Dylan Dog 384 - La macchina che non voleva morire.


LORENZO BARBERIS

Uscito il 29 agosto il numero 384 di Dylan Dog, che vede il ritorno di Gigi Simeoni ai testi e di Sergio Gerasi ai disegni. La copertina di Cavenago è - coerentemente con un aspetto della trama - piuttosto lovecraftiana, cosa che si sposa bene con l'annuncio del fatidico Ciclo della Meteora, atteso per novembre 2018: una serie di storie strettamente connesse tra loro, in cui vari fili di sottotrame della blanda continuity dovrebbero venire al pettine in una texture più stretta. Possibili spoiler minori, naturalmente, in queste note di lettura.

Dopo l'inizio in medias res (5-6), la storia si concentra sul rapporto del protagonista con lo storico maggiolone, evidenziando anche in modo interessante le contraddizioni del personaggio: ecologista sfegatato con un'auto altamente inquinante (non che l'impellicciata su auto elettrica che lo contesta sia più coerente, del resto).

Dopo aver visitato un tedesco con un'ambigua nostalgia per le Wolkswagen, Dylan trova la collezione privata dove collocare a riposo l'amata autovettura. Il luogo si segnala da subito per innumerevoli citazioni che ne evidenziano il ruolo di luogo più fantastico che reale: la moto di Steve McQueen (18), e soprattutto la bella quadrupla di p.19, dove notiamo l'auto di Hazzard, Supercar, la Delorean di ritorno al futuro, la Jaguar E di Diabolik. 
Inltre, con un'ironia ancora più metaletteraria, troviamo Herbie, il maggiolino tutto matto (quello che tanti problemi ha causato all'adattamento filmico di Dylan Dog) e il maggiolone nero usato nel film. Groucho (20,i) ribadisce che lui e l'auto non si sono mai incontrati: anche Groucho Marx è un trademark problematico da usare, ed è stato omesso dal - mediocre - film.

Interessante anche il nome del proprietario della collezione, Willman, ovvero uomo (man) della volontà (Will: termine che però in Crowley indica la potenza magica), coerente col tema dell'albo (il "mana" che si infonde negli oggetti ci si può ritorcere contro). Il montaggio a p. 29, dove si inizia a rivelare la sua - prevedibile - essenza diabolica. Bella la rappresentazione dell'orrore lovecraftiano (30-31), dove Gerasi - qui ancora nel suo vecchio stile  - dimostra abilità nel raffigurare il viluppo di tentacoli infondendo loro il giusto tasso di inquietante disgusto. Elegante anche la soluzione di p.33, che riprende l'impostazione della prima tavola, preannunciando il ritorno del killer con un motivo tematico - qui ovviamente visivo - come nei grandi classici dello splatter anni '80.



In generale, il lavoro di Gerasi si caratterizza come al solito per un segno pulito e preciso, come del resto nelle sue precedenti prove dylaniate (vedi qui), coniugando bene, in una griglia classica, la frenesia delle scene d'azione automobilistica con il suddetto elemento dell'orrore "lovecrafiano". Siamo comunque prima della sua recente evoluzione su Mercurio Loi (vedi qui), dove il lavoro sul segno - già maturo e personale - si evolve nel senso di un raffinato studio soprattutto, ci pare di cogliere, dell'espressività, usando una certa caricaturalità cartoonistica classica molto ben dosata al servizio di un fumetto ricco di delicate sfumature psicologiche come quello di Bilotta.

La storia prosegue poi sui binari canonici del nuovo corso, sviluppando la blanda continuity di Rania-Carpenter e della loro relazione con Dylan Dog, un filone che Simeoni sviluppa in modo piuttosto ampio nelle sue storie. Il ritorno di Safarà è il deus ex machina che collega quindi la storia a Il sapore dell'acqua, precedente opera dello sceneggiatore che può essere interessante rileggere. Come in molte opere di Simeoni su Dylan (anche nell'esordio, qui) l'autore usa qualche elemento di esoterismo più specifico rispetto al canone di Dylan, come il potere acquisito dagli oggetti e la loro carica di "mana".

La chiusura è "circolare" e la paventata perdita dell'auto viene chiusa all'interno dell'episodio, senza comportare altri sviluppi. Chissà se questa valenza dell'auto di Dylan (come molti altri elementi: ad esempio, la Bodeo) torneranno nel ciclo della meteora. "Le cose che possiedi ti posseggono", anche in senso esoterico: questa era la morale esplicita dell'episodio barbatiano dove Dylan riceveva la propria casa in dono a propria insaputa (sullo stile dello Scajola dei bei tempi berlusconiani andati). Questo episodio di Simeoni l'ha ribadito, in un coté lovecraftiano che è un sottotono che ultimamente torna di frequente, a partire dalla tentacolare regina di "Al servizio del caos", o anche nell'albo di Cavaletto sul collezionismo (a più livelli: incluso quello delle fidanzate dylaniane). Ma, in verità, era un tema introdotto già da Enna nel suo albo d'esordio, il n. 248 (del lontano 2007), con rimando appunto alla Bodeo (che è in quest'albo di Simeoni centrale nel rituale conclusivo).

Vedremo ora in che modo ciò condurrà a questo decisivo confronto.



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