Dylan Dog 388 - Esercizio Numero 6



LORENZO BARBERIS

Il 29 dicembre 2018 è uscito il Dylan Dog n. 388 - "Esercizio Numero 6", catalogato come da convenzione Gennaio 2019.
Il primo albo di quest'anno, firmato da Paola Barbato e Giovanni Freghieri, apre così un 2019 dylaniato nel segno del Ciclo della Meteora, di cui è il secondo albo. 

Possibili spoiler: leggere prima l'albo.

"-12 alla meteora!" recita infatti lo strillo in copertina, proprio sopra il titolo che, come anticipato, inizia a disgregarsi man mano che la meteora si avvicina, come messo in evidenza anche dalla cover di Gigi Cavenago. 

Uno strillo più vistoso in basso, ci evidenzia la seconda parte dei tarocchi dell'incubo, che ci permette di completare gli Arcani Maggiori (quelli originali, di Angelo Stano, degli anni '90) e di iniziare la raccolta degli Arcani Minori, qui associati a immagini tratte dalle copertine storiche di Stano stesso (uno stilema ripreso dai tarocchi più esoterici, come quelli Wirth o similari, dove anche le carte ordinarie portano un'immagine significativa). Ora che abbiamo sottomano tutti i ventidue arcani potrei scrivere una piccola analisi, dato che i tarocchi mi hanno sempre affascinato per il loro potente simbolismo iniziatico: vedremo nei prossimi giorni.

Passando all'albo, l'esordio marca la continuity (il professor Clarke a p.5 potrebbe essere un rimando ad sir Arthur C. Clarke, con una blanda corrispondenza nell'aspetto: la Meteora in fondo ha alcune caratteristiche simili al suo Monolite Nero). Le sue rassicurazioni sono come sappiamo ingannevoli (lo ribadirà Dylan nel corso dell'albo), ma del resto è un dipendente di John Ghost (bello e modesto come al solito il nome del suo telescopio).

Come già annotato da molti, per curiosità riporto che la didascalia delle Breaking News di pag. 5 presenta un duplice errore, ripetuto tre volte nelle tre vignette. "Asteorid" invece di "Asteroid", ed "Hearth" invece di "Earth". A p.6 le due sviste sono invece corrette. Magari, con una opportuna retcon, anche il refuso potrebbe trovare un senso iniziatico.

A p.7, dopo i titoli di testa, vediamo l'ottuplice cerchio di ragazzi dotati svolgere gli esercizi sotto la guida di mr. Goodman (p.8: nome piuttosto ambivalente con la sua presentazione inquietante), come conferma la sua insistenza nel realizzare l'Esercizio Sei del titolo. Freghieri usa anche qualche mezzatinta, come tipico nei suoi ultimi lavori, ma soprattutto, come al solito, è magistrale nello sfruttare i giochi d'ombra per caratterizzare in modo inquietante il personaggio e quando serve, un montaggio più spezzato (p.13) per mettere in evidenza scene cruciali come quella della suddetta pagina. Altrimenti, il montaggio è quello della griglia classica, prediletto, mi pare, di sceneggiatrice e disegnatore, con al limite qualche quadrupla (p.14) piuttosto che le splash per le scene più d'impatto.



Classica appare anche l'impostazione della storia, con la cliente che assume Dylan per ritrovare il figlio scomparso, che ci chiarisce meglio, con un flashback (16-17) la natura di scuola per Esper dell'istituto, sul modello - più in piccolo - di quello per gli X-Men di Charles Xavier.

Con l'avvio delle indagini, appare anche la connessione alla continuity della meteora (p.35), che ha ovviamente un effetto distruttivo sui poteri dei giovani, fino al culmine del caos di metà albo (51-56) narrato con una bella sequenza di vignette incrociate fra loro, tipicamente freghieriane, che rendono bene la concitazione degli eventi.

Ma la connessione più profonda con l'albo precedente è la prosecuzione di quella riflessione sul concetto di "normale" e "mostro" che è da sempre al centro del classico Dylan Dog sclaviano, ma che dal 387 in poi vede l'avvio di una riflessione, se non revisione.



"Definisci normale", dice Dylan alla cliente, prima che sia ritorto contro di lui da Goodman (18 e 20); ma soprattutto è Helena (59) a mettere in discussione la "rivincita dei mostri" dylaniata: è bello sentirsi strani quando è una scelta, non quando è una costrizione. 

Similmente, l'azione della signorina Weep ("To Weep" è "piangere", e il personaggio è indubbiamente "patetico", nel senso nobile del termine) è in linea con questa visione parzialmente discordante dal canone: se prima cercavano di aiutare i "mostri" a prendere consapevolezza dei propri poteri e usarli in senso positivo, con l'avvento della meteora le regole cambiano e si cerca di liberarli della loro natura, per evitare che contribuisca all'incombente apocalisse (potente è l'unica splash page, smarginata, di p.87, proprio per il sapiente dosaggio). La citazione di Johnny Freak (p.85) non è quindi un puro effetto nostalgia, ma ha un senso specifico in questa decostruzione. 

Il caso del mese viene infine risolto, ma con un finale particolarmente cupo, che costringe Dylan a una nuova discesa agli inferi, a un nuovo indebolimento spirituale che - si lascia intendere al lettore - potrebbe derivare anche dalle forze che mirano a distruggerlo, in vista del nebuloso "scontro finale" che si intuisce all'orizzonte. La Barbato conferma la sua bravura nella cupa gestione psicologica del personaggio: notevole anche l'uso della claustrofobia del protagonista in forma propria (Dylan che patisce l'essere rinchiuso in un luogo ristretto) per dare più forza alla claustrofobia "morale" della conclusione (Dylan costretto dalla situazione a una soluzione contraria alla sua etica).

La chiusura è elegante e doppiamente circolare: la sfera della mela, usata dalla signorina Weep per marcare un luogo sicuro e più volte evidenziata nel corso dell'albo, si tramuta nella meteora sul finale; ritorna a p.98 il professor Clarke dell'inizio, con un rovesciamento delle sue ingannevoli rassicurazioni.

Se il primo albo del ciclo della meteora era più marcatamente "speciale" (vedi quanto ne ho scritto qui, per Nerdcore), questo secondo numero è un'interessante via di mezzo: la continuity è importante per cogliere appieno tutte le sfumature dell'albo - a livello letterale e su un piano simbolico, come evidenziato - ma non diviene comunque stretta come nella tradizione americana o in altri Bonelli recenti (su tutti, ovviamente, "Orfani" dello stesso Recchioni). Non resta che attendere quindi lo sviluppo della vicenda in questo 2019 per la prima volta in piena "continuity dylaniata".


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