illude i lettori borghesi di esserne parte. Prudentemente apolitico, sempre al di qua dei rischi della censura, si schiera anzi solo contro le eccessive fughe in avanti, come la Comune del 1871. 

A fine Ottocento la sua autorità è così riconosciuta che le avanguardie nascono qui: il manifesto dei Simbolisti nel 1886, nel 1897 il patriarca del naturalismo, Zola, vi lancia il suo celebre J'Accuse con cui difende Dreyfus dalle infamanti falsità del processo antisemita. Nel 1909, è l'italiano Marinetti a usarlo come pulpito per fondarvi il Futurismo. Nel 1914, il direttore è assassinato dalla moglie del Ministro delle Finanze, che era stato attaccato dal giornale.

Dopo aver virato a destra anteguerra, con un editoriale di De Gaulle nel 1944 si segnala come il giornale dei repubblicani contro i social-comunisti, e sarà anche la testata di opposizione a Mitterrand. Resta, comunque, un pilastro sotto il profilo letterario.

Se quindi un barbiere francese, il Figaro, sarà il nume tutelare dei letterati europei tra Otto e Novecento, abbiamo dei barbieri anche nel canone italiano.

Ugo Foscolo accomuna di nuovo in un sonetto satirico i parrucchieri e i cavadenti come falsi intellettuali, riconosciuti ormai "per burla" come gentiluomini. In questa accozzaglia di neo-intellettuali dal basso (che il vero letterato classicista deve respingere come la legione che sono) vi sono anche musicisti, poliziotti, attori comici, sindaci e tenutari di bordello. Insomma, gentaglia che non lavora come bestia da soma nei campi e nelle officine, e ha quel minimo tempo libero per elaborare un'opinione che sfida il letterato professionista.

     Suonatori di corni e di tromboni,
     Comici, cavadenti, parrucchieri,
     Birri, gendarmi, sindaci, lenoni,
     Si chiamano per burla cavalieri.

Un barbiere intellettuale (e anti-intellettuale) appare in Petruccelli della Gattina (scrittore, citato da Eco nel Pendolo di Foucault: gli attribuisce il premio letterario della Garamond, l'editrice esoterica del romanzo. Massone risorgimentale per tradizione famigliare, con "I moribondi di Palazzo Carignano" scrisse una prima satira dei giochi di palazzo dell'Italia unita). L'opera è Il sorbetto della regina, dove appare un barbiere reazionario. Intellettuale, dunque, il barbiere, ma limitato e gretto.

Mastro Zungo era nato coll’istinto della chirurgia. Le cattive condizioni di fortuna ne avevano fatto un semplice barbiere. La sua intelligenza era organizzata per esser chiara ed acuta; la mancanza di coltura ne aveva fatto uno scopeto, in cui nessuna punta di aratro aveva mai aperto un solco. Ad ogni modo, mastro Zungo si poteva considerare come un buon diavolo, quantunque egli credesse che l’intelligenza sia un tristo dono del Creatore ed il verme roditore di questo secolo che esamina tutto, dalle encicliche del papa all’elasticità del piede della pulce.

Egli, per esempio, odiava i letterati, i giornali, il carbonarismo (a quell’epoca i democratici si chiamavano carbonari), i Francesi, l’eleganza, la bellezza, i fiori, la primavera, tutto quello che sa di aurora e di armonia. Amava, all’incontro, il cattivo tempo, i gendarmi, i doganieri, la bruttezza, la messa cantata, i cappuccini, la tragedia, la quaresima e la faccia tonda e rubiconda dell’arciprete, ch’egli sbarbava ad occhi chiusi. Aveva sopratutto una specie di frenesia pei sette sacramenti. Ora, siccome il sacramento del matrimonio ha qualche cosa di più sostanziale che quello dell’estrema unzione, aveva finito col maritarsi.

Se usciamo dal caso italiano, bozzetti dal barbiere ne scrivono Twain e Checov, e a ben cercare probabilmente molti altri; il più inquietante è Benjiamin Barker alias Sweeney Todd, figura semileggendaria inglese che sarebbe stato uno dei primi serial killer. Apparve anche al cinema dal 1936, come The Demon Barber of Fleet Street, con una nuova incarnazione nel 2007 ad opera di Johnny Depp (film che vincerà il Golden Globe). In fondo, anche il più celebre Jack The Ripper era un maestro del bisturi: macellaio per l'ipotesi riduzionista della polizia, medico e di corte per i complottisti, potrebbe proprio essere anch'egli un barbiere cerusico come soluzione mediana di compromesso.


Il Novecento

Se nel '900 dobbiamo ancora tener conto dell'autorità del Figaro, nume tutelare di carta per simbolisti e veristi, e anche per le nascenti avanguardie storiche col futurismo marinettiano, arriva anche un nuovo barbiere non-euclideo.

Nel Novecento infatti c'è anche il celebre Paradosso del Barbiere di Betrand Russell, formulato nel 1918, benché un po' meno noto del celebre Gatto di Schroedinger o della Teiera dello stesso Russell (che dà il nome a un giovane gruppo musicale delle mie parti).

In un villaggio vi è un solo barbiere, un uomo ben sbarbato, che rade tutti e solo gli uomini del villaggio che non si radono da soli. Chi rade il barbiere?

Il barbiere così non può radersi da solo, né andare dal barbiere (cioè se stesso, perché ricadrebbe nel primo caso). Un paradosso assurdo, che serve a introdurre i concetti di insiemistica (il barbiere può essere espresso come il punto di incontro tra i due insiemi) e a ragionare sulla logica formale.

Intanto, nel 1928, con la seconda rivoluzione industriale nasce la nemesi definitiva del barbiere: il rasoio elettrico, che compie la rivoluzione iniziata nel 1895 con il rasoio monouso. Nel mondo moderno ognuno tende sempre più a divenire il barbiere di sé stesso, e da bottega essenziale la barbieria viene disertata prima dagli hippie, che rifiutano tra '60 e '70 la convenzione borghese del radersi, e poi dal neoindividualismo del self made man anni '80 che la barba la fa da sé. Il barbiere sopravvive, ma in modo residuale, un po' presso i nuovi europei (mi hanno parlato benissimo di alcune barberie arabe) e un po' presso gli hipster che della cura identitaria della barba hanno fatto un tratto distintivo, portando al fiorire di nuove barberie intellettuali e social.

Insomma, tutti barbieri, e quindi nessun barbiere. Il tonsore di Russell resta disoccupato e il paradosso si risolve. Almeno quello logico-matematico: perché i barbieri letterati restano legione, e anzi incrementano sempre più.


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