Nuvole Nere


LORENZO BARBERIS

"Nuvole Nere", sceneggiato da Pasquale Ruju e Andrea Cavaletto, e disegnato da Rossano Piccioni, è un nuovo volume di Feltrinelli Comics che rappresenta l'esordio degli autori nella collana. Si tratta di un romanzo a fumetti decisamente interessante, profondamente legato all'attualità, secondo una linea che pare - nei diversi stili dei vari autori - quella unificante della linea fumettistica di Feltrinelli, recentemente avviata.


Segnalo, per pura curiosità, come il titolo ricordi quello di una serie realizzata a partire dai racconti di Carlo Lucarelli, per la comune metafora della "nuvola" (anzi, "nuvoletta") come identificativo dei comics. Le somiglianze si fermano al titolo: quelli di Lucarelli erano gialli noir, in quest'opera invece il "nero" è quello del neofascismo e del neonazismo riemergenti in questi ultimi anni.

Nel romanzo a fumetti, inoltre, il simbolismo del titolo è più stratificato, perché le "nuvole nere", oltre a quelle fumettistiche e a quelle simboliche, che alludono a un orizzonte degli eventi che si profila sempre più cupo, sono reali nuvole distruttive, che appaiono fin dalle prime pagine e avranno un ruolo importante nel romanzo (evidenziato sottilmente anche dall'elegante grafica del titolo).

Il raffronto tra i due titoli può essere anche utile a evidenziare la scelta di contrasto realizzato dal romanzo a fumetti: se il titolo e la trama evocano il Nero, la cover non è giocata su tinte cupe, ma maggiormente sul Bianco: un bianco però che, qui e all'interno dell'opera, Rossano Piccioni riesce a rendere inquietante, vuoto, simbolo dell'assenza di valori civici, del "pensiero debole" democratico in cui il neonazismo riesce a diffondersi con efficacia.

Il contrasto simbolico all'interno del fumetto è infatti giocato su netti contrasti tra i toni del blu, simbolo del mondo civile, e il rosso fuoco del neonazismo emergente (la fiamma da sempre è un simbolo caro a quel mondo: fuoco fatuo inesausto che sorge dalle tombe degli sconfitti della II guerra mondiale). Il colore non è usato in modo naturalistico, ma fortemente simbolico, con una notevole efficacia collegata anche allo stile di estrema sintesi, molto personale, proprio di Piccioni. Uno stile affilato, spigoloso, che ben si adegua alla drammaticità della vicenda.

Anche l'uso dell'acquerello, tipico dello stile dell'autore, si sposa bene allo sviluppo dell'opera: il blu e il rosso sono sì distinti, ma non impenetrabili, e come i due colori si fondono talvolta sulla tavola, così possono contaminare anche chi, inizialmente, era immune al contagio, anche insospettabile di cadervi. Allo stesso modo può operare, ma molto più difficilmente, la spinta opposta.


Per certi versi, ho trovato in quest'opera (pur nello sviluppo assolutamente autonomo) delle risonanze dell'albo inaugurale della collana feltrinelliana, realizzato da Roberto Recchioni come autore completo (a fianco di una riedizione di un'opera di Pennac).

Ne avevo scritto qui, su Lo Spazio Bianco, dove rimando per la mia lettura dell'opera. Recchioni, autore che ha una forte dimestichezza con la fantascienza, tentava una estrapolazione futura purtroppo molto credibile sulle evoluzioni più catastrofiche delle attuali linee di tendenza a un pensiero irrazionale e inconsapevole. 

Ruju e Cavaletto invece scrivono - pur con un caso di invenzione - di una questione poco considerata ma di stretta attualità: la penetrazione del neonazismo in piccole comunità, fino a prenderne il totale controllo, è un processo in atto e in crescita negli ultimi anni, come ricostruisce la postfazione che cita diversi esempi concreti del fenomeno.



Un elemento che rende ancora più inquietante la narrazione, anche grazie a una scrittura raffinata ma chiarissima nell'evidenziare l'escalation del fenomeno. I due autori vengono del resto entrambi dal fumetto "da edicola", e in particolare da Dylan Dog, ammiraglia bonelliana che, con la chiave dell'orrore, ha spesso trattato questi temi, in numeri storici (Doktor Terror di Sclavi, di cui sopra, ne è forse il primo esempio sistematico) sia in tempi recenti. Lo sterile steccato popolare / d'autore è da tempo per fortuna superato, ma mi piace sottolineare come quest'opera confermi tale abbattimento di confini. Per molti versi, declinata ovviamente in modo differente (ma nemmeno troppo) avrebbe potuto apparire senza problemi sulla testata bonelliana (di recente, tra l'altro, con "Grande Distruzione Organizzata", Cavaletto ha riflettuto anche su elementi simili di guerriglia e teppismo urbano su vasta scala, in questo caso non legati apertamente all'ideologia fascista).

Insomma, un'opera che lascia un sanissimo senso di inquietudine. Per certi aspetti, mi ha ricordato (calandolo più nel concreto) un capolavoro letterario di Dino Buzzati, "I topi": un racconto breve, leggibile al link seguente:

http://parliamoitaliano.altervista.org/i-topi-dino-buzzati/

Buzzati non aveva mai voluto sciogliere la metafora, per lasciarla interpretabile su più larga scala: ma negli anni di composizione dell'opera, nel secondo dopoguerra, appare evidente lo spettro del fascismo che aleggia sotto l'allegoria favolistica.

L'opera di Ruju-Cavaletto-Piccioni cala la stessa escalation direttamente nel nostro presente. E questo ovviamente la rende un monito ancora più inquietante: anche se ci vuole uno sforzo di "ottimismo della volontà" per sperare che - assieme ad altri segnali - non resti inascoltato.

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