Nathan Never Steampunk


LORENZO BARBERIS

Il nuovo Nathan Never Generazioni mostra fin dalla copertina la sua adesione agli stilemi dello steampunk più classico. L'estetica della cover rimanda infatti chiaramente allo stile dei romanzi di Verne, che costituiscono un rimando immaginario importante per quest'ambito.



La citazione per Nathan Never è ancora più specifica, perché l'eroe (che inizialmente doveva essere Nathan Nemo) ha un debito forte con l'immaginario verniano, specie nelle vicende di Nathan Never anziano. 

Il soggetto di Antonio Serra è nuovamente declinato da Adriano Barone, e interpretato visivamente dai disegni di Rosario Raho e dal lettering di Marina Sanfelice, che ha qui un lavoro più complesso dell'albo bonelliano medio.

Infatti, l'estetica cyberpunk non si limita alla cover o ai disegni, ma investe tutto l'aspetto dell'albo. Le vignette e, appunto, il lettering è realizzato con stilemi retrò che richiamano il liberty: al semplice contorno squadrato si sostituiscono cornicette decorate di marca floreale, spesso con una forma sinuosa e non squadrata della stessa vignetta (un ritorno alle origini, perché "vignetta", etimologicamente, è un termine liberty che indica una "piccola vigna", in riferimento alle cornicette di pampini e foglie di vite che circondavano le illustrazioni tardo-ottocentesche).

Raramente la griglia è così raffinatamente decostruita in Bonelli, perfino in Nathan Never che è, storicamente, la prima testata a sperimentare molto sull'impostazione di tavola. Il segno dettagliatissimo e accurato di Raho ben si presta a sfruttarlo per una resa immersiva in questo ottocento fantastico adattato al mondo dell'Agenzia Alfa.



L'adattamento probabilmente funziona particolarmente bene per la facile sovrapponibilità dei grandi universi derivati dalla matrice cyberpunk (che, nel fumetto italiano, è stato Nathan Never a sdoganare a livelli di massa).

Se il primo numero poteva riandare al Dieselpunk anni '50, qui ci troviamo nei pressi dello Steampunk (codificato dagli stessi padri fondatori, Gibson e Sterling, nel loro romanzo "La macchina della realtà", 1991).

Le citazioni, più che al fumetto, paiono andare direttamente ai modelli ottocenteschi letterari: Verne, come già detto, ma anche Stevenson, con Jekyll (1886), Wells, con il Dottor Moreau (1896), e la matriarca Mary Shelley con Frankenstein (1818).

Nella - come sempre brillante - prefazione online, Serra mette le mani avanti rispetto al "modello inglese" degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore, che hanno costituito uno dei principali riferimenti del mash-up steampunk fumettistico, rivendicando la celebre "legge di Serra" sulla comune diffusione delle buone idee, e richiamando invece, piuttosto, un fumetto come Killraven (1973), antecedente anche Moore.



In effetti, bisogna perlomeno ammettere che il mash up di mad doctors di quest'albo va in un segno differente da quello di Moore: lo steampunk dei Gentiluomini è della tipologia più "conservativa", che ricava i propri elementi fantascientifici dalle tecnologie ottocentesche plausibilmente disponibile (come anche è il gioco della Macchina della realtà originaria). Qui, invece, l'avanzamento di informatica e genetica è avanzato, permettendo robot e chimere avanzate (citazione, queste ultime, di Moreau: ma anche, forse, del reale sviluppo a Londra di embrioni chimera, unico luogo in Europa dove tale esperimenti sono oggi realmente consentiti). 



Solo nel caso dell'interpretazione di Jekyll/Hyde riletto in chiave di Bruce Banner/Hulk si può vedere una connessione più stretta con un parallelismo già presente in Moore: ma, del resto, resta valida la legge di Serra, ed entrambi possono derivare da un debito inevitabile in ambito fumettistico (l'Hulk originario è, appunto, una intenzionale riedizione del mito jekylliano nei comics supereroici).

La narrazione di Barone è adrenalinica e coinvolgente e, come negli altri capitoli della serie, l'autore ci sembra ricercare in ogni declinazione della fantascienza lo specifico mood di quel sottogenere. Qui, dunque, colpi di scena eclatanti, drammi famigliari, rivelazioni e agnizioni sono giocate con quel tono lievemente enfatico tipico del grande romanzo d'appendice ottocentesco, fantascientifico o no (con una esplicita concessione al metaletterario, in 27.iii, affidato a Legs, il personaggio nel cosmo neveriano che più spesso rompe la quarta parete).

Insomma, questa miniserie si rivela particolarmente interessante grazie a questo forte tasso sperimentale in grado di offrire una varietà interessante di "esercizi di stile" sul tema neveriano, gettando le basi magari per future riprese. In attesa del prossimo numero, che affronterà un altro rimando seminale per l'Agente Alfa, ovvero l'universo nipponico-mecha che indubbiamente ha avuto una sua influenza sulla sua nascita. Ma ne riparleremo, appunto, tra un mese. 



Post più popolari