L'eterno ritorno di BoJack Horseman


LORENZO BARBERIS

La quinta stagione di BoJack Horseman è interessante, anche se in sostanza non innova radicalmente il concetto di fondo della serie (qui quanto ne avevo scritto in generale). Il cavallo protagonista continua la sua personale discesa agli inferi nonostante l'intenzione vaga di migliorarsi (possibili spoiler di qui in poi, ovviamente).

Come anticipato nella quarta stagione, un nuovo telefilm impegna BoJack, "Philbert", un poliziesco che richiama chiaramente la nuova serialità televisiva inaugurata dal primo "True Detective" (2016) nel mondo reale (qui quanto ne ho scritto ai tempi).

Non c'è l'elemento lovecraftiano, ma comunque una simile, complessa, intricata trama psicologica, una rielaborazione postmoderna del noir ad opera del nevrotico ma abile Flip McVicker (interessante notare che in questo BoJack come serie è un anti-Boris: i personaggi sono distruttivi nelle loro vite personali, ma i più sono professionisti comunque validi).

La seconda stagione della serie incorpora però elementi di fantascienza, con l'ambientazione in un mondo da dopobomba, e in generale condivide con l'opera di Nic Pizzolatto un forte rimando a Nietzche, evidenziato tra gli spunti sulla lavagna scritta in verde nella foto di copertina (mentre si rinuncia al realismo magico e ai camei).

Comunque, è interessante come la serie finzionale sia per certi aspetti una parodia della serie reale, specie in questa quinta stagione, particolarmente ricca di raffinatissimi espedienti cervellotici: l'apice è la puntata "a camera fissa" del funerale, ma tutta la seconda parte si regge su una complessa intersezione tra sogno allucinogeno e reale. Così come la schematizzazione del complotto da parte di Philbert/BoJack-troppo-in-parte rimanda alla costante decostruzione che lo Spettatore Ideale è chiamato a fare, tramite la ricchezza di dettagli e particolari.

La citazione nicciana, in ogni caso, è ampliata sull'altra lavagna, scritta in rosso, dalla filosofia di McVicker: "se guardi a lungo dentro l'abisso quello guarda dentro di te, ma se guardi rapidamente mentre è distratto puoi concederti una sbirciata".




La citazione appare più significativa di quel che sembri. Da un lato, è la perfetta filosofia di BoJack, la sua speranza di potersela sfangare di fronte alle sue ormai insormontabili problematiche esistenziali senza un lavoro su di sè lungo e faticoso. Ma, per certi versi, è una buona sintesi del successo della serie: lo spettatore, che - ci si augura - non segue in media la stessa autodistruzione, può vederla messa in scena in modo ironico e brillante, in modo consolatorio (un certo "disagio" viene estetizzato, benché la serie sia abbastanza astuta da problematizzare al suo interno anche questo il suo lavoro di estetizzazione). Ed è anche consolatorio l'eterno tema da soap da "anche i ricchi piangono": il successo non salva nessuno degli eroi dello show.

Anche BoJack si rispecchia nel suo Philbert (contrazione di Philip ed Albert, e Philip è "amico dei cavalli", etimologicamente), ma per lui quest sguardo metanarrativo è deleterio e accelera, invece di risolverla, la distruzione. Niente sbirciata nell'abisso, per lui.

Tuttavia, l'autodistruzione del personaggio va avanti da quattro stagioni (parzialmente meno negativa la quarta), e quindi più che una caduta il suo è un eterno ritorno, diverso forse da quello nicciano, ma che si sovrappone per certi versi a questo senso:

«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!»





Che è una buona descrizione della condanna di BoJack in particolare e del personaggio seriale in generale, ribadita con forza anche dal ripetersi identico (ma con piccole variazioni) della sigla.
Anche il rifiuto di rappresentare orologi nella narrazione deriva dal bizzarro sponsor della serie, ma si somma a quest'idea dell'annullamento del senso del tempo.

Infine, sicuramente il rimando a Nietzche non è casuale per una serie coltissima che ha come protagonista un cavallo antropomorfo: la scena celebre in cui Nietzche abbraccia un cavallo (a Torino, tra il resto: è il segno della sua definitiva caduta nella follia) mostra un affratellamento del filosofo con l'animale cui egli attribuisce pari dignità come creatura. E BoJack, indubbiamente, è un cavallo umano, troppo umano.

Insomma, una serie di animazione come al solito di grande interesse, non solo "per un pubblico maturo" ma, direi, inevitabilmente rivolta per un pieno apprezzamento a uno Spettatore Ideale di mezza età, con un po' di angoscia da bilanci (magari meno pesante di quella di BoJack).

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