Edmondo De Amicis



Edmondo De Amicis (1846-1908) è uno dei due grandi romanzieri per l'infanzia dell'Ottocento italiano, secondo al Collodi di Pinocchio che raggiunge statura mondiale.

De Amicis, nato in Liguria, da una famiglia altoborghese (il padre era banchiere regio per i Sali e Tabacchi), si trasferisce poi a Cuneo dove affronta gli anni delle elementari; il che è curioso per un cuneese come me, in quanto inevitabilmente molto di quanto riverserà in Cuore, la sua opera più famosa, deriva da questa esperienza cuneese (che gli frutta anche l'intitolazione del locale istituto magistrale e poi liceo scienze sociali, dove ho anche, per un anno, insegnato).

In seguito, De Amicis va al collegio militare a Torino, e quindi entra nelle guerre risorgimentali con la disastrosa battaglia di Custoza (1866), cui segue un'attività di giornalista militare. A questi anni risale probabilmente l'ingresso in massoneria, altamente probabile anche se non vi sono le tracce documentali (nel 1895 è affidato a lui il saluto massonico al Bovio, che metteva in scena a Torino il suo San Paolo con attore il massone Giovanni Emanuel; Bovio fu l'autore dell'orazione per l'erezione della statua di Giordano Bruno).

Lavora per La Nazione, giornale fiorentino (nuova capitale dal 1865) e celebra in particolare la presa di Roma del 1870. Quindi viaggia, scrivendo resoconti, fino al 1877, quando torna in Piemonte, prima a Pinerolo - ove scrive dei Valdesi e della loro resistenza, "Le termopili valdesi" - e poi a Torino (1884) dove prende dimora davanti alla stazione di Porta Susa.

Qui nel 1886 compone il suo Cuore, è quasi una risposta a Pinocchio (1883), il capolavoro di Collodi: quello fantastico, questo di tetro realismo, quello esaltante l'incontrollabile spirito ribelle giovanile, questo celebrante l'obbedienza ai Superiori perinde ac cadaver. Entrambi, comunque, rigorosamente massoni, sia pure in sfumature differenti. In qualche modo, si contendono i pochi scranni ancora disponibili nella scala dell'arco reale dell'istruzione: il vertice del triennio liceale a Dante, il biennio ginnasiale a Manzoni; diciamo che Pinocchio prende i primi anni delle elementari, Cuore gli ultimi e i primi delle medie ("ideale da 9 a 13 anni", spiega De Amicis, autopromozionale).

Le vicende, come detto, sono ambientate in una quinta elementare, ispirando Enrico a un mix tra la propria esperienza e quella del figlio Furio. L'ispirazione massonica è forte: i cattolici contestano l'abolizione di ogni festa religiosa nel romanzo (perfino quelle blande: non è narrato il Natale, appare la festa dei Morti ma come ricorrenza civica e patriottica), sostituita da una insistita "religione civile", col fervore tipico del Risorgimento (un "nuovo risorgere" massonico, della Nazione e non più di Cristo). Il nome stesso dell'autore - non de plume, in un raro caso - pare evocare l'idea stessa di un culto zuccheroso dell'amicizia giovanile nel microcosmo del mondo scolastico.

Interessante che, a parte un resoconto sugli emigrati (Sull'Oceano, 1889), l'opera di De Amicis si sviluppò poi sulle direttrici di Cuore: ma non in continuità (come sarebbe ovvio, per sfruttare il successo editoriale), ma in opposizione.

Il romanzo di un maestro (1890), la maestrina degli operai (1895), e soprattutto Amore e Ginnastica (1892) sono un ribaltamento di Cuore. Da un lato, esaminano tali vicende dall'altra prospettiva, ovvero dalla cattedra. E, in second'ordine, alla fiducia cieca di Enrico nel sistema educativo si sostituisce uno sguardo di cinismo raffinatissimo. Amore e Ginnastica, simmetrico a Cuore fin dal titolo "in rima" (e con un dualismo dal chiaro anche se sottile rimando erotico) ne è forse il capolavoro. Se Cuore è indubbiamente una educazione al militarismo sabaudo, questi professori di ginnastica che ne parlano, scrivono, dibattono ma non ne praticano mai sono la classe dirigente sabauda dell'armiamoci e partite, bene adattatasi - con le giuste correzioni - al fascismo (e oltre).

Se volessimo sintetizzare, con una punta di cattiveria, è come se De Amicis, all'opposto di Collodi, avesse preparato una educazione sentimentale per lettori ingenui volta alla esaltazione militar-nazionalistica per forgiare la carne di cannone; ma per chi fosse stato in grado di superare il primo stadio e avesse cercato autonomamente altri volumi di quell'autore così efficace letto alle elementari, avrebbe trovato una visione disincantata e cinica in grado di mostrare gli scenari di cartapesta del militarismo incombente.

Nel 1898 la vita di De Amicis fu funestata da un evento tragico: il suicidio del figlio Furio, l'Enrico Bottini di Cuore, che si sparò un colpo di pistola al parco del Valentino. Una morte funesta, che collega (indirettamente, per procura) anche il De Amicis alla "maledizione di Torino" che vuole un vasto numero dei suoi scrittori morti suicidi o in modo violento. Il decennio successivo, segnato anche da riconoscimenti e successi, è comprensibilmente più cupo e chiuso da parte dell'autore.

La morte, nel 1908, avverrà durante una lunga visita a Bordighera (1906-1908), dove si era recato sulle tracce di George MacDonald, il vero fondatore del romanzo fantasy, come ispiratore di Tolkien e Lewis. MacDonald, ritiratosi a Bordighera nell'ultima fase della sua vita, e qui sepolto dopo la morte nel 1905.

Il primo romanzo, Phantastes (1858), narra della ricerca dell'eterno femminino in un mondo fantastico. L'ultimo romanzo di MacDonald, Lilith (1895), rielaborava tali temi e presentava tra l'altro la sua posizione eretica di universalista di stampo gnostico, che prevede la salvezza per tutti gli esseri viventi, non esclusi i demoni (come la Lilith del titolo). 

Quanto all'eredità culturale di De Amicis, declinato sotto il fascismo, che non ne amava il patriottismo nazionalistico sì, ma ultrasabaudo, venne ripreso nel 1948 da un film con De Sica come Perboni, quindi in parodia da Guareschi nei primi '50, e poi da Eco nel velenoso Elogio di Franti (1961), a suo modo brillante esempio di "estetica del rovesciamento"; il De Amicis sulfureo quindi fu riscoperto da Calvino, che ne rieditò giustamente Amore e Ginnastica (1971), poi divenuto film nel 1973, stesso anno di un nuovo film di Cuore. 

La ripresa nipponica nel 1981 in un anime minore ma interessante (successivo al lisergico Pinocchio animato nipponico, del 1972) porta anche allo sceneggiato del 1984 ad opera di Comencini (anch'egli autore di un - notevole - Pinocchio televisivo nel 1972), dove il piccolo Enrico, il simbolo della buona volontà meritocratica borghese, è interpretato da un giovanissimo Carlo Calenda, nipote dell'autore (e figlio della regista Comencini, qui sceneggiatrice) poi destinato al ruolo di eterno enfant prodige della caviar-gauche italiana (che in un sarcastico giornale Cuore ebbe la sua incubazione, sotto Serra, mentre nel 1993 Covatta, in Pancreas, scrisse di Cuore una parodia).

In qualche modo, insomma, come al solito tout se tient.


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