"Madre" di Cavaletto - Simone / Nello splatter del fascismo


LORENZO BARBERIS

"Madre" di Andrea Cavaletto, ben supportato dai disegni di Simona Simone, è un interessante fumetto dello sceneggiatore torinese, nel solco dei suoi fumetti più gore e raccapriccianti, a cui ci ha abituato in alcuni degli abissi più profondi del suo Paranoid Boyd. Anche Simona Simone è una delle matite in forza alla EdInk, dove l'orrore più brutale di Cavaletto (e non solo) si è espresso in massimo grado, e non nel modo inevitabilmente più sfumato che presenta nei suoi lavori di Dylan Dog).

Molto bella la copertina pittorica ed essenziale di Elia Bonetti, esaltata dalla grafica di Luca Canale Brucculeri (che si occupa anche del lettering). La scelta è, giustamente, nel senso di produrre tensione, con la carnalità sottilmente malata di un corpo, senza ancora anticipare il "body horror" che, sappiamo, ci attenderà dentro il fumetto.

(la donna nel fascismo: la vittima)

E anche l'esordio è, come spesso nell'autore, graduale. La Milano fascista sotto una cupa cappa pluviale è ben rappresentata da una elegante mezzatinta della Simone. Brevi note storiche ci collocano - senza citare date precise - nel 1936: siamo nell'anno che segue l'invasione dell'Etiopia, nei tempi dell'avvicinamento hitleriano e poco prima dell'avvio delle persecuzioni razziali. Siamo - sia nella macrostoria, sia nella trama dell'opera - in una plumbea quiete prima di una disgustosa tempesta.

(la donna nel fascismo: l'angelo del focolare)

L'arrivo della Madre del titolo nel Palazzo si sviluppa ancora senza particolare splatter, ma iniziano a tendersi gli archi di una tensione surreale, nel bizzarro comportamento di tutti gli attori in gioco. La narrazione procede per ampie splash page, spesso con inserti di vignette più piccole a strutturare la narrazione, con frequenti primi piani che consentono alla Simone di tratteggiare bene l'inquietudine trasmessa dai volti degli inquilini, all'apparenza di stolida mediocrità, ma con un quid che fa presagire l'irregolarità della situazione. Fino a qui, aleggia un unheimlich pirandelliano, con questi Inquilini In Cerca di Auctoritas che gravitano intorno alla povera donna gravida (di sventure).



Con una gradazione accurata, Cavaletto si gioca il crescendo con un erotismo sottilmente malsano, nello spogliarsi affannato della donna incinta di una progenie che si intuisce segnata dalla pessima stella di una Croce del Nord uncinata. La Simone è abile a trasmettere il senso di questo Eros segnato da Tanathos, nonostante l'apparente ubertosità della donna portatrice di (non)vita tramite un segno preciso e nitido che però restituisce una bellezza intimamente sfiorita, come guardata in una cartolina pornografica d'età fascista. Il montaggio, che procede per ellissi visive invece di seguire la scansione di closure regolari, conferisce il senso desiderato di un vagabondare onirico per le stanze vuote.

(la donna nel fascismo: la guerriera)

E in un'alternanza sfumata di scene quasi oniriche, tra réverie e ricordo, e di momenti reali pur nella sospensione metafisica (ma una metafisica putrescente) del Palazzo, andiamo con gradazione verso l'esplodere dell'orrore come una vescica purulenta. Finché l'orrore si manifesta, come il lettore si attende, in un crescendo rossosangue di violenza piuttosto disturbante nella resa complessivamente realistica.

E su questo ci arrestiamo, per non spoilerare lo splatter, il piatto forte per stomaci forti di questa narrazione. Il colpo di scena finale è efficace in quanto spiazzante e, al tempo stesso, piuttosto consequenziale (e sicuramente divisivo ed estremo: ma conseguente al registro di tutta l'opera, e del sottogenere di horror radicale cui appartiene). Al limite, per certi versi, verrebbe da dire che è fin riduttivo e rassicurante, mentre il parto infernale avrebbe forse potuto essere più inquietante in una prospettiva più "cosmica", nella generazione di un cupo futuro più che nella singola persona. Ma una simile apertura simbolica ad ampio raggio avrebbe forse rischiato una eccessiva sovrapposizione con il modello (in realtà molto diverso) di Rosemary's Baby, che viene così evitata con la brillante variazione sul tema.




Insomma, ancora una volta un brillante fumetto di Cavaletto, supportato da disegni della Simone particolarmente azzeccati alla storia (nello specifico, è molto efficace la capacità di mantenere una sensualità del corpo della sventurata eroina anche mentre l'orrore la avvolge in svariati modi estremi e "gore", creando un contrasto intenzionalmente perturbante). 

Vari anni fa, in un suo post uno sceneggiatore italiano di vaglia come Cajelli dichiarava di rosicare non per quello che scriveva Moore (in Neonomicon): ma per quello che gli lasciavano scrivere. Ecco: con quest'opera, Cavaletto dimostra - assieme ad altri - che ormai anche in Italia vi è uno spazio - di nicchia - per superare perfino le concessioni già ampie di Neonomicon o Providence. E, oramai, nemmeno più solo in EdInk che è stata certo importante al proposito.



Questo orrore integrale, verso cui Cavaletto ha un indubbio penchant, è sicuramente non per tutti i palati: personalmente l'elemento che trovo più interessante è come alcuni elementi della sua poetica, inevitabilmente ricalibrati (ma - e lì sta la bravura dello sceneggiatore - senza edulcorarli), potrebbero portare ottima linfa all'horror mainstream, in primis Dylan Dog che, come è noto, seguo da sempre con grande interesse. Ho annotato anche di recente come Cavaletto, con "La calligrafia del dolore", aveva introdotto bene e in modo sottilmente radicale il tema di un certo feticismo delle cose (e delle persone come cose) nell'horror "magicko" dylaniato. 

Ecco: dalle paranoide di Boyd e da questo erotismo orrido di Madre, sommamente decadente, potrebbero venire altre distillazioni sulfuree utili all'alchimia dell'horror a fumetti italiano.

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