L'eredità di Babele / recensione



"L’Eredità di Babele"  è un interessante esperimento fumettistico ad opera della collana Il Girovago delle Edizioni Nuova S1, che presenta anche una linea a fumetti, di cui ho già parlato altre volte sul blog (vedi qui).

L'idea di fondo è semplice: un romanzo a fumetti senza testi, composto solo dalle immagini. Non si tratta ovviamente, in senso assoluto, di una novità totale (uno delle vette più alte è probabilmente un fumetto come "L'approdo"): tuttavia è un filone non così consueto, almeno nel filone italiano, e che quindi merita indubbiamente esplorare.

Naturalmente, va subito chiarito che, basandoci sugli studi di Scott McCloud, un fumetto muto, se sequenziale (e qui siamo nel caso) è tale a tutti gli effetti. Non solo, ma questa definizione (che viene sorretta dalla pratica effettiva di "fumetti muti" come questo) è molto interessante, perché ha consentito a McCloud di estendere - con successo, nella percezione diffusa - il fumetto ben prima di Yellow Kid, venendo a integrare forme espressive simili nella più ampia definizione di Arte Sequenziale.

"L'eredità di Babele", in questo ambito, si segnala per la prospettiva ampia ed ambiziosa, come evidente fin dal titolo: non una storia minimale, intimista, come spesso è nelle corde del fumetto muto (a suo modo, è così anche "Silent Night" di Frank Miller, nel ciclo solitamente ben più pulp di Sin City) ma una sintesi della storia dell'umanità come storia di sopraffazione e violenza.

Il soggetto è di Lorenzo Cimmino, mentre i disegni vedono affiancarsi Giampaolo Parrilla per la parte centrale, e Vingenzo Beccia per la cornice, con due stile radicalmente diversi, in voluto, e a tratti stridente, contrasto tra loro. I due diversi segni condividono anche la copertina, benché prevalga lo straziante stile quasi art brut di Parrilla (mentre i disegni cartooneschi di Beccia, in bianco e nero, segnano la parte bassa della cover).

L'opera vede, come spesso per il Girovago, un significativo contributo di cornici saggistiche: la prefazione di Simona Bodo, ricercatrice e consulente in problematiche di diversità culturale e inclusione sociale nei musei, co-ideatrice e responsabile del programma “Patrimonio e Intercultura” e dell’omonimo sito, promossi da Fondazione ISMU, e le  posftazioni di  Nicola Bonazzi, regista e drammaturgo, Co-direttore artistico della Compagnia e Presidente della Cooperativa Teatro dell’Argine, e di
Vincenzo Picone, regista e co-conduttore del laboratorio Esodi, che collabora con Compagnia Teatro dell’Argine e Fondazione Teatro Due. Questi due testi di ambito teatrale contestualizzano anche il fatto che il singolare romanzo a fumetti nasce in una collaborazione con la Compagnia Teatro dell'Argine, e quindi in un ambito teatrale: una specifica frequente anche in altre produzioni del Girovago, e che di fondo costituisce lo specifico più forte del lato fumettistico della collana.

La sequenza introduttiva, in bianco e nero, disegnata da Beccia, ci porta al classico futuro post-apocalittico, dove i ragazzini parlano per emoticon. Questa trovata è piuttosto brillante e ben gestita: volendo, si poteva radicalizzare ancora trovando un simile espediente per le onomatopee, che sono invece tradizionali. In fuga da nemici soverchianti, i ragazzi riparano in una biblioteca, dove un ragazzo ferito gravemente legge un volume che illustra la storia dell'umanità fino a questo suo tragico epilogo futuro.

La storia come Babele, dunque, ma anche Babele come biblioteca eponima, di borgesiana memoria: se però per Borges la biblioteca babelica è infinita e illeggibile, contiene tutti i testi e non ne contiene nessuno, questo fumetto - nel messaggio tragico che trasmette - celebra la potenza visiva del medium, perché in un futuro in cui si fosse perso il nostro linguaggio (o, tout court, il linguaggio, come qui lascia quasi presagire) il fumetto resterebbe leggibile, almeno nella sua parte visiva.

La metafora di Babele come distruzione che accomuna passato, presente e futuro ha un forte antesignano in "Metropolis" di Fritz Lang (e Thea Von Harbou, la scrittrice e sceneggiatrice, moglie del regista). Anche nel celebre primo kolossal di fantascienza la storia di Babele biblica diviene la storia della Metropolis futura (di un 2026 ormai imminente...) che, a sua volta, parla chiaramente del 1926 in cui il film è girato: la città di scintillanti grattacieli, la New York globale, costruita sulla pelle delle classi lavoratrici e prossima a crollare (in qualche modo, il film è quasi profetico del '29).

I disegni di Parrilla sono molto efficaci nel portare avanti la progressiva marcia della violenza autoritaria nella società, scanditi in capitoli sufficientemente leggibili per evocarci il senso complessivo, sufficientemente criptici per darci lo sperdimento del ragazzo lettore, coi cui occhi leggiamo il volume. Viene da pensare che il suo volume, non quello che leggiamo noi, abbia dei testi che egli però non riesce a decifrare: una riflessione simile, per certi versi, a quella sulla scrittura che appare ne "La terra dei figli" di Gipi, dove il diario al centro della storia è ormai incomprensibile in un mondo di analfabeti. La bellezza delle tavole passa soprattutto per il segno, essenziale, nervoso, "brutale", accompagnato a una colorazione essenziale ma parimenti graffiante ed acida, coi toni del verde spezzati dal rosso che contrassegna il sangue e la violenza.

La conclusione è aperta, con un ritorno alla storia di cornice che viene (non) conclusa in modo drammatico ma non del tutto priva di speranza (per quanto, altrettanto chiaramente, nulla sia detto sulla scelta finale del giovane combattente antagonista).

Insomma, un volume di indubbio interesse, un esperimento originale che conferma la validità del lavoro dell'editrice, attenta a proposte di qualità che vanno definendo una loro poetica più definita.

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