Carducci Esoterico


LORENZO BARBERIS

Carducci nasce nel 1835 a Valdicastello; il padre Michele è membro della Carboneria. Con la famiglia si trasferisce fin dal 1838 a Bolgheri, dove trascorre l'infanzia.

Nel 1856 si laurea in lettere con una tesi sui poemi cavallereschi, che riflettono un suo costante fascino per il medioevo, e già nel 1860 gli viene assegnata - a soli 25 anni - la principale cattedra universitaria di Lettere dell'Italia in via di unificazione: quella di Bologna (la più antica università del mondo e, per questo, la sede più prestigiosa). Carducci è il massimo alfiere del Classicismo, ma subisce anche qualche influsso del Simbolismo che si va imponendo in Francia, dai Fiori del male (1857) di Baudelaire in poi; se non altro - ma non solo - per assurgere al ruolo di Poeta Vate della Nuova Italia unitaria, secondo il culto simbolista (teorizzato da Rimbaud) del poeta come Veggente.

Nel 1862 entra in massoneria, il giorno dopo che Garibaldi ("primo massone d'Italia") aveva provato, con l'impresa dell'Aspromonte, a prendere lo stato della Chiesa. L'iniziazione avviene presso la Loggia Severa di Bologna, passando poi nel 1865 alla loggia Felsinea, sempre bolognese, di cui è fondatore e dove nel 1866 diviene Maestro.

Nel 1863 pubblica una delle sue poesie più "scandalose": l'Inno a Satana. Inizialmente lo celebra come principio pagano del dio Pan, poi ne esalta la sopravvivenza nella stregoneria e nell'eresia protestante, fino alla modernità in cui esalta il Treno come moderna incarnazione di Satana, principio della ragione opposto polemicamente alla chiesa oscurantista. Ecco la conclusione:

Un bello e orribile
Mostro si sferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:

Corusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;

Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti,
Per vie profonde;

Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbine
Manda il suo grido,

Come di turbine
L'alito spande:
Ei passa, o popoli,
Satana il grande.

Passa benefico
Di loco in loco
Su l'infrenabile
Carro del foco.

Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
De la ragione!

Sacri a te salgano
Gl'incensi e i vóti!
Hai vinto il Geova

De i sacerdoti.

La poesia viene pubblicata nel 1865, poi nel 1867, anno in cui esce dalla massoneria (temporaneamente). Nel 1869 comunque Il Bollettino del grande oriente massonico riporta l’Inno a Satana di Carducci, a firma Enotrio Romano.

Nel 1870 la Presa di Porta Pia corona i sogni politici anticlericali di Carducci: ma intanto la morte del figlio Dante lo porta a una nuova lirica più distante dai grandi eventi storici.

Notiamo l'importanza dell'elemento cromatico, "impressionistico" e coloristico, tipico della poesia di Carducci, che sarà poi molto ripreso da Pascoli e che risente della coeva influenza dell'Impressionismo pittorico (1860s), a sua volta influenzato dalla nascita della fotografia.

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu, fior de la mia pianta
percossa e inaridita
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,

sei nella terra fredda
sei nella terra negra
nè il sol più ti rallegra

nè ti risveglia amor.

(battuta dissacrante:
“Quanti figli aveva Carducci?”.

E la risposta: “12: 6 nella terra fredda e 6 nella terra negra”.)


1874 la Rivista della Massoneria Italiana (RMI) del Grande Oriente d’Italia, diretta da Ulisse Bacci (all’epoca 30°, ma più tardi 33° grado RSAA), pubblica alcuni articoli in cui è presente l’elogio massonico nei confronti di Satana.

In uno di quegli articoli, un anonimo massone (Ulisse Bacci?) lamenta che i Massoni sono calunniati ed accusati di adorare il Diavolo. Tuttavia, a proposito del Satana elogiato dal poeta massone Giosué Carducci, l’anonimo giornalista scrive: «Se, come disse il poeta, Satana è il nume vindice della ragione, i Liberi Muratori, sono lieti che il saggio spirito presieda e informi le loro adunanze».

Nel 1874 Carducci compone Davanti a San Guido: un ritorno a Bolgheri, la città dell'infanzia, in un viaggio in treno, apre a un dialogo coi "cipressi", che alcuni interpretano come un rimando ai massoni (incappucciati). Il tono è di fiaba infantile, quasi, ma sviluppa anche il tema di un'onirica fusione con la natura.

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti 
Mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e - ben torni omai -
Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino -
Perché non scendi ? Perché non ristai ? 
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh non facean già male! 

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí ? 
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui! -

- Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d'un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei -
Guardando lor rispondeva - oh di che cuore !

Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
Or non è piú quel tempo e quell'età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú. 

E massime a le piante. - Un mormorio
Pe' dubitanti vertici ondeggiò
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe' parole:
- Ben lo sappiamo: un pover uom tu se'. 

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir. 

A le querce ed a noi qui puoi contare
L'umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol! 

E come questo occaso è pien di voli,
Com'è allegro de' passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da' fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l'ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l'ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co 'l lor bianco velo;

E Pan l'eterno che su l'erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure

Ne la diva armonia sommergerà.

Con Odi Barbare (1877) Carducci stila il suo capolavoro.

Tra le liriche, molto celebre è "Alla stazione", dove saluta la donna amata, Lidia, e dove torna il treno descritto come una creatura mostruosa e affascinante. Il treno è il mostro che divora Lidia, e quindi è qui un simbolo negativo, all'apparenza, in opposizione al valore positivo che ha nell'Inno a Satana. Tuttavia ha un suo fascino terribile, e in quei "controllori incappucciati" è forte la tentazione di vedere i confratelli massoni.

Oh quei fanali come s’inseguono
accidïosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su’l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno

Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili,
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.

(...)

Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ’l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ’l bel velo

salutando scompar ne la tenebra.

Nel 1881 compone la versione definitiva dell'Inno a Satana: pur avendolo formalmente sconfessato, non rinnega in fondo questa poesia.

Negli stessi anni si riavvicina alla massoneria, dopo più di un decennio di - apparente? - distanza. Nel 1882 viene iniziato alla massoneria il suo principale allievo, Giovanni Pascoli, presso la Loggia Rizzoli; nel 1883 Carducci, come visitatore, inaugura l'anno massonico della stessa Loggia. Lo stesso anno il Carducci compone "San Martino", una delle liriche più significative del suo "impressionismo"

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,

nel vespero migrar.

Anche l'allievo Pascoli riscriverà una sua "San Martino", poi reintitolata "Novembre"; molto più cupa di quella del maestro. Anche D'Annunzio l'ha ripresa.

Nel 1886 Adriano Lemmi, gran maestro della Massoneria, lo prega di tornare e lo inserisce nella Loggia di Propaganda fondata nel 1876 per riunire le personalità massoniche e usarne l'influenza per i fini dell'ordine. Questo è l'anno in cui viene avviato il monumento a Giordano Bruno, completato nel 1889 (anniversario della rivoluzione francese), che rappresenta la massima offensiva massonica contro la Chiesa sotto un profilo simbolico.

Nel 1888 viene elevato al Grado 33 della Massoneria, quello più alto, mentre entra anche nell'Accademia della Crusca

Nel 1890 è nominato senatore del Regno. Lo stesso anno compone Piemonte, che sarà poi inserita in "Rime e Ritmi" (1898). Il Piemonte viene esaltato come patria della dinastia Savoia e, quindi, culla del Risorgimento. Riportiamo la prima parte, che presenta la descrizione fisica della regione:

Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendono pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l’arco d’Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fósca intorno è l’ombra
di re Arduino:

(re d'Italia nel 1002)

Biella tra ’l monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;

(Monferrato-Saluzzo)

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti

repubblicana.

(...)

Nel 1906 vince il Premio Nobel della letteratura, primo autore italiano ad ottenere il riconoscimento.

Muore nel 1907: a contendersi il titolo di Poeta Vate della nuova Italia restano i due suoi allievi, Giovanni Pascoli (che morirà di lì a poco, nel 1912) e Gabriele D'Annunzio, che sarà in effetti il letterato simbolo dell'età fascista (inizialmente anch'egli massone, per poi staccarsi dal movimento e avvicinarsi invece al fascismo).

Nel 1908 venne fondata una prima loggia massonica in onore di Carducci.

Nel corso di una solenne cerimonia massonica presso la loggia romana “Rienzi”, svoltasi il 2 febbraio 1909, il massone Oratore di Loggia esalta ulteriormente Carducci e il suo valore massonico:


«La massoneria non è una religione, appunto perché non ammette dogmi, ma rispetta tutte le fedi ragionevolmente sentite e sinceramente professate. La formula del Grande Architetto dell’Universo, che le si rimprovera, come un equivoco o un assurdo, è la più larga e onesta affermazione dell’immenso principio dell’essere, e può personificare così il Dio di Giuseppe Mazzini come il Satana di Giosuè Carducci: Dio, sì, ma fonte d’amore, non d’odio; Satana, sì, ma genio del bene, non del male». 

Ad oggi, sono 4 le logge italiane attive intitolate a suo nome.

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