Un canone per la Bonelli. Gli anni '40: dall'Audace a Tex.



LORENZO BARBERIS

In un post di un po’ di tempo fa, annotavo alcune mie riflessioni sul senso di scrivere di fumetto. Come dicevo là, per me scrivere di fumetto, come approccio, significa soprattutto stendere un’analisi – più ancora che una critica - dei fumetti che mi interessano, cercando di cogliere, anche e soprattutto, i collegamenti extra-medium. Il modello, adattato alla differente tipologia di fumetto, è quello di siti come Annotated Watchmen e altri che io stesso ho trovato utili nel leggere tali opere.

Uno dei problemi di tale impostazione – estensibile anche ad altre esperienze di scrittura di fumetto online, ovviamente – è la scarsa sistematicità dell’approccio. Personalmente credo oltretutto sia fondamentale ragionare in modo costante sulla strutturazione di un canone del fumetto, per un costante aggiornamento che non implica solo l’inevitabile aggiunta di nuovi autori ed opere (e anche su questo si può constatare una certa lentezza nel, potremmo dire, “immaginario collettivo” del fumetto) ma anche una sistematica revisione del canone pregresso.

Naturalmente, un canone si fonda comunque sulle singole opere, al di là dell’approccio che si decida di assumere (e su questo dovremo tornare), quindi la loro analisi resta imprescindibile. Tuttavia, servono dei raccordi a una prospettiva globale, che è pericoloso dare per scontata.
Sotto il profilo tematico, su questo blog mi occupo soprattutto di fumetto italiano, e in particolare bonelliano, e in particolare di Dylan Dog. La cosa curiosa è che ho iniziato questo blog una decina di anni fa con alcuni articoli – molto rudimentali – in cui analizzavo le annate e le decadi “dylaniate” precedenti, perdendo poi un po’ di vista questi momenti di sintesi in favore di una recensione magari molto dettagliata di singoli, anche importanti, numeri.

Per tentare di ristabilire il quadro di sintesi di cui dicevamo, provo qui ad abbozzare  alcuni appunti per un mio personale “canone del bonelliano” che possa servire da cornice generale del mio discorso. Naturalmente, si tratta da un lato di considerazioni ovvie, dall’altro lato è una sintesi estremamente personale. Un quadro generale che serve soprattutto a me, per rendermi esplicite alcune grandi categorizzazioni, e al lettore, per coglierle, se gli interessa.



Gli anni ’40. Dall’Audace a Tex.

Il primo nucleo della Bonelli nasce, come arcinoto, quando il capostipite Giovanni Luigi Bonelli acquisisce l’Audace nel 1941 dalla Mondadori e ne cambia la formula da rivista-contenitore a singola storia completa. Si passa così fin dalla fondazione dal “giornale a fumetti” al “romanzo a fumetti”. Andrebbe tra l’altro indagato quando esattamente questa etichetta passa al fumetto: ma è innegabile che, nei fatti, l’impostazione bonelliana fosse questa, fin dall’inizio.



Fin da subito Bonelli alterna alla scrittura del fumetto quella di romanzi, di stampo potremmo dire “salgariano” (e “salgariana” è, del resto, la vicinanza poi di Tex agli indiani, in anni in cui nel western USA erano, soprattutto, spietati nemici): Le tigri dell'Atlantico (1937), I fratelli del silenzio (1937-38) e Il crociato nero (1938, che diviene anche, in modo crossmediale, un fumetto sul “Vittorioso”, per i disegni di Kurt Caesar). Una sintesi è presentata su questo blog, ed evidenzia il parallelo con i supereroi, nati in quegli anni (credo siano più idee ormai in circolazione anche nel fumetto eroico "normale": Batman curiosamente sarà "the caped crusader" e ha un immaginario gotico, ma è dell'anno seguente, del 1939) e il forte spirito religioso, legato al Vittorioso per cui è composto (forse più di maniera che sostanziale). Comunque, Gianluigi Bonelli si definiva esplicitamente "romanziere prestato al fumetto” (copiando la definizione del 1948 di De Gasperi, “un trentino prestato all’Italia per servizi speciali”).



Nel secondo dopoguerra la casa editrice Audace passa a Tea Bonelli dopo la separazione consensuale dal marito, una delle prime donne del fumetto italiano. La cosa merita una sottolineatura nel momento che vi è una percezione del fumetto italiano (e bonelliano) come “maschile”: in parte vera ma, al tempo stesso, con figure femminili tra le figure fondanti (la prima disegnatrice e sceneggiatrice riconosciuta, Lina Buffolente, lavorò anche per Bonelli in quegli anni; un caso analogo a quello di Tea Bonelli, ad esempio, è quello delle sorelle Giussani per Diabolik).



Naturalmente, è soprattutto il Tex (1948) di Bonelli e Aurelio Galeppini (che è Tea Bonelli a scritturare) a segnare il grande successo della casa editrice. Tex è, tuttora, uno dei più longevi e vitali fumetti della tradizione occidentale (nel fumetto avventuroso secondo solo, credo, a Tintin, 1929, e alla trimurti del fumetto americano, Superman, Batman e Wonder Woman: e in questo ultimo caso al successo di mercato si unisce il particolare contratto ottenuto dall’ideatore del personaggio, lo psicologo Moulton, che avrebbe ripreso i diritti in caso di interruzione).
Ma anche gli altri personaggi del periodo meritano uno studio come corollario, per le varie declinazioni del tema western che offrono, o all’opposto come curiosa variazione, come ciò che poteva essere e non è stato (quasi all’inverso di quanto avviene in Watchmen, dove i fumetti di pirati che impazzano negli USA alternativi in cui i supereroi sono divenuti reali, uccidendo così il genere del fumetto supereroico come evasione). Ovviamente, da cultore del fantastico bonelliano, mi interessa più questa seconda linea.



Nella genesi di Tex è rilevante Furio Almirante (1941), ancora in età fascista, di ambientazione moderna, che deriva a sua volta da Dick Fulmine (1938) di Cossio e Baggioli, in cui si può intravvedere a sua volta una sorta di rilettura “fascisteggiante” di Dick Tracy (1931), più adatta all’Italia dell’epoca (più muscolare dove Tracy è soprattutto astuto, con un segno più tradizionale dove quello di Chester Gould ha una sintesi decisamente più radicale). Una vicenda ricostruita qui, inclusa la curiosa coincidenza del cognome di questo eroe fascista (gli Almirante, da cui Giorgio discende, erano una famiglia di attori). Si codifica così il prototipo del castigamatti muscolare, che Tex – perfezionandolo e aggiungendogli, nella lunga storia, spessore – declinerà poi nel West.



Notiamo che nel 1941 dell’esordio al proto-texiano Furio si affiancano però numerose altre variazioni, come il piratesco Capitan Fortuna (Watchmen, appunto).

Molto interessante l’Orlando Invincibile, coevo dei Classics Illustrated USA, sempre del 1941: ma probabilmente per diretto influsso del pedagogismo professorale che aveva qualche sponda nel regime, per nobilitare il fumetto con un richiami al genere eroico tradizionale. Bonelli del resto anche nel romanzo aveva praticato il cappa e spada medioevale, col suddetto Crociato Nero.

Non manca la fantascienza de I conquistatori dello spazio, sempre di Bonelli e su influsso del grande e accertato successo di Flash Gordon (1934, subito giunto anche in Italia), mal visto dal regime per il tema democratico di fondo, di lotta contro l’oppressione di Ming (anche se invece non dispiacevano i modi muscolari dell’eroe).



Pompeo Bill (1942), primo fumetto western di casa Bonelli, è curioso per l’adozione, addirittura, di un segno cartoonistico (quello che, in Italia, porterà ai vertici dell’arte Jacovitti, sul Vittorioso e poi altrove), curioso nella casa che sarà poi il simbolo di un certo segno realistico italiano.


Con La Perla Nera (1943) – già uscita nel 1938 - siamo di nuovo dalle parti di un fumetto piratesco, che collima con Gli adoratori del diavolo, stesso anno, di ambientazione comunque esotico-salgariana.



Nuovi personaggi appaiono nell’immediato dopoguerra (anche nel 1944 e 1945 si era continuato a stampare, ma non ho trovato attestati nuovi eroi), a partire da Ipnos (1946), ripresa di Mandrake (1934), e Il giustiziere del west (1947), ripresa di Lone Ranger, eroe radiofonico del 1933 divenuto strip nel 1938 (il comic book è successivo, del 1948). Qui troviamo anticipato un western molto vicino a Tex, che esploderà l’anno seguente.

Il 1948 è un anno non casuale: l’anno in cui inizia davvero la nuova Italia, finita la “Italia provvisoria” di cui parla Giovannino Guareschi (tra l’altro, il massimo cantore di quegli anni è uno scrittore che fu, anche, fumettista – e difese i fumetti con autorevolezza dalle censure di quegli anni). La Costituzione entra in vigore, alle elezioni politiche decisive vince la DC (che, in varie formule, governerà fino alla caduta con Tangentopoli, nel 1992, mezzo secolo dopo).

Tex diviene uno dei simboli di questa “Nuova Italia”, per alcuni aspetti non lontano dal neorealismo che ne diviene il cantore ufficiale, tra romanzo e cinema. Il western texiano ovviamente risente anche molto del sogno dell’American Dream, ma non è estraneo forse a una continuità con il “lungo realismo” italiano rivendicato da Gramsci, quella linea Manzoni-Verismo-Neorealismo che è ancor oggi un asse portante nel leggere la letteratura nazional-popolare. Certo Tex avrebbe sistemato Don Rodrigo a suon di pugni (per non parlare di un mediocre usuraio come Piedipapera), ma il suo “west” non è lontanissimo da quella “terra desolata” descritta da Verga o, in quegli stessi tempi, da Guareschi.

Certo, a differenza della presunta “letteratura alta”, e invece similmente al “neorealismo di destra” guareschiano (infatti, non a caso, Guareschi è stato espulso dal canone, non solo perché di destra, ma anche perché troppo “pop”), nei fumetti di Tex è benedetto quel popolo che ha bisogno di eroi, perché in Tex lo trova, ed eccellente. Innegabile che il fascino del personaggio sia la sua positività vitalistica, il suo saper offrire una soluzione immediata e muscolare a ogni inestricabile nodo di Gordio sociale: Tex in questo riflette molto meglio il sentire popolare della “Italia profonda” dell’epoca che non le Cassandre marxiste o verghianamente nichiliste del realismo “alto”. Tex si staglia infatti anche sugli altri western del periodo – bonelliani e no – per questo suo superomismo realistico, questo non temere di pigiare sull’acceleratore della grandiosità del personaggio, naturalmente scritto e disegnato poi ai livelli dell’arte.

Tex - e, con lui, Bonelli senior - possono quindi essere connessi per molti versi al grande canone del neorealismo di quegli anni.

Non manca nemmeno, però, una componente fantastica, più accentuata in Tex rispetto ad altre testate. È il corollario, in fondo, del suo superomismo, che rende necessario un nemico altrettanto eccezionale: e l’antagonista ideale diviene quindi Mefisto (nome del demone del Faust di Goethe e Marlowe, Mefistofele...), dotato di poteri magici, che consente sconfinamenti in una inedita letteratura gothica adattata al West. In questo modo Tex affianca a storie puramente realistiche storie di impianto fantastico, fino anche a puntate fantascientifiche, offrendo così una variazione che gli permette di declinare “i generi attraverso il genere” (in questo caso, il western, che divenne assolutamente dominante in quegli anni). Quello che sarà una caratteristica della Bonelli “postmoderna”, dagli anni ’80 in poi, è presente in nuce fin dall’esordio.

Negli ’80 i generi si intersecheranno su un sistema di testate dedicate, in cui ognuna però si può al caso sovrapporre tematicamente alle altre (l’indagatore dell’incubo Dylan Dog si occupa di alieni, e il fantascientifico Nathan Never di Vampiri futuribili, per dire). Con Tex, negli anni ‘50, una pluralità precedente anche di testate degli anni ’40 si condenserà invece nel singolo genere western dominante: ma, in nuce, lo stile è già presente, pronto a svilupparsi in più vaste applicazioni.

Appunti per un canone Bonelli. La serie completa:
(ogni articolo copre una decade della casa editrice).

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-40.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-50-da.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-60-da.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-70.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-80-il.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-90-la.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-00.html

http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-10.html

Bibliografia:
Luca del Savio, Graziano Frediani, "Bonelli - La fabbrica dei sogni", SBE 2017.

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