Dylan Dog 382 - Il Macellaio e la Rosa


LORENZO BARBERIS

Uscito il 29 giugno 2018 il 382 di Dylan Dog, intitolato a "Il macellaio e la rosa". Copertina essenziale di Gigi Cavenago (forse la sua prima con sfondo bianco) per una storia classica di un autore storico come Pasquale Ruju, per i disegni di un esordiente di livello come Fabrizio Des Dorides.

(presenti spoiler: leggere prima l'albo)

Come tipico di Ruju, ci troviamo di fronte a un classico giallo sovrannaturale, con quel minimo di splatter in più tipico del nuovo corso.

Il segno di Des Dorides è pulito, asciutto, esatto, con una certa freddezza che deriva da un nitido contrasto chiaroscurale dal sapore "fotografico" e - nelle sequenze del passato / del romanzo - di frequenti retinature. 




La prima sequenza (5-9) si denota come un secondo livello di narrazione fin dalla prima tavola, per via dell'adozione del carattere delle didascalie, da macchina da scrivere, e non manca di introdurre un buono splatter.

Avvio dell'indagine della polizia (su spinta di Bosch, che contatta Carpente e Ranja), e di nuovo troviamo nello splatter del romanzo (15-17), con una bella quadrupla (16) che ci spiega immediatamente il senso del titolo: il Butcher del romanzo (che però probabilmente è il riflesso di un assassino reale) usa i corpi delle donne uccise come concime per le sue rose.







Nuova sequenza del mondo reale, con la cliente del mese, dichiaratamente ispirata (fin dalla prefazione del curatore, Roberto Recchioni) alla regina dell'orrore dylaniato: Paola Barbato (qui sopra, in una bella citazione delle ninfee di Monet).

Il metafumettistico piace molto alla nuova gestione, e questa storia si inserisce in un ricco filone metanarrativo di cui l'apice è forse "Graphic Horror Novel". Qui viene inserito un tema relativamente nuovo, per la testata, quello del Ghost Writer, che diviene cruciale per un intreccio giallistico abbastanza intricato. Lo sviluppo è gestito in una costante alternanza tra le pagine romanzesche (ma riflesso di eventi passati reali) e presente dell'indagine: uno schema classico, ma ben gestito da Ruju, tradizionalmente molto a suo agio nelle storie più vicine alla detection pura.

A una nuova sequenza splatter-romanzesca (27-28) segue così l'avvio dell'indagine, con tutti gli stilemi classici grazie al ritorno di Bloch, incluso l'incontro al pub per fare il punto della situazione (35). Un ritorno al passato, apparentemente, ma con tutte le necessarie correzioni del caso, in quanto Bloch non è più ispettore e il suo supporto a Dylan si muove sul filo dell'illegalità ancor più che per il detective dell'incubo.



Il simbolo della Sunny Green, legata ai delitti, è curiosamente simile al simbolo del Chaos Magick, magari casualmente (46-47), e la metà dell'albo viene scavallata con l'arresto del presunto colpevole. Tra i possibili bloopers, segnaliamo per curiosità la targa "orizzontale", all'italiana, della DYD 666, mentre usualmente è effigiata in forma quadrata, all'inglese. Ma sono dettagli.

La scoperta del cellulare con cui l'apparente colpevole riceveva ordini dal "vero" ghost writer riapre le complicazioni, fino al classico "spiegone finale" con cui si chiarisce la complessa triangolazione (spoiler a seguire):

Lo spettro del padre, possedendo nascostamente la figlia inconsapevole, le impedisce di scrivere inibendone la creatività; quando ella si rivolge a un ghost writer, egli prende il controllo del corpo della figlia durante il sonno e passa al ghost i testi da scrivere, ispirati alle sue pregresse imprese da serial killer. Un auto-ghost writing inconsapevole, in pratica: soluzione un po' intricata ma a suo modo interessante.

Insomma, una storia riuscita, in bilico tra un po' di splatter e supernatural detection, anche se forse l'omaggio alla Barbato, che poteva essere l'elemento più interessante, è sviluppato in modo un po' generico: una riflessione metaletteraria, certo, ma che non diviene particolarmente specifico sulle opere (soprattutto dylaniate) dell'autrice). 

In attesa del prossimo numero, dove si attende l'arrivo di una guest star del calibro di Dario Argento, alla sceneggiatura.

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