Mercurio Loi - Ciao, Core


LORENZO BARBERIS

Il quindicesimo numero di Mercurio Loi è uscito il 24 gennaio, all'indomani dell'annuncio della chiusura della serie, che terminerà col prossimo numero. Finale assoluto e non solo di stagione, per una serie che indubbiamente ha saputo essere una delle più potenti degli ultimi anni, ottenendo un innegabile riconoscimento a livello di premi, ma evidentemente non conquistando un pubblico tale da garantirne la sopravvivenza in edicola.

Molte cose ci sarebbero ancora da dire al proposito, ma rimandiamo queste considerazioni tristi, solitarie e finali a dopo l'ultimo numero, ed esaminiamo invece questo "Ciao, core" (titolo adeguato anche alla comunicazione dell'addio, indubbiamente). Come al solito: consiglio prima di leggere l'albo e poi tornare qua.

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La tavola di esordio (5) ci accoglie con un grasso gatto bianco a macchie nere, la cui forma diviene un correlativo oggettivo (5.iii / 5.iv) della pentola che bolle sul fuoco. 

Mi ricordo che Jung, quando interrogò l'I-Ching per chiedergli di auto-definirsi, ottenne come risultato "la pentola", che egli intese come un calderone ribollente di significati, pronto ad esser interrogato (e anche l'I-Ching, ovviamente, è alternanza di bianco e nero). 

La simmetria tra queste due vignette e le due vignette successive (5.v, 5.vi) pare suggerire un altro parallelo, quello con la scrittura (il foglio bianco punteggiato di nero, come nell'indovinello veronese) o, più appropriatamente, qui, il fumetto (cosa che qui potrebbe richiamare l'uso di una potentissima sequenza in bianco e nero, unica in questa serie a colori).

A livello testuale la protagonista invece associa il gatto ad Amore, con un nuovo parallelismo non scontato, e già ambiguamente profetico (l'Amore è bianco e nero in parti uguali, si compone di bene e male allo stesso tempo; inoltre l'amore è associato a un gatto, animale inaffidabile e indecifrabile). Non è forse neppure rilevante quanto questi paralleli simbolici siano voluti dall'autore: Bilotta pare inseguire qui a tratti (come forse in tutto Mercurio Loi) un simbolismo più vicino a quello tradizionale, ottocentesco: non una precisa rete di corrispondenze ma suggestioni sfumate, anche volutamente non univoche. Per capirci, siamo dalle parti del fanciullino pascoliano (forse più con riferimento ai modelli francesi): e numerosi riferimenti del numero, del resto, rimandano allo sguardo infantile (tema che ricorre in tutta la serie, nella dualità Dante-Galatea, ma non solo).



Andrea Borgioli gioca una prima volta sul bianco e nero bonelliano in questa tavola, monocromatica (eccetto Loi) per ragioni intradiegetiche: è una lavagna nera con un cuore bianco (qui Nero e Bianco non sono quindi in parti uguali: e nemmeno nell'albo). Il suo Loi è qui particolarmente scimmiesco, caricaturale: più si va verso un finale drammatico, straziante, della serie, più il segno si fa paradossalmente comico, con efficace straniamento (sottolineando, qui come nell'albo precedente, la drammatica incomunicabilità tra i personaggi - e gli esseri umani in genere).




Il cinico Mercurio continua poi la sua eterodossa lezione sull'Amore criticando i disegni dei giovani allievi di Enrica (tra cui, in 10.iii, ripetendo le parole che danno titolo all'albo: "Ciao, core!" obietta in romanesco a un ragazzino che si sente Michelangelo).  Enrica appare ai suoi occhi nella luce falsante, come una regina (12), con esponente grafico che ricorrerà altre due volte nell'albo, tipico del fumetto umoristico (ma qua ha il sottotesto drammatico: l'idealizzazione dell'Altro come incomprensione).

Il corteggiamento tradizionale (14-21) di Enrica non va a buon fine (data l'eterodossia del personaggio, era prevedibile: ma Loi è appunto accecato dall'amore). Significativa la citazione di Foscolo, tratta dal finale dell'Ortis (Ultime lettere, come queste sono le Ultime Pagine di Mercurio Loi). Il romanzo, del 1802, si conclude col suicidio del protagonista, rifiutato in amore, e ha quindi valenza di profezia infausta sotto più aspetti.

Bello anche il fumo nero dei pensieri nella scena del barbiere (22); e raffinato l'enigma della scuola di Enrica, grande mentre lei la guarda, minuscola (ridicolmente minuscola) quando ne esce, in 23.i e 23.ii. Alcune ipotesi sono state avanzate online: ne suggerisco una che finora non ho visto citata. La prima immagine è la scuola in una dimensione credibile: non è troppo grande, ad esempio, e coerente con quanto visto prima. La seconda, più che una scuola, rimanda a un'edicola sacra: e allora potrebbe rappresentare la visione idilliaca di Enrica che ha Mercurio, come una "madonnina campestre", Maestra angelicata.




Il secondo corteggiamento, non-convenzionale, va a buon fine (anche se anche qui, non è un aprirsi vero di Loi: è una nuova messainscena) e ora è Enrica a vedere Loi come un novello Ercole (38.ii). Innegabile il parallelo Enrica / Catwoman, che tornerà più avanti nell'albo (dato che, in molti punti, si avanza Loi = Batman, Ottone = Robin, Tarcisio = Joker): ma molti appassionati di comics avranno colto il parallelismo con le vicende sentimentali di Silk Spectre e Nite Owl in Watchmen (perfino l'Incatenato, che fa qui una sua fugace apparizione, può far pensare a Hooded Justice): l'eros si accende solo coi costumi da supereroi. Ovviamente, Enrica / Catwoman riprende il parallelo Amore / Gatta, che trova sponda anche nella volubilità della fanciulla. Borgioli mostra in questo una notevole prova di bravura nell'eleganza della sequenza d'azione, bene accompagnato dai colori della Piscitelli (il cui pezzo di bravura, come diremo, è invece nel finale).

Ma la tragedia della maschera dei rapporti umani incombe, anche se all'inizio può suscitare tenerezza (47-50: il funerale di Belforte) in breve l'equilibrio si sgretola (63-66). Il dono avvelenato del Ragno (e Ragni, naturalmente, è il nome assunto da Tarcisio in questa sua ultima incarnazione: un punto debole che appariva fin dalla copertina del numero delle Storie) è il simbolo di questa inefficace comunicazione (anche le lettere d'amore di Mercurio son false, e se prima sprezzava i bambini, è a un enfant sia pure prodige come Dante che deve ricorrere).




L'illusione è mostrata in piedi un'ultima volta - la terza, in cui l'idealizzazione appare in forma duplice, in 73.i e 73.ii - prima di crollare, finendo proprio a p.74 col ritorno della maestrina Enrica nella sua scuola/reliquiario. Il mancato atto di cavalleria di Mercurio è interessante esempio di raffinatezza psicologica: egli lo evita vedendolo come una trappola di galanteria banale, non avendo colto che quello che Enrica non sopporta è la galanteria solo verbale (e verbosa), ma gradirebbe qui un atto di cortesia reale. Lei stessa, però, ha inviato segnali ambigui al riguardo: non è solo Mercurio ad essere obnubliato, le relazioni sono difficili in sé.

In parallelo a questa disgregazione amorosa, terribile ma ordinaria (e terribile perché ordinaria, in fondo) si dipana ovviamente il piano diabolico e mortifero di Tarcisio, il Marchese Ragni, che conduce all'incredibile virtuosismo finale della progressiva sottrazione di cromie nelle tavole fino a giungere alla nuda essenza del bianco e nero quando il male pienamente si rivela. In questo, determinante è la perizia artistica di Francesca Piscitelli, che gestisce materialmente l'effetto del gran finale.

Il tutto inizia a p.85, quando ancora il colore è presente in toto, ma l'orrore è ormai consumato. La luce livida della notte, i blu e i viola, dominano le due tavole successive (tutto Loi è gestito sul contrasto tra "il colore giallo", polo positivo e solare, e quello notturno e mortifero del viola). Da notare come Enrica in 86 compie l'atteggiamento su cui ironizzava con una barzelletta in 73. Disegna un puttino che riesca a volare, ma non vi riesce: e in effetti, Galatea non è riuscita a volare. Lo spogliamento continua nelle coppie susseguenti. 

In 90.iii, l'affranto Mercurio non percepisce nemmeno il ragno che gli cammina sul corpo (come ormai non sa, a quanto pare, più contrastare con efficacia le mosse di Tarcisio), e siamo ormai alla tricromia. Segue la bicromia di 92-93, e poi il monocromatismo di 94 e 96 incastona la perfezione visiva di 95.

Il solito finale in bathos, che tuttavia non dissolve l'angoscia della scena precedente, ma semplicemente, chiudendo il gioco di specchi tra le due trame, riflette l'angoscia dello straordinario su quella dell'ordinario, la psicosi indecifrabile di Tarcisio sull'ordinaria banalità delle relazioni che si interrompono.



Sull'ottimo forum di facebook dedicato al personaggio, "A spasso con Mercurio Loi", l'utente Luca P. mette in evidenza una ulteriore connessione significativa sottolineata dalla scena finale: l'evento che ha scatenato la rottura (la pozzanghera) è probabilmente da attribuirsi all'azione dell'infelice (vedi sotto). Del resto, era quello che suggeriva anche il barbiere Adelchi, pur sottolineando come una parte di responsabilità sia comunque di Mercurio stesso (vedi le due vignette sopra). 

Adelchi si conferma una cartina al tornasole dei passaggi significativi della storia: e in un blog come questo, che tratta di "fumetti sulla sedia del barbiere", la cosa non può che suscitare piacere.


Insomma, l'albo si rivela un saluto impassibile e straziato ai propri lettori, in quel giardino dei sentieri che si divergono che sta ultimandosi ad essere il corpus completo di Mercurio Loi.




Mercurio Loi n.15
"Ciao, core".

Soggetto: Alessandro Bilotta
Sceneggiatura: Alessandro Bilotta
Disegni: Andrea Borgioli
Colori: Francesca Piscitelli
Copertina: Manuele Fior

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