Dylan Dog Color Fest 30 - Groucho Primo


LORENZO BARBERIS

Si apre con la cover di un Groucho trionfante questo Color Fest dedicato all'enigmatico compagno di Dylan, perfettamente interpretato da Fabrizio De Tommaso. "Groucho primo" in quanto ne sono previsti altri due, ma quasi anche Groucho "primo del nome", sovrano della rivista per una volta (detronizza anche Roberto Recchioni dalla rubrica introduttiva del curatore, scrivendo in prima persona ai lettori - cosa abbastanza inedita).

L'albo è uscito il 9 agosto 2019, ma raccoglie due storie già apparse sul Grouchomicon, un'edizione deluxe dedicata a dodici brevi grouchiane apparsa per Lucca 2017. L'unica storia nuova è la prima, di Bilotta e Ponchione.

La tradizione degli albi di Groucho risale all'età dell'oro sclaviana, quando erano allegati agli speciali dal 1992 al 1999. Il nuovo corso di Recchioni ha rispolverato questa tradizione in una nuova formula e, per certi versi, in una nuova visione.

Recchioni infatti - come appare anche nella blanda continuity introdotta nella serie regolare - ha una concezione di Groucho come inquietante, e non solo comico: un'idea fondata su una lettura a mio avviso legittima del canone sclaviano, ma che Sclavi (in una abbastanza nota intervista condottagli da Recchioni per il venticinquennale, in cui emergono punti comuni ma anche molte divergenze) ridimensionava.



La storia di Bilotta e Ponchione (affiancati anche in un capolavoro come Mercurio Loi, di cui ho spesso trattato) inizia con una splash page che vale come una sorta di "seconda cover" interna, molto significativa. Se la copertina ufficiale celebrava un Groucho trionfante, qui abbiamo un Groucho decostruito.

Tolta la maschera, tolto il costume, cosa resta di lui? Niente: l'elemento inquietante della spalla di Dylan è appunto nella sua apparente assenza di reale personalità. La locandina di "Una notte all'opera" (che ritorna poi in 21.i) è evidente come citazione dai fratelli Marx; meno chiaro il libro "L'ultima risata" che può rimandare a diversi titoli, nessuno così perspicuo in connessione a Groucho Marx (a meno che non sia una citazione indiretta del film di Murnau, del 1924, coevo dei Marx e insolitamente umoristico, pur con note cupe, nella sua produzione).



La storia è ovviamente ottima, una decostruzione da manuale in salsa bonelliana: nel senso che vi è la riflessione su questo personaggio ridotto a maschera di sé stesso, ma al tempo stesso funziona al primo livello comico grouchiano classico. Il discorso, essendo in ambito teatrale (Groucho è un attore che non riesce a staccarsi dalla maschera che interpreta) sarebbe perfetto per citazionismi pirandelliani, ma Bilotta va alla fonte e rimanda a Schopenauer (21.iii). Rimando alla recensione degli Audaci che amplia ulteriormente il discorso, perché qui mi ha colpito soprattutto un dato personale.

La cliente di Groucho in questo numero (per un ovvio rovesciamento comico rispetto alle avvenenti clienti classiche di Dylan) è la sua vecchia professoressa di filosofia (a volta data, anche sul sito degli Audaci, come "maestra elementare": cosa che potrebbe derivare, magari, da un iniziale comunicato stampa in quel senso). Ora: il personaggio in questione - nell'aspetto, nel modo di vestire, ma di fatto anche nel modo di ragionare (benché ovviamente caricaturale) - è identico alla mia professoressa di filosofia del Liceo. Non simile: identico (tra parentesi: prima di divenire professoressa di filosofia, era stata maestra elementare: coincidenze quasi inquietanti...).



Anzi, aggiungo un dettaglio che avevo già annotato qui un po' di anni fa: "Feste di sangue", il numero 87, uno di quei mitici "primi cento" che rappresentano un canone ideale per la Dylan-nostalgia, ebbe un successo particolare nella nostra classe (anche come lettura alternativa durante le lezioni...) proprio perché l'anziana antagonista dell'eroe, presente fin dalla cover dell'albo, era molto simile ad una versione horrorifica della nostra docente. La sua presenza, anzi, era stata il motivo di questa mia analisi specifica del numero 87, dato che dei numeri pre-nuovo corso ho solo presentato le mie analisi globali (che sono uno dei primi nuclei da cui nasce il blog). Ovviamente, come tutti i "disegnatori per commensali" (secondo l'autodefinizione di Eco: ovvero chi fa vignette senza pretese per gli amici e compagni) satireggiavo la mia prof in storielle sottobanco che si ispiravano al Dylan Dog in questione, che mi aveva servito la parodia su un piatto d'argento. Quindi la storia mi ha colpito particolarmente.

Un notevole merito va anche al segno di Ponchione, che si adatta perfettamente a questa blanda deformazione comica con un tratto che pare ricordare, in certi punti, l'underground comics alla Crumb o, ancora meglio, l'immaginario anni '20-'30, di cui l'underground americano è una ripresa: e quindi il richiamo a Segar, col palloncino di Popeye, non è casuale (p.22). Del resto, Ponchione è autore di uno studio accuratissimo sul segno anni '30, e di Segar in particolare (vedi qui). E la cosa qui non è affatto gratuita, perché lo studio su Groucho mette al centro la comicità filmica anni '30, con l'apparizione anche di Stanlio e Ollio (curiosamente, proprio Ollio sostituiva Groucho nell'ultimo curioso calco dylaniato, Daryl Dark).

Interessante anche la conclusione, che come al solito in Bilotta non è mai scontata: il Groucho attaccato al suo voluminoso abbozzo di regole della comicità dovrebbe scoprire nel finale che non ne ha bisogno, che la vera comicità è dentro di lui, o qualcosa del genere: invece la professoressa gli valuta in positivo il macchinoso studio, che egli correttamente tiene cestinando invece il suo giudizio scolastico. Bilotta ci restituisce così l'idea di un Groucho insicuro, meno terrificante di quello di Recchioni e in fondo umano: la maschera a cui si aggrappa disperatamente è quella che gli serve ad esistere. Non è nemmeno una buona maschera: è infatti un mediocre attore, una pallida copia del Groucho originale. Ma questa "maschera nuda" è tutto quello che ha.

Ecco: se vogliamo, il "de te fabula narratur" è il vero elemento inquietante per il lettore.



E, in qualche modo, è la morale che rimane nella seconda storia, quella di Torti autore completo. Se l'incipit potrebbe far pensare a una sorta di "spettro delle estati passate" incarnato dalla vecchia prof che torna dalla tomba per l'ultima lezione all'allievo indisciplinato, in cui si accenna del passato liceale di un Groucho allora (e ora) insicuro di sé, in Torti siamo nel presente, dove Groucho sceglie di portare su facebook la sua maschera virtuale.

La storia è brillante, con un pizzico di quel cinismo di classe cui Torti ha abituato in Torti Marci, anche qui applicato al presente digitale. Una storia che si inserisce bene nel "nuovo Groucho" del rinascimento dylaniato, appassionato di tecnologia e innamorato di Irma, il cellulare donato a Dylan da John Ghost. In fondo, i social hanno funzionato per il loro fornire una nuova maschera a tutti quelli che hanno deciso di indossarla: una griglia prestabilita da riempire, che ci facilita nell'illusione di aver creato una migliore maschera sociale, gratificandoci con l'applauso virtuale dei like. E quindi è coerente che questo Groucho "umano, troppo umano" tratteggiato da Bilotta ceda al fascino della rete. 

Peccato che l'umorismo stralunato, che nel Groucho personaggio "reale" (all'interno del mondo del fumetto) assume un carattere almeno di stramberia originale, nella sua versione digitale, asservita ai moduli dei meme e degli hashtag, perda la sua spontaneità e si trasformi in uno dei tanti schiavi virtuali dell'algoritmo comico che in fondo tutti seguiamo (o, peggio, aspiriamo ad essere con una qualche originalissima pagina di satira su FB). Ecco: la satira non tanto, ma la riflessione sui meccanismi perversi della vetrina virtuale li conosco e in parte li sperimento (e come tutti mi ritengo consapevole, io, e ben lontano dal finirne schiavo). Per una piena, inquietante identificazione aspetto però una puntata dedicata a Groucho blogger.



Chiude l'albo, con un inevitabile spoiler sul futuro di tutti noi, la coppia Faraci-Ziche, su una convention grouchiana che, ancora una volta, sotto il pretesto della storia umoristica (questa è comunque quella più nettamente comica in senso tradizionale) ritorna sull'ossessione del protagonista Groucho per la sua maschera, e per la paradossale necessità di originalità anche nell'imitazione. Una riflessione che, probabilmente, ha qualcosa (qui, e nelle altre storie) di meta-narrativo, sulla difficoltà di interpretare Dylan - e qui, in particolare, il delicato "contrappeso comico" - nel senso di quella "abolizione dello sclavismo" invocata da Sclavi stesso, che esortava (anche pubblicamente, in interviste) a non volere una mera imitazione del suo stile, ma autori che interpretassero il suo personaggio in modi nuovi (il suo forte endorsement alla gestione di Recchioni, del resto, è in chiara continuità a questa idea).

Ma, soprattutto, questo Groucho reso inquietante proprio perché reso più umano è un ottimo specchio per il lettore medio, che gli offre riflesse le debolezze generazionali. La difficoltà di trovare una propria maschera dotata di originalità, probabilmente anche sulla platea della rete ma soprattutto nella vita (anche se non si è i sosia di un comico del passato) è sicuramente un tema che può toccare le corde di molti, anche se non tutti forse saranno disposti ad ammetterlo. Una generazione di adolescenti che voleva essere Dylan Dog: è molto se riusciamo dignitosamente ad essere Groucho.

Non ci resta dunque che attendere con interesse i prossimi capitoli di questo Groucho rinnovato, Yorick indispensabile per capire il suo doppio, l'amletico principe del fumetto italiano, Dylan Dog. E, naturalmente, come in fondo sempre con il comico, per capire meglio noi stessi.


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Dylan Dog Color Fest 30 - Groucho Primo

"Le regole della comicità" di Alessandro Bilotta (soggetto e sceneggiatura), Sergio Ponchione (disegni) Luca Bertelè (colori)

"Per un pugno di like" di Riccardo Torti (soggetto, sceneggiatura, disegni e colori)

"Groucho-con" di Tito Faraci (soggetto e sceneggiatura), Silvia Ziche (disegni), Erika Bendazzoli (colori)

Copertina di Fabrizio De Tommaso

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