Nathan Never / Generazioni



LORENZO BARBERIS.

Di Nathan Never ho spesso parlato su questo blog: sia direttamente del fumetto creato da Medda, Serra e Vigna nel lontano 1991, di cui seguii con interesse la nascita negli anni delle mie superiori, sia in paralleli con le altre testate bonelliane.

Due anni fa, valicato il fatidico numero 300, la testata ha visto l'avvio di alcune miniserie guidate dai tre padri fondatori: Annozero di Vigna, cui è seguito Rinascita di Medda e adesso questo Generazioni  ideato da Serra, che ne ha affidato la realizzazione ad Adriano Barone e Giovanni Eccher.

Nathan Never si conferma così una testata sperimentale, come già avvenuto a partire dagli anni '90 dove, con le Saghe in continuity più serrata ed effetti permanenti sul mondo narrativo dell'eroe (la prima quella di Atlantide, nel 1996) aveva introdotto quel tipo di innovazione oggi portata avanti da Orfani, con una modulazione più moderna della serialità bonelliana. 



Questo nuovo restart lo trovo molto interessante, perché va a riprendere i vari filoni che sono confluiti nelle avventure dell'Agente Alfa e li va in pratica a spacchettare, indagando sulle singole influenze.

L'albo regolare n. 324.

L'albo cui viene allegato il numero zero, Il Segreto di Eve Lynam, è una storia di Alberto Ostini con i disegni di Elena Pianta, e rappresenta per me l'occasione anche di gettare uno sguardo alla regolare. Non la trovo cambiata di molto rispetto ai primi numero cento: ma forse è anche parte di una (giusta) strategia di marketing per ricatturare il vecchio lettore che in Nathan Never cerchi una sorta di cyberpunk all'italiana.



Similmente, la cover di Sergio Giardo - il cui segno è indubbiamente interessante e particolare - ha un'impostazione molto classica e molto didascalica (a partire, ma qui è un fatto grafico, dallo strillo in giallo della novità che altera la composizione della pagina). La damsell in distress, i cattivi mascherati, l'auto volante, la città tentacolare, l'eroe armato di pistola... l'elemento più interessante, quasi invisibile, è il quadro di Picasso seminascosto nell'ombra sulla sinistra, appropriato per il collezionismo del mondo antico operato dall'eroe.

Anche il frontespizio ci offre ancora il Nathan Never del numero uno, l'agente spaziale Alfa, mentre la storia volge più dalle parti del cyberpunk melanconico di Blade Runner, de Gli occhi di uno sconosciuto ed altre storie di patetismo per il tecnofreak.

Eve Lynam mi suona come una "Evelina", nome demodé che mi toglie un tot di fascino fantascientifico (a meno che non sia una voluta citazione dell'Eveline dei Dubliners di Joyce? Ma l'eroina, benché patetica anche lì, lo è in modo diverso).




I disegni di Elena Pianta, minuziosi, ricchi di sottili dettagli hi-tech, smerigliati di retinature, sono indubbiamente belli a vedere e funzionali alla storia (belle soprattutto alcune "griglie a nove", a inizio e fine albo). Il viraggio noir è meno accentuato di quanto avrebbero offerto, ai tempi, i disegni in netto bianco e nero di uno Stefano Casini o di un Nicola Mari, ma sono scelte, anche narrative: e qui siamo abbastanza lontani dall'iniziale stile da romanzo nero di poco adattato al futuribile, in una città tentacolare che è la Milano3000 di un cyber-Scerbanenco.

No: l'algida freddezza del segno rimanda ad una trama sottile e spietata, dove la buona costruzione giallistico-complottistica rispecchia una parallela, razionale motivazione per il declino della sventurata protagonista. Anche il patetismo funziona, perché la Pianta si rivela comunque abile nell'intessere l'espressività delle emozioni, specie in connessione alla protagonista.


Lo stile compositivo è molto misurato, muovendosi nei dintorni della gabbia bonelliana senza particolari fughe in avanti, cosicché le rare violazioni della struttura sono particolarmente efficaci, come il correlativo-oggettivo finale che dà un senso a molti simbolismi sparsi nell'albo.



Un elemento che mantiene in me un dubbio, quasi emblematico, è il mancato aggiornamento del cyberspazio, che resta nella grafica a quadrettoni di un videogame anni '80 in stile Tron. La cosa spicca anche perché il resto dell'estrapolazione scientifiction è interessante, sempre dalle parti del cyber anni '80 che, però, non ha perso di attualità. Con toni diversi, potrebbe essere una puntata di Black Mirror, che ha ragionato molto ultimamente su questi temi.

Parzialmente superato già nei '90, adesso è adorabilmente fuori tempo massimo, e probabilmente gli appassionati della testata lo adorano per questo.

Generazioni - Numero zero.


Ma passiamo a questo numero zero, sceneggiato da Adriano Barone. La derivazione è chiaramente dal manga, come reso evidente anche dai disegni di Massimo Dall'Oglio. Online ho letto il riferimento a Blade!, che non conosco ma che indubbiamente, da quanto ho visto, contiene dei possibili rimandi. 

A me viene da pensare ad EvangelionAlita, e in generale a tutto un certo stile di manga (ed anime) ipertecnologici affermatisi nel periodo in cui sorgeva la testata. In fondo, Nathan Never nasceva anche come risposta bonelliana alla anime invasion, che dopo aver colonizzato l'immaginario televisivo degli '80 aveva trainato il successo dei manga in edicola negli anni '90.

Se il segno restava "italiano", l'uso di retini, un montaggio di pagina più libero, le splash pages e i temi cyberpunk erano tutti un rimando (anche) a quell'immaginario.



Barone e Dall'Oglio si muovono con grande abilità nel montaggio "nipponico",  approfittando bene degli ulteriori margini di libertà stilistica concessi nel corso degli anni.

C'è anche un gustoso accenno di meta-letterario, in cui si attribuisce il multiverso che viene spiegato a una tri-mente. Un riferimento quasi alla Trinità (concetto tra l'altro non del tutto esclusivo del culto cristiano), possibile rimando ai "tre magi" di Evangelion e, sopra tutto, al trio della "banda dei Sardi" fondatore del fumetto.

L'inevitabile "spiegone introduttivo" (e per una volta, non conclusivo) dell'antagonista dell'albo è vivacizzato da un montaggio che diviene anche di incredibile modernità, con vignette che galleggiano oblique in doppie splash page smarginate, di grande impatto visivo.



Interessante è il sottile livello metafumettistico che Barone e Dell'Oglio imbastiscono: infatti, nel chiarire le vignette che vediamo in quest'albo come "finestre spazio-temporali" sui vari mondi del multiverso, sottolineano anche la loro funzione di comunicazione col lettore, che tramite queste finestre entra in relazione col mondo dei personaggi.

Si tratta ovviamente di temi fantascientifici e postmoderni già trattati altrove, ma il modo con cui vengono declinati è particolarmente originale e stimolante, come confermato anche dalla carrellata di cover che segue la fine della breve storia.

Ogni nuovo universo narrativo è infatti un possibile numero zero per futuri nuovi spin-off neveriani. Forse non tutti saranno sviluppati, ma è interessante e abbastanza sperimentale anche questa modalità di "gemmazione" - o, appunto, di "Generazione", come da titolo della miniserie - di nuove diramazioni narrative (che consente tra l'altro di tastare il polso ai gusti del pubblico vedendo quale singolo albo viene preferito).

Non mi resta dunque che rimandarvi al primo capitolo della saga creato da Giovanni Eccher, Hell City Blues,, di cui sicuramente avrò modo di tornare a parlare.


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