Velvet Buzzsaw


LORENZO BARBERIS

Dato che da sempre ho un certo interesse per l'arte non potevo farmi mancare l'horror di Netflix ambientato nel jet set artistico di Miami. Il regista, Dan Gilroy, è reduce da un successo thriller (che non ho ancora visto) come "Lo sciacallo", ma anche dalla sceneggiatura di vari film abbastanza interessanti come "Freejack" (1992, modesto adattamento di Immortality Inc. di Sheckley), "Real Steel" (2011, dove riprende ed edulcora Acciaio di Matheson), "The Bourne Legacy", diretto dal fratello Tony. Per quanto non del tutto convincente, l'opera è comunque gustosa per l'insolito mash up, e benché come detto non la giudichi riuscita, ho voluto divertirmi ad analizzarne alcuni aspetti (di qui in poi, ovviamente, possibili spoiler).

Il film ruota attorno a varie macchiette corrispondenti ad altrettanti stereotipi sul mondo dell'arte: ma in fondo una certa caricaturalità dei personaggi fa parte della tradizione orrorifica, e il cast di attori, di buon livello, rende l'interpretazione nel complesso gustosa. 




Il titolo del film viene dall'ex-gruppo punk di Rhodora Haze, la potente proprietaria della galleria al centro della vicenda. In qualche modo si troverà il modo di far tornare utile questo dettaglio nella storia, ma il rimando è piuttosto pretestuoso, e serve più che altro a coniugare l'ossimoro di Velvet (il velluto, cosa che ben rimanda alle alte sfere dell'arte: aggiungiamoci un rimando subliminale il giusto ai Velvet Underground, gruppo nato sotto la benedizione di Andy Warhol, e magari anche a Blue Velvet di Lynch, per il tipo di detection inquietante al centro della storia) e Buzzsaw, la sega circolare, l'archetipo del film horror slasher che viene qui evocato (soprattutto The Texas Chainsaw Massacre, archetipo del genere). 




Da cogliere che Haze, in inglese, è "nebbia": una cosa forse non casuale, dato che il critico Morf lamenterà di aver perso la sua chiarezza di visione nel corso degli accadimenti del film.

Jake Gyllenhaal è infatti Morf Vandewalt, il critico spocchioso, bisex, insopportabile esteta, che costituisce lo sguardo narrante sulla vicenda. Particolarmente significativa la scena iniziale, dove Morf sprezza i dipinti di Piers (Malkovich) con un pettegolezzo (era meglio quando beveva) non cogliendo che questi fanno parte della sua vecchia produzione. Morf, quindi, non possiede realmente un acuto sguardo critico, ma sa solo muoversi nel suo ambiente.




Tutto inizia quando l'ambiziosa Josephina scopre che nella sua casa è morto un anziano, Vetril Dease, che ha dipinto quadri di rara potenza espressiva, che rimandano abbastanza chiaramente allo stile di Lucian Freud (nipote di Sigmund Freud: che quindi indirettamente rimanda al tema dell'inconscio, del trauma rimosso, che ritorna nel film). Dease, che ha ucciso il padre dopo una vita di abusi, si è poi avvicinato alla pittura come fatto privato (all'opposto dei protagonisti del film, che ne fanno solo un fatto sociale ed economico), usando sangue (il suo?) nei dipinti, che ha chiaramente trasformato - volontariamente o no - in oggetti maledetti.

Il nome è interessante. Vetril potrebbe stare per Vitriol, il termine che riassume la ricerca alchemica (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem), Dease per Disease, "malattia": l'infezione che i suoi quadri spargono nel mondo dell'arte, decimandolo. Infatti non solo i dipinti dell'autore uccidono, ma "infettano" le altre opere d'arte, trasformandole similmente in strumenti mortiferi.







Tutti i personaggi principali vengono eliminati dalla forza sovrannaturale in azione, colpevoli della loro avidità: si salvano tuttavia i due artisti, Damrish (una sorta di Basquiat, che ritorna al suo collettivo artistico, il cui leader aveva minacciato la Haze) e Piers, interpretato da Malkovich, che in un famoso scatto aveva riprodotto sorprendentemente bene Picasso ritratto, nel 1957, da Irving Penn. Nel finale, Piers traccia segni sulla sabbia, che vengono poi cancellati dal mare: segno di una creatività slegata dalla capitalizzazione (e, tra le righe, rimando evangelico al Cristo che "traccia segni" sulla sabbia prima di perdonare l'adultera).




L'unica del sistema galleristico a salvarsi è Coco, a cui era stato affidato il gatto di Vetril (che ha uno scatto quando la Haze, ultima superstite, finisce male): la ragazza tra l'altro è presente a tutte le morti, cosa che mi aveva fatto sospettare di un suo ruolo (magari sotto influsso sovrannaturale). 

Insomma, un film divertente per la variatio introdotta nell'horror classico, ma che non fa funzionare la componente "giallistica": per quanto si possa intuire, non capiamo fino in fondo perché e percome i dipinti "esoterici" di Vetril possano scatenare la loro azione mortifera. Questo sarebbe ovviamente accettabile in un film "d'arte": ma qui, invece, si accettano per il resto totalmente, con black humour, le convenzioni del genere (personaggi caricaturali, morti eclatanti dei protagonisti, etc.).




In ogni caso, il film resta godibile, senza impegno, da un punto di vista visivo, aspetto sotto il quale ha molte scene riuscite (bella anche la sequenza di animazione iniziale). Sarebbe poi interessante, anche se non commercialmente magari, vedere uno Velvet Buzzsaw 2 ambientato non nell'alta scena dell'arte, ma in quella provinciale, magari in una piccola cittadina da ventimila abitanti con velleità culturali. Ma temo che per simili orrori il cinema hollywoodiano non sia ancora preparato.

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