Dylan Dog Maxi 33 - Final Cut.


LORENZO BARBERIS


Il Maxi Dylan Dog n.33, uscito il 28 giugno 2018, si caratterizza per un certo ritorno alla tradizione, con tre storie disegnate dal classico studio Montanari & Grassani a cui si devono molti albi "medi" del Dylan classico. Con la nascita di questo corposo speciale estivo ne erano divenuti i realizzatori ufficiali, fino al "rinascimento dylaniato" del 2013, dove il Maxi, divenuto l'Old Boy, era rimasto il continuum precedente ai cambiamenti nel mondo dell'indagatore dell'incubo introdotti da Recchioni. Si era così avuta una maggiore varietà di disegni: ma con questo numero si torna invece al classico (vedremo se è occasionale o definitivo). Personalmente preferisco una maggiore varietà di disegni, pur non disdegnando, anche per effetto nostalgia, una classica di Montanari e Grassani ogni tanto. Va annotato che nlla prima storia all'anziano Grassani si sostituisce Santoro nel duo: ma ciò non comporta una variazione così significativa negli stilemi dello studio. (possibili spoiler sulla storia di qui in poi, ovviamente).

Alla sceneggiatura della storia di esordio (che merita anche, giustamente, la copertina) vi è un altro duo fumettistico, quello delle sceneggiatrici Rita Porretto e Silvia Mericone. Le autrici del Dottor Morgue avevano già realizzato per Dylan Dog la valida "Il lago nero", sempre su un Maxi. Se là vi era una certa interessante attenzione all'approfondimento psicologico, qui le autrici si spostano invece sul versante dello splatter più classico della testata (abbastanza correttamente, coi disegni di Montanari e Grassani, che spesso effigiavano storie di questo tipo).

Già il titolo, "Final cut", va nella direzione indicata col classico gioco di parole sul taglio definitivo del regista e/o del serial killer.
Le prime tavole confermano l'impressione, e p.8 introduce anche il tema filmico, oltre a quello dell'ultraviolenza. La violenza viene subito incanalata nel vorace flusso mediatico e televisivo, con tanto di sosia di Meluzzi (p.10) ad ammannire psicologismi d'accatto, plastico della casa sullo stile di Vespa (p.11) e compagnia cantante.

Alla mediocrità televisiva si contrappone così l'ossessione pseudoregistica del serial killer, alla ricerca del suo "final cut" (p12). Appare anche il moderno flow dei social (p.25) a rivaleggiare con l'orrore televisivo, che continua a cannibalizzare avido ogni cadavere che lo Smileyman gli offre in pasto. Non manca nemmeno l'immancabile coté di marce contro la violenza, con tanto di untuoso simil-Don Mazzi a mettere il suo cappello da prete sull'iniziativa (c'è perfino una comparsata del disturbatore Paolini in 43.iii). L'invettiva contro la cattiva maestra televisione di popperiana memoria e i suoi nuovi addentellati informatici è un classico di Dylan in continuo aggiornamento ed evoluzione, ma la declinazione delle due autrici ha qui il merito di una certa specificità nel rappresentare - e schernire, col parossismo del tema dell'assassino seriale - la cinica vuotezza della comunicazione contemporanea.

Resta prevalente il primo livello, quello del divertissment dell'ultraviolenza, propria dei Dylan minori d'antan. L'assurda soluzione del caso ha il merito di esser stata anticipata da Groucho (un tratto classico: negli albi storici è spesso un detective migliore di Dylan) e nel suo rifiuto di una spiegazione razionale fuori dalla fama di celebrità da sempre presente nella società postmoderna (gli abusati 15 minuti di Warhol) ha ricevuto una accelerata con la rete. Lo smile deformato che appariva in 5.i e soprattutto su un microfono in 9.v risulta quindi un depistaggio, che poteva far pensare a uno Smileyman interno al mondo mediatico. In generale, il tema dello smile che percorre l'albo è interessante: elemento nostalgico anni '80 (e nel fumetto, ispiratore di un pilastro come "Watchmen") rivitalizzato dalla comunicazione online (si esprime tipicamente con smile passivo-aggressivi anche il serial killer della Cadillac nel recente ciclo di gialli di Stephen King).

Insomma, una sana, gustosa storia gore-splatter di una volta, con il giusto tasso di gratuiti squartamenti assortiti, in un Dylan Dog che quasi strizza l'occhio all'ondata di riviste splatter più radicali che ne aveva seguito l'uscita nel passaggio tra '80 e '90 (poi stroncate da un'immancabile onda censoria). Aspettiamo con interesse il prossimo Dylan delle autrici, magari con un esordio sulla serie regolare.

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