Letture esoteriche: Giovanni Papini e "Il diavolo"


Giovanni Papini (1881-1956) non è a rigore uno scrittore esoterico, e anche la sua opera dedicata a "Il Diavolo" si presenta come una speculazione "laica". L'opera è comunque molto interessante e presenta perlomeno una visione filosofica, se non propriamente esoterica, di rilievo.

Il padre garibaldino, ateo e massone, Luigi Papini gli avrebbe fatto leggere in giovane età l'Inno a Satana (1863) carducciano. Mentre si diploma maestro entra in contatto con Prezzolini e la sua cerchia. Dal 1900 insegna italiano all'Istituto Inglese di Firenze, poi passa a essere il bibliotecario del museo fiorentino di Antropologia.




Nel 1903, morto il padre, fonda con Prezzolini il Leonardo, rivista filosofica italiana che avversa il Positivismo in una prospettiva che si preciserà sempre più come nichilistica. Nel 1905 compone due moralità "diaboliche", "Il Demonio mi disse" e "Il Demonio tentato".




Nel 1906, con "Il crepuscolo dei filosofi" di matrice nicciana, proclama la morte della stessa filosofia.

Si dà alle novelle metafisiche (1907), nel senso ovviamente di "filosofiche", con una "nuova filosofia" che non passa più per la teorizzazione sistematica ma - appunto - tramite la narrativa (sulla scorta, per certi versi, delle Operette Morali di Leopardi, ma con altro segno).

Evola riconobbe in tali opere uno dei modelli suoi e del suo gruppo iniziatico:
"...va menzionata l'influenza che su me adolescente esercitò anche il movimento che alla vigilia della prima guerra mondiale e durante la prima parte di essa ebbe per centro Giovanni Papini con le riviste Leonardo e Lacerba, in seguito in parte anche con La Voce. Fu il periodo dell'unico vero Sturm und Drang che la nostra nazione abbia conosciuto, dell'urgere di forze insofferenti del clima soffocante dell'Italietta borghese del primo novecento [...] A lui e al suo gruppo si deve il nostro venire a contatto con le correnti straniere più varie e interessanti del pensiero e dell'arte d'avanguardia, con l'effetto di un rinnovamento e di un ampliamento di orizzonti."


(Julius Evola, Il cammino del cinabro, p. 5.)

Lo stesso anno, su La Stampa, nel 1907, propugna in modo conseguente "La filosofia del cinematografo", con posizioni molto avanzate. La prima volta che in Italia si parla in prima pagina del cinema, che è detto superiore al teatro, e rivelatore della natura illusoria del reale. Riporto qui l'articolo tratto dalla Stampa del 18 maggio 1907, e credo che sia l'unica estrapolazione presente:

L'idea di Papini anticipa una delle migliori liriche di Montale, dove

l'illusiorio del reale è espressa tramite lo "schermo" cinematografico (che appare qui, nel 1925, per la prima volta in poesia - composta nel 1923).

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Lo stesso anno 1907 lui e Prezzolini chiudono il Leonardo e nel 1908 aprono La Voce, che si estende dalla filosofia alla letteratura e alle arti, in polemica modernista con D'Annunzio e i suoi. Nel 1909 sorse il Futurismo, che egli appoggiò. Ardengo Soffici ne realizzò questa caustica ed efficace caricatura:




In Un uomo finito (1913), sua prima provvisoria autobiografia, Papini lo definì così:

«Un giornale. Ogni articolo ha il tono e il suono di un proclama; ogni botta e battuta di polemica è scritta con lo stile dei bollettini vittoriosi; ogni titolo è un programma; ogni critica è una presa della Bastiglia; ogni libro è un vangelo; ogni conversazione prende l'aria d'un conciliabolo di catilinari o di un club di sanculotti; e perfino le lettere hanno l'ansito e il galoppo di moniti apostolici. Per l'uomo di vent'anni ogni anziano è il nemico; ogni idea è sospetta; ogni grand'uomo è da rimettere sotto processo e la storia passata sembra una lunga notte rotta da lampi, un'attesa grigia e impaziente, un eterno crepuscolo di quel mattino che sorge ora finalmente con noi»


Nel 1911 la rivista si spacca sulla Guerra di Libia; Papini fonda "L'anima", rivista teosofica, con Giovanni Amendola.

(Amendola scrive a inizio '900 alcuni articoli per «La Capitale» (direttore Edoardo Arbib), su esoterismo e teosofia. Tramite Arbib entra in contatto con la Loggia della Società Teosofica, che sul finire dell'Ottocento conta adepti quasi in ogni regione d'Italia. Tra il 1900 e il 1905 è membro della loggia capitolina, guidata da Isabel Cooper Oakley. Sarà ministro per le colonie nel Governo Facta del 1922, quello che fallisce nel fermare la Marcia su Roma; i fascisti lo uccisero nel 1925. Il figlio Giorgio Amendola fu esponente di spicco del PCI nel dopoguerra.)

Nel 1912 ne Le memorie di Iddio si immagina un Dio che si augura la fine della fede, e quindi la propria morte, vedendo il male fatto nel mondo. L'opera causa scandalo e un processo per oltraggio alla religione. In tarda età Papini tornato cattolico ne bruciò simbolicamente le copie trovate.

Nel 1913 fonda Lacerba, nuova rivista che cita l'opera di Cecco D'Ascoli, esoterista arcinemico di Dante (accusato di divulgare incautamente i segreti esoterici), mandato al rogo per alchimia nel 1327. La dichiarazione antidantesca (di cui viene ripreso il primo verso) è questa:

Qui non si canta al modo delle rane,                                          45
Qui non si canta al modo del poeta
Che finge, immaginando, cose vane;

Ma qui risplende e luce ogni natura
Che a chi intende fa la mente lieta.
Qui non si gira per la selva oscura.                                            50

Qui non veggio né Paolo né Francesca,
Delli Manfredi non veggio Alberico
Che amari frutti colse di dolce esca.

Del Mastin vecchio e nuovo da Verrucchio
Che fece di Montagna, qui non dico,                                         55
Né dei Franceschi lo sanguigno mucchio.

Non veggio il Conte che per ira ed asto
Tien forte l'arcivescovo Ruggero
Prendendo del suo ceffo il fiero pasto.

Non veggio qui squadrare a Dio le fiche.                                   60
Lascio le ciance e torno su nel vero.
Le favole mi fur sempre nemiche.

La rivista accentua ancora la polemica antireligiosa e ultra-nicciana e appoggia in toto il Futurismo (1909). Nello stesso anno Papini scrive una autobiografia trentenne, "Un uomo finito" (provocazione anche questa) dove si propone di superare l'Alighieri (condannato come filosofo-esoterista "religioso").




Nel 1914 Lacerba, come i futuristi, si schiera nettamente per l'Intervento nella Grande Guerra.

Papini esalta la guerra non con toni patriottici o "razionalisti" (per eventuali vantaggi nazionali) ma con toni quasi apertamente diabolici (coerenti con il Futurismo, che la vuole vitalistica "sola igiene del mondo):

"Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre."


Egli però viene provvidenzialmente riformato e continua la sua guerra dietro una trincea di carta.




Dopo la guerra, però, opera una nuova svolta con la "conversione" che corrisponde alla pubblicazione di "Storia di Cristo" (1921), in cui ricostruisce la sua vita anche sulla base dei vangeli apocrifi.

Gramsci annotò che Papini non si era convertito al cristianesimo, "ma ai gesuiti".

"Papini si è convertito non al cristianesimo, ma propriamente al gesuitismo (si può dire, del resto, che il gesuitismo, col suo culto del papa e l'organizzazione di un impero assoluto spirituale, è la fase più recente del cristianesimo cattolico"




Nel 1931 compone Gog, che secondo alcuni ispira Brave New World di Huxley, uscito nel 1932. Gog, giovane americano ricchissimo (si è addirittura comprato una nazione) decide di dedicarsi a capire l'uomo intervistando i grandi del suo tempo (tra cui Ford, centrale per Huxley) ma ne resta deluso. Nel seguito del 1951, Il Libro Nero, intervista appunto anche Huxley per rimarcare tale connessione. Tra gli altri, Lenin, Freud, Henry Ford, Einstein, Gandhi, G.B. Shaw, Edison, Wells.

Nella Visita a Huxley del 1951 (sottotitolo "la morte dell’individuo"), Papini fa dire all’autore di Brave New World: «L’uomo sta diventando il servo e il succubo delle macchine; i popoli stanno diventando masse anonime, organate e livellate da un potere centrale autoritario e incontrollato»




Nel 1933 compone Dante Vivo dove celebra, da "neo credente", il Dante che voleva superomisticamente vincere.

Nel 1937 dedica una Storia della Letteratura al Duce, nel 1938 firma il Manifesto della Razza.

Ancora nel 1942 Papini - per quanto defilato dal fascismo - venne eletto a Weimar vice presidente del congresso dell'Unione Europea degli Scrittori.

Nel 1943, dopo l'otto settembre, si rifugia in convento e nel 1944 si fece terziario francescano laico con il nome di fra' Bonaventura (in onore a san Bonaventura da Bagnoregio, il Doctor Seraphicus).

Qui però, dopo il 1945, inizia a comporre opere esoteriche che imbarazzano la chiesa.




Nel 1946 pubblica le Lettere di Celestino VI, ipotetico papa angelico erede di Celestino V, poi il dramma Il diavolo tentato (1950), quindi il Libro Nero, le "nuove lettere di Gog" (1951) e infine "Il diavolo" (1953), opera densa di riflessioni perlomeno eterodosse se non apertamente esoteriche, e venne proposta all'Indice. 




In questi "appunti per una futura diabologia" sottolinea come il tema diabolico sia il fil rouge della sua opera dal 1905 in poi; vi è una trinità diabolica, Diavolo ribelle, tentatore, collaboratore (di Dio, per la punizione del malvagi) che replica la triade Dio / Uomo / Diavolo, in cui l'Uomo è anche il campo di battaglia tra gli altri due. Se la triade divina Crea / Libera / Illumina (Dio / Figlio / Spirito), la triade demonica Distrugge / Schiavizza / Tortura.

Il diavolo è la sua ultima opera di rilievo, salvo ulteriori articoli e scritti minori. Morì nel 1956, per una complicazione di una malattia degenerativa contratta tre anni prima.

Coltissimo nei suoi riferimenti, sottolinea in modo dualistico la connessione tra i due poli bene/male, con rimandi anche gnostici. Il Diavolo è l'ombra dei santi, che perseguita non perché purissimi, ma perché anche essi hanno un'Ombra; e due papi sono accusati di averci a che fare: Giovanni XII da Ottone I, e Silvestro II con Ottone III (entrambi nei pressi dell'anno Mille e del sorgere dell'Impero Germanico).

Ne "Il calcagno di Eva" sottolinea il rapporto preferenziale con la donna, ricordando il tema medioevale del Sabba (Cellini ne avrebbe visto uno al Colosseo, nel '500).

Egli sottolinea poi l'importanza esoterica degli Yezidi (religione tradizionale curda), che riprendono dottrine gnostiche: il principale angelo creato da Dio (di una Eptade di sette angeli) è quello signore di questo mondo, Melek Taus, effigiato come un Pavone: demiurgo che si ribella ma, dopo settemila anni, con le sue lacrime riempie sette vasi ed estingue il fuoco dell'inferno. Yazden significa "angelo" e la religione, preislamica, è diffusa nell'area con una derivazione diretta dallo zoroastrismo persiano, e ha il suo testo sacro nel Libro Nero.

(nota fumettistica: nel romanzo a fumetti di Hugo Pratt La casa dorata di Samarcanda, il protagonista Corto Maltese viene aiutato da un gruppo di yazidi; nella serie a fumetti Top 10 di Alan Moore, il detective John Corbeau viene chiamato "Re Pavone" per la sua appartenenza alla religione yazidi).

In letteratura italiana è Leopardi il vero custode di questa tradizione, con la sua Ode ad Arimane (il diavolo "paritario" del dualismo zoroastrista, opposto a Ahura Mazda), molto più del "discepolo" Carducci che riduce il suo Satana al progresso positivista e "ferroviario". Leopardi invece è il fondatore di una posizione originariamente nichilista (come concorda anche Emanuele Severino, massimo storico contemporaneo della filosofia da poco scomparso, per cui è Leopardi a ispirare Nietzche).

Prima di Leopardi, Papini colloca Sade (il sadismo è autentico satanismo, anche se idealmente in forme più raffinate di quelle "ingenue" del divin marchese) e prima ancora Machiavelli (non a caso in inglese Ye Old Nick è il diavolo).

A fondamento di tutto, come già Crowley (e altri), Papini pone il Set egizio, visto in dualismo con Osiride.

*

Un volume insomma complesso e raffinato, di un autore ingiustamente sottovalutato nel quadro 
della letteratura italiana.





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