Mercurio Loi 11 / Il circolo degli intelligentissimi


LORENZO BARBERIS

Di nuovo un bell'albo per Mercurio Loi ormai bimestrale. La nuova storia di Alessandro Bilotta, con disegni di Sergio Gerasi, colori di Andrea Meloni, lettering di Omar Tuis e copertina di Manuele Fior va a toccare uno dei temi centrali del personaggio: il "complesso di intelligenza" che, doppio ambiguo e non lineare di Sherlock Holmes, inevitabilmente lo affligge.



Fin dalle prime tavole colpisce il segno di Sergio Gerasi, minuzioso e differente da quello che ricordavo sugli ultimi Dylan Dog dove mi era capitato di leggerlo (vedi qui). Vero che già le ultime prove su Dylan (come il Pianeta dei Morti, dove per l'appunto aveva, in bianco e nero, collaborato proprio con Bilotta) mostravano l'evoluzione di un segno più sottile, dettagliato, minuziosamente intarsiato di leggerissimi e precisi ghirigori: una caratteristica che qui si accentua, si sposa al colore (nella delicata colorazione di Andrea Meloni, qui più naturalistica della media della serie, orientata solitamente a un più netto contrasto emotivo giallo-blu, giorno-notte) e soprattutto si evolve in un segno a tratti caricaturale.

Impreziosito ulteriormente dalla delicata colorazione , questo studio sulle espressioni - lievemente cartoonistiche e perfette per una storia che va a riflettere sulla caricatura dell'intelligenza messa in scena fin dal troppo enfatico superlativo del titolo - è determinante nel dare il tono narrativo dell'albo (già nella cover di Fior, del resto, i sorrisi maliziosi dei due, colti nella situazione di partenza, sono piuttosto forzati espressivamente).

Si comincia, dunque, con una situazione piuttosto scontata della fiction popolare (che, come sempre, Bilotta risignifica): il cattivo che parla, parla, parla mentre gli eroi si liberano.

La cosa interessante è che il Favolista e i suoi assistenti, i Recensori (in modo ancor più scoperto), potrebbero sembrare una metafora dell'inutilità della critica: il Favolista analizza fiabe spiegandone inutilmente le metafore ben palesi (7.ii), mentre i Recensori lanciano penne al veleno che non arrivano nemmeno vicine al bersaglio - non colgono il punto del discorso, o le loro stroncature non sono efficaci.



Dopo questa premessa, ci imbattiamo nel circolo promosso dal titolo (19), cui Mercurio Loi sembra ambire, ma senza esserne accolto perché manifesta  - per dissimulazione? - uno scarso successo nel mostrarsi acuto: mediocre umorismo (27), scarsa capacità di elaborare frasi ad effetto (60), incapacità scacchistica, con una magnifica doppia, 66-67, in cui la doppia tavola diviene una porzione di scacchiera, in una storia che nel complesso rispetta maggiormente la gabbia bonelliana. Il tutto con una resa spassosa di un Mercurio spesso comicamente stolido da parte di Gerasi (ho trovato notevole la sequenza di p.76). Tuttavia, il registro è tutt'altro che uniformemente comico, nella narrazione ma anche nel disegno: lo scacco esistenziale (e materiale, nella suddetta partita al circolo) di Mercurio, ad esempio, è reso con efficacia drammatica in 68.v.

Il contrasto tra tratto caricaturale e tratto drammatico è ancora più evidente in Ottone, che si vede preferito dagli Intelligentissimi con una certa soddisfazione. In una sequenza comica (ma non priva di dramma implicito) come quella che va da 35 a 47, a espressioni sopra le righe si inframmezza una singola espressione drammatica (41.iv: quando Ottone si sa non guardato) che risulta ancor più efficace. In generale, appare una deformazione simile a quella usuale nel manga (pur in un segno totalmente diverso e personale quale quello di Gerasi): solo che nel manga il momento comico è di solito autenticamente tale, mentre qui sembra divenire, anche, un gioco di maschere indecifrabili (un concetto di fondo di questo fumetto). 

Comunque sia, la metanarrazione scacchistica di cui accennavo prima rafforza il sospetto di una metafora metatestuale (ma, ovviamente, il rischio di sovrainterpretare è sempre in agguato). Poco dopo Mercurio tra l'altro commette - su un diverso medium - un errore simile a quello del Favolista all'inizio: come questi sovrainterpretava inutilmente le fiabe, lui attribuisce (per apparente scarsa perspicacia musicale) particolare significato a una musichetta per bambini, prendendola per sinfonia (77). Il personaggio in veste settecentesca  (89) può far pensare inizialmente al Favolista, che ritorna davvero nell'ultima tavola.

Naturalmente, l'ingenuità di Loi viene rovesciata nel finale (94), ma non è possibile escludere che la sua incredibile intelligenza deduttiva implichi anche delle zone grigie specie in ambiti di erudizione che non gli interessano, come in tutto ciò che riguardi il corretto rispetto delle convenzioni sociali (due tratti, ovviamente, che lo accomunano a Holmes). Anche nel suo specifico, comunque, Loi non è impeccabile, anche qui (97.iv implica che la soluzione poliziesca del caso non è del tutto merito suo). Inoltre, a differenza degli intelligentissimi (e forse anche di Holmes) Loi non fa un salto superomistico, sia quello ingenuo del criminale che quello nobile dell'eroe. Continua a "sentire le stelle come al di sopra di sé" (97,iii), secondo la sintesi estetico-morale kantiana che implica anche la "legge morale dentro di sé".





Come viene chiarito sul finale (98,iii), tutta la storia ha a sua volta carattere di fiaba: ciò rafforza la percezione che il valore metanarrativo posto all'inizio si mantenga nell'albo. Eppure è anche "labirinto che si guarda dall'alto" (ottima definizione di fumetto, 87.iii, codificata dal barbiere di fiducia dell'eroe) e infatti vari bivi restano - come spesso in Mercurio Loi - indecisi (vedi anche l'azione della setta, 98 i-ii). Tesi ribadita in 98 dallo stesso Loi, "quando una cosa mi coinvolge in prima persona, non capisco". 

E quindi anch'io similmente rinuncio a interpretare fino a che punto quest'albo sia una meta-critica: in ogni caso, una riflessione interessante. E mi limito ad attendere con interesse il prossimo albo, "Una settimana come tante", che ci attende il 24 luglio.

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