Dylan Dog 399 - Oggi Sposi


LORENZO BARBERIS

E così il grande momento è arrivato. Il numero 399 è in edicola, e si è giunti al gran finale del Ciclo della Meteora.

Poche sorprese, in realtà, e pochi spoiler, quindi: il curatore Roberto Recchioni ha scelto di massimizzare l'eco mediatica dell'evento annunciando i fatti principali dell'albo alla stampa, conquistando così le prime pagine dei quotidiani. Il matrimonio Dylan-Groucho è del resto palesato fin dalla cover. Recchioni inoltre sapeva di avere in canna non solo un colpo in grado di colpire la stampa generalista, ma anche di suscitare qualche polemica da parte della stampa di destra.

Tuttavia, e qui sta il colpo di genio del curatore e, qui, sceneggiatore, tutto questo battage mediatico diventa parte stessa di un albo fortissimamente metafumettistico.


Anche qui, fa fede la cover: Ghost sposa Dylan e Groucho tra due ali di folla che mostrano sia i comprimari di Dylan, sia gli altri eroi bonelliani (in un universo sempre più integrato), sia i mostri classici protagonisti del "quarto stato dylaniato".

Da notare che la cover - in cui la scritta finalmente inizia la sua esplosione - rovescia la prospettiva in cui era visto il primo matrimonio storico di Dylan, per il decennale del personaggio. Prima, al 120, noi lettori eravamo spettatori; oggi Recchioni ci mostra i meccanismi dietro la macchina di questo matrimonio del secolo (anzi, dell'Eone).

Roberto Recchioni, dunque, sceneggia quest'albo fondamentale, come tutte le svolte principali che hanno condotto a questa conclusione del rinascimento dylaniato.  Ai disegni, lo supportano alcuni dei più iconici disegnatori del personaggio, ognuno perfettamente "nel suo umore": si comincia così con una desolata, dechirichiana splash page di Corrado Roi che ci guida nella disperazione onirica di Dylan. Il Quarto Stato zombie (p.8) ci rimanda alla tradizione dell'eroe, ma il Mirror Maze (9) ci inizia forse ad anticipare il gioco di specchi del metafumetto che ci attende. Da notare come il montaggio sia qui particolarmente "largo", con poche immagini - spesso 2, o 3 - a saldarsi sulla tavola contribuendo al senso di sognante sospensione. Ognuno dei successivi disegnatori userà elementi di montaggio specifici della sua porzione di storia, distinguendosi così non solo nel segno, ma anche in questo specifico del linguaggio fumettistico.

E dopo una potente splash smarginata (14) Roi ci lascia, e inizia un raffinato gioco di montaggi cronologici che ci conduce fino all'atteso finale.


Il testimone passa ora a Nizzoli, che ci guida subito a 8 ore dalla meteora, nell'imminenza del matrimonio. Se Roi è il Dylan più di onirica atmosfera, Nizzoli rappresenta il segno preciso e pulito di altre storie: la loro giustapposizione è un raffinato gioco di contrasti come tutti i vertiginosi "giri di valzer" grafici dell'albo. Il suo montaggio è quello più vicino, nell'albo, alla gabbia bonelliana classica; benché non manchi una griglia a nove vignette (32) di particolare efficacia (Recchioni ne destina una, non troppo dissimile, anche a Casalanguida, in 27).

Il tema del countdown ha caratterizzato tutto il ciclo, e viene qui dunque giustamente ripreso nello spasmodico rush finale. Recchioni, sacrificando l'effetto sorpresa (se siamo lettori di Dylan, sappiamo a grandi linee cosa avverrà), sceglie di giocare la suspense - che ha barattato, come detto, con la visibilità sui media - solo sulla nostra curiosità per il come, non il cosa. Un gioco di bravura che, complice il momento comunque di massima tensione, gli riesce benissimo.

A p.21-22 ci vengono evocati i principali coevi eroi bonelliani: Mystere, Dampyr, Julia e Mr.No. Ma se loro sono un metafumettistico "obbligato" (in base alla direzione del bonelliverso impressa non solo, ma anche da Recchioni alla gestione della casa editrice), John Ghost avvia invece un metafumettistico "filosofico", che è la marca di Recchioni in John Doe, la serie che (come coautore col compianto Lorenzo Bartoli) l'ha portato sulla scena - e oggi al centro, innegabilmente - del fumetto italiano seriale.

Un nuovo salto temporale ci porta a -11 giorni (p.25). Luca Casalanguida, con un segno di potente sintesi visiva, ci conduce a un'altra sottotrama che giunge, se non a chiusura, a una evoluzione (uno dei pochi punti non già divulgati, e che quindi soprassiedo di rivelare). Sottolineo che la presenza di Casalanguida e Gerasi, come autori relativamente "nuovi" di Dylan - e di innegabile, alta bravura - hanno l'importanza di mostrare una volontà narrativa, e non puramente nostalgico-celebrativa nella varianza dei tratti.

Ci ricongiungiamo quindi a Nizzoli a -7.5 ore (p.30), dove il metanarrativo di Ghost si esplicita nel modo più pieno. John Ghost non è neppure più John Doe: è direttamente Recchioni stesso che parla. La manipolazione di Ghost diventa quella di Recchioni, il piano diabolico dell'antagonista e quello dell'autore si spovrappongono.


Diventa pletorico sottolineare qui la texture fra i vari albi chiave che viene intessuta, perché non è un possibile "secondo livello": è apertamente condotta nel testo. Si può evidenziare come p.36 citi (3 vignetta) apertamente il n. 346, e come questo infittirsi della tessitura della continuity non-così-blanda era stato già palesato a inizio del ciclo apocalittico.

Dieci giorni, una settimana all'apocalisse: è di nuovo Casalanguida a riprendere le redini di questa parte più adrenalinica della narrazione. Il suo segno è potente e autonomo, ma è anche quello che beneficia - perfettamente assimilate - di alcune citazioni del linguaggio fumettistico dei migliori americani. Le scene intime hanno qualcosa di Sin City, il montaggio di p.41 ricorda molte sequenze analoghe in Watchmen (anche se è Nizzoli ad essere un ottimo contraltare - anche migliore, in senso tecnico stretto, forse - di Dave Gibbons). E a parte molte splash pages smarginate di marca quasi supereroica, la prima vignetta di p.61 è un dichiarato rimando a Frank Miller.



Nicola Mari retrodata tutto a -1 mese dall'apocalisse, allo starting point possibile di quest'albo (66). La bellezza del suo segno è innegabile: perfetta poi su John Ghost (66) nei primi piani. Ma presto cede a Sergio Gerasi - che troviamo qui col nuovo segno inaugurato sul Mercurio Loi - che  offre un primo, meraviglioso cameo citazionista nel cortine con tutte le auto parcheggiate dai partecipanti all'evento (72). Ma è lo scavo psicologico profondo, magistrale in Loi, che anticipa la chiusura del rapporto tra Dylan e Groucho.


Nizzoli torna per pagine bellissime, meravigliosamente affollate, in cui tutto il fumetto celebra Dylan (e cioè sé stesso). Una "vertigine della lista" che sarebbe stata cara all'ultimo Eco (che, naturalmente, appare al suo interno).

Per limitarci alla sola p.77 qui sopra, troviamo Nick Raider e Unknow, fondazione Babele e Zagor e Chico, Umberto Eco e Ratman, Lupo Alberto e Krueger, Trelkowski, Batman, ESP (altra opera nizzoliana) e Safarà. E non è che una di molte tavole di pura meraviglia, di puro "comics magic", quello che Disney conosceva bene. Naturalmente, bisogna saperlo costruire: di base è anche il concetto di molte locandine di festival fumettistici di provincia, per dire. Ma qui acquisisce la sua vera forza, giunto all'apice di un arco tesissimo di alta tensione narrativa, in una profonda trasformazione di un personaggio chiave del fumetto italiano, in una dichiarata operazione di complesso metafumetto (se a qualcuno ancora servisse, l'ennesima prova che il "seriale" italiano non è "popolare" nel senso deteriore di "facile" o "banale"). Poi, si passa la palla a Stano.

Il padre grafico di Dylan chiude le danze del numero, da par suo. Gli ultimi pezzi del domino cadono come era stato previsto. Recchioni si tiene un ultimo colpo di scena, una ultima svolta non immediatamente dichiarata che chiude il puzzle nel modo magistrale. Il grande inno all'amore appena elevato non viene in sé negato, ma si lega subito, indissolubilmente, all'oscurità: non tanto nell'inevitabile (e anticipata, anche questo) tragica fine di Groucho, ma nel conseguente cedere di Dylan al Trionfo della Morte poco dopo tale Trionfo dell'Amore.



Uno dei pregi di Recchioni sceneggiatore, a mio avviso, è la sua capacità di concepire la narrazione come un perfetto piano inclinato: posti alcuni elementi, la conflagrazione prevedibile diviene in sostanza inevitabile, e il fascino per il lettore non sta tanto nel colpo di scena finale o nel crescendo della tensione in senso classico, ma nell'osservare il manifestarsi chirurgico dell'ineluttabile. Cosa che, chiaramente, richiede una scrittura più matura (e la esalta), giocando un gioco più sottile che si priva dei suddetti due grandi (e in sé legittimi) trucchi del mestiere: la sorpresa e la suspense. 

Mi pare infatti un tratto del Recchioni più maturo (meno presente, ad esempio, in John Doe, del resto non interamente, sotto l'aspetto autoriale, suo) che accomuna le sue diverse opere, specie quelle seriali, da Orfani a Chambara. Qui però l'autore opera una ulteriore estensione del dominio della lotta: la ricodificazione (come gli è, del resto, stato esplicitamente richiesto) è estesa all'intero corpus dylaniato, che egli rinnova, risignificandolo in modo profondo.

La finale "morte dell'autore" è così in realtà la sua più grande celebrazione: l'autore come voce narrante, Ghost/Writer della vita dylaniata, può annullarsi definitivamente nel testo, che esplode nella polisemia di significati; e la citazione in quest'albo di Eco, che amava Dylan Dog, avrebbe così una valenza ancor più forte, rimandando a una sua simile concezione del postmoderno messa in scena nei suoi complessi romanzi.

Forse è in Chambara che Recchioni ha realizzato questo suo gioco postmoderno nel modo più affilato; in John Doe è laddove l'ha imbastito in modo seminale. Ma è nel suo lavoro su Dylan Dog, per la potenza archetipa del personaggio, che questo suo taglio postmoderno ha operato con la maggiore influenza.



Ci sentiamo tra un mese, per il 400.

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