Mercurio Loi - Nascondino


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert, as usual.

Ancora una volta, un fumetto di altissimo livello questo numero 14 di "Mercurio Loi" di Alessandro Bilotta, mentre la continuity (sempre blandamente esistita) si fa più serrata verso una probabile conclusione (magari anche solo "di stagione").

La cover di Manuele Fior è bellissima come al solito, e raffinatamente congegnata: in Mercurio che si cela dietro una tomba si rievoca anche il tema dell'albo del "fingersi morto", centrale nel caso dell'albo. Massimiliano Bergamo si occupa dei disegni, per i colori di Nicola Righi e il lettering di Alessandra Belletti. Il segno è a suo modo sintetico, meno dettagliato di altri albi, in modo adeguato a una storia più ricca - a suo modo - d'azione. L'esattezza nella rappresentazione di volti e corpi è però accuratissima, in quella scelta vagamente caricaturale che, per contrasto, rende più drammatici gli sviluppi della storia, che va rendendosi sempre più cupa. Il colore di Righi è efficace e coerente con lo sviluppo degli altri albi, continuando a evidenziare il contrasto tra luce e tenebra che, col volgere verso la conclusione, si fa più netto anche nella trama. In un albo legato al tema del nascondersi, poi, il gioco tra luci e ombre è determinante, reso sia dalle chine dei disegni originali, sia dal contrasto di gialli e blu (in primis) che è tipico della testata.

La sequenza iniziale è ambientata chiaramente nel passato, e si ricollega alla morte di Belforte che aveva chiuso il numero 13. La scena si ricollega perfettamente alla continuty della storia, ma è anche fortemente evocativa dell'attualità: impossibile non pensare al caso Cucchi (con rimando anche, in 5.iii alla dinamica "verticale / orizzontale" come "vivo / morto" su cui Bilotta ha giocato molto nella costruzione di alcuni albi.

Appare evidente il senso dell'ammutolirsi di Belforte, che qui usa la voce per rivendicare un crimine e divenirne così colpevole (pur non avendolo commesso materialmente), ammutolendo chi chiede giustizia. Non so se questo sia intenzionale, ma l'atto di Belforte è parallelo all'atto fondativo del fascismo come totalitarismo (con un chiaro messaggio anche sul presente, come detto): Mussolini non fu, forse, il mandante diretto dell'omicidio Matteotti (in una prima fase, il regime in via di costituzione tentennò all'indomani dell'atto), ma lo divenne dopo averlo pienamente rivendicato in Parlamento, ridotto ad "aula sorda e grigia" (e muta). 

A p. 10, vediamo evocata (in chiave simbolica) la nascita del Contrappasso. Belforte non cadrà sotto quello letterale, il personaggio dell'albo: ma cadrà sotto un contrappasso dantesco, nel numero 13, come detto.

La sequenza in p.11 si apre con un albero isolato al centro della scena (11.i): un simbolo (massonico/rivoluzionario, tra l'altro, se si vuol strafare: l'Albero della Libertà) che tornerà nel corso dell'albo. Dopo il nascondino del vile Farnese nella sequenza precedente (9) abbiamo il nascondino avventuroso e giocoso di Mercurio Loi che sfugge a due guardie, una alta e una bassa.  Il tratto caricaturale della serie è dunque qui accentuato dall'aspetto comico delle due guardie fin dalla loro mal assortita corporatura.

Il nascondimento della copertina avviene in 15.iii, ripreso in modo pressoché letterale da Fior: ma qui la scena è ovviamente notturna. Appaiono inoltre molte vignette "a specchio" (vedi tav. 15), un tema che ritornerà spesso nell'albo, in due sensi: scene "duplicate", e scene realmente implicanti uno specchio (a partire appunto dall'evocazione del Contrappasso in 10).

In 17, una quadrupla (rara, e sempre usata in modo significativo in Loi, mai per una pura esigenza visuale) ci palesa un altro tema ricorrente in tutta la serie (e che di fatto coincide con la serie, con l'intrico stordente delle sue vignette polisemiche): il labirinto.

Il doppio risveglio di Fusco e Loi (18-24) crea una nuova coppia di rispecchiamenti, quello tra due sequenze invece che tra due vignette; il nascondino di Dante si apre (tav. 25) con la classica conta infantile, che enumera "uno!" mentre una singola splash page (rarissima in Loi) ci mostra un singolo elemento centrale, l'Albero che funge da Tana per il gioco. Nel valore simbolico che hanno i nomi in Loi, è interessante che si metta al centro Dante dopo aver evocato il Contrappasso (e temi come il labirinto, lo strapotere papale, la apparente discesa agli inferi con uscita finale...).

L'enumerazione procede fino a venti, senza altre corrispondenze simboliche (qui); segue il gioco di nascondino di Emilio Fusco, il tormentato padre di Dante che si sa a rischio della vita. Caricaturale qui non è solo il segno, ma anche la parossistica ingenuità dell'espediente del personaggio, che conduce all'indagine di Loi il quale subito scopre l'ingenuità di questo "nascondersi dietro una tomba". La vignetta di 52.iii, per quanto sintetica, è piuttosto disturbante, e si rispecchia nella comicità crudele di 53.ii-iii.

Il mediocre funzionamento dell'inganno di Emilio Fusco è ribadito da una sequenza triplice, dove prima il maggiordomo, poi Mercurio, poi perfino Dante lo raggiungono nel suo rifugio segretissimo, mostrando la vacuità di questo nascondino mortifero. 

Galatea si rispecchia nell'ambiguo dono di Mercurio Loi (75), un ritratto di Dorian Gray, come coglie la stessa fanciulla. Un rispecchiamento che riprende quello di p. 92 dell'albo precedente, dove si associava al rispecchiamento tra Ottone e Dante (i quali a loro volta si stavano realmente specchiando, nella tavola). Dante è un giovane Ottone, come quest'albo ha dimostrato, che sostituisce quello vecchio dopo il suo fallimento (in tutto questo resta il parallelo con Batman e i suoi diversi Robin, più volte evocato nella serie: non a caso riappare il calesse Mercuriomobile, nell'albo). Nel simbolismo dei nomi, Ottone è un "oro dei poveri" illusorio, prodotto di una alchimia ingannevole e fallace. Anche Galatea, come tutti, gioca a nascondino (p.77), in un malvagio punto di incontro tra gioco infantile e "grande gioco" adulto.


La sequenza decisiva, con l'atto di coraggio di Dante in una storia in cui tutti giocano al nascondimento (anche, sia pure ammantandolo della sua raffinata intelligenza e ironia, Mercurio), è particolarmente notevole anche dal punto di vista simbolico: una di quelle scene che, forse, in un romanzo a fumetti di tradizione anglosassone diverrebbe giustamente famosa per la sua "fearful simmethry" (non tra le tavole, come in Watchmen, ma tra piani verbali e piani visivi - elemento comunque presente anche nell'opera di Alan Moore).

"Uno" associa il busto di un filosofo (potrebbe evocare Platone, che sull'"Uno" divino molto ha detto, ma è anche chiaramente il Numero Uno di Alan Ford...) e Dante; il "due" mostra il rispecchiamento di Dante (come molti apparsi nell'albo); il tre lo associa al più classico dei simboli massonici e illuminati, il triangolo raggiante con l'occhio, che in qualche modo ci conferma Sciarada (estensivamente, "il" gioco di parole, non solo quello che le è associato nell'enigmistica moderna) come allegoria del complottismo esoterico-politico tra '700 e '800. "Quattro" è l'ora in cui si svolge la scena notturna, oltre alla forma quadrata del quadrante inquadrato (chiedo scusa del calembour). Cinque si sofferma sulla mano di Dante, Sei su un Cubo (che può avere valenza simbolica di altare, specie in una sequenza iniziatica come questa) seguito dalla Menorah come Sette e dall'Infinito come Otto. Il Nove, in modo interessante, è in parte omesso, o almeno non appare in un simbolo così evidente (non sarebbe corretto numerologicamente, ma narrativamente potrebbe richiamare il Salto in Daath, sefiroth vuota aggiunta alle altre dieci dall'occultismo moderno). Per alcuni (come si annota sul bel gruppo facebook "A spasso con Mercurio Loi...") il Nove rappresenta "La figliolanza" della Smorfia napoletana: il quadro non raffigura però la madre di Galatea, anche se lo scontro è in effetti tra i due bambini che qui per la prima volta compaiono in scena insieme.


Dieci sono invece, di nuovo, le mani di Galatea che afferrano Dante, chiudendo la magnifica sequenza.

Tavola 94 sancisce la transizione compiuta con la battaglia con Galatea: nascondersi in una tomba ha senso solo per uscirne (e sebbene non così letterale, il simbolismo dell'iniziazione massonica - in senso lato - penso sia voluto). Soprattutto 94.iii ha un forte valore nella sua perfetta simmetria tra i due personaggi: il dipinto al centro tra i due effigia un ponte, con un forte valore di "attraversamento di una soglia". Ottone ha lasciato definitivamente Mercurio, e Dante entra definitivamente al suo posto (ovviamente, all'interno della logica dell'albo, che potrebbe essere rovesciata in seguito).

Con un'ultima, forse doppia simmetria, Ottone si dà nel finale al suo nuovo maestro, Tarcisio Spada, l'arcinemico di Mercurio (p.98). La scena in cui Spada gli fa toccare la sua ferita pare suggerire la scena in cui Cristo fa toccare a San Tommaso quella provocata dalla Lancia di Longino, a dimostrargli la resurrezione (diabolicamente rovesciata): tanto più che tutto quest'albo è giocato su "nascondersi in una tomba, ed uscirne". In tal caso, la simmetria sarebbe doppia, rispecchiando così Tarcisio il Belforte di p.7, che si proclamava "Dio" come emissione della Legge, tra l'altro papale (Tarcisio si proclama tale, in sostanza, in quanto superuomo al di là del bene e del male, all'opposto). Belforte era "resuscitato" in quest'albo come mero espediente narrativo, mentre Tarcisio può in effetti spacciarsi ai suoi adepti, illusoriamente, come pressoché immortale.

Insomma, un albo che conferma l'alto livello della serie, che una volta concluso l'arco narrativo potrebbe qualificarsi, credo, come uno dei grandi fumetti italiani in senso assoluto.

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