Gilbert Seldes, "The seven lively arts" (1924)


Gilbert Vivian Seldes (/1893 – 1970) è stato uno dei primi critici ad analizzare il fumetto come un fenomeno culturale degno di attenzione. Il suo saggio "The seven lively arts" (1924) analizza sette arti "vivaci", attuali. Tra cui, innanzitutto, le Comics Strip. E poi, ovviamente, cinema, commedia musicale, vaudeville, radio, musica popolare e danza.

Il suo intervento si colloca all'interno del dibattito americano tra "lowbrow" e "highbrow", ripreso anche da Eco in Apocalittici e Integrati (1964). "Highbrow", "fronte alta", l'idea che le persone intelligenti avessero una fronte spaziosa (per contenere un cervello più sviluppato) è un classico della frenologia ottocentesca (tra cui Lombroso); il termine appare nel 1884 e si diffonde in USA verso il 1902, inizialmente in modo letterale, e poi in modo simbolico a partire da Van Wyck Broosk che, in "America's Coming of Age" (1915), introduce questa distinzione, per indicare "cultura alta" e "cultura bassa".

Nelle "Sette Arti Vivaci" Gilbert Seldes polemizza contro l'intellettualismo highbrow, schiacciato su una provinciale adorazione della cultura europea, e rivendica per l'America una cultura originale, prodotta dai "lowbrow", gli intellettuali della "cultura bassa", tra cui spiccano i fumettisti. Egli è poi molto critico verso la classe media che, senza capirli davvero, per una sudditanza culturale si prostra agli highbrow e rifiuta i lowbrow.

Seldes si muoveva perfettamente tra le due culture: editor della rivista modernista The Dial (1921)  e favorì l'edizione americana di The Wasteland di Eliot (1922). Ancora nel 1919 The Dial, prima del suo avvento, lamentava il "trionfo della comic strip"; ma al suo arrivo nel 1920 egli ha modo di elogiare per la prima volta Krazy Kat in un breve articolo.

Nel 1923 egli scrisse nuovamente sulle Comics Strip, sostenendo fossero una forma d'arte di gran lunga superiore alla maggior parte dei prodotti culturali supposti "alti" in produzione in quel momento. Nel 1924, nel suo saggio, diede infine forma compiuta a tale teoria.

Da questo dibattito nascerà (sul Punch, una rivista satirica) nel 1925 il termine "middlebrows", che Eco riprenderà, negli "Apocalittici", in "midcult": ovvero una cultura apparentemente alta, legata a una visione conformistica (mentre il vero highbrow apprezza anche quanto di genuino c'è nella cultura lowbrow). 

In "The vulgar comic strip" Seldes riconosce il fumetto come la più - ingiustamente - disprezzata delle "lively arts" (vedi qui). Egli spiega come esso sia ingiustamente sottovalutato: in un libro del 1922, "Civilization in United States", vi era solo una minima menzione per il fumetto nonostante la sua rilevanza (citando, anche con condiscendenza, Bringing Up Father di McManus).

Nel fumetto, egli riconosce il modello europeo di Max Und Moritz sugli enfant terribles delle Sunday Pages; e pone poi Mutt And Jeff come la prima comic strip di successo.

Egli ritiene che ai suoi tempi esistano una ventina di buoni fumetti; il loro successo si mostra nei (cattivi) adattamenti teatrali che ne vengono ricavati; ora questi adattamenti sono migliorati e se ne ricavano anche dei film.

La forza del fumetto, a parte alcune punte di lirismo come Krazy Kat, sta nella sferzante satira sociale, che i seriosi realisti non riescono a realizzare. Egli esamina quindi un'ampia selezione di fumetti, con paragoni lusinghieri: ad esempio, Mutt è paragonato a una figura picaresca.

Seldes apprezza poi particolarmente Krazy Kat (nato nel 1910, edito nel 1913) di George Harriman. Nella sua opera, dopo la disamina generale del medium fumetto, gli dedica il saggio "The Krazy Kat That Walks by Himself", in cui lo esalta come un'opera d'arte di primo livello, anzi, la miglior opera d'arte dell'America del periodo.

I paragoni si sprecano; questo entusiasmo (che Eco definirà "Integrato", opposto agli Apocalittici, per cui la cultura pop è il male) porta a paragoni altissimi per ragione principalmente lirica. Quello che nel 2012 è stato definito il Krazy Kriticism, ovvero la tendenza ad esaltare i grandi del fumetto con paralleli puramente enfatici, senza un'analisi tecnica. Ai tempi di Seldes poteva ancora almeno "epater le bourgeois".

Comunque, il rimando a Don Chisciotte, per quanto alto, ha un che di fondato: la Coconino County è desolata come la Mancia, e vi è un personaggio di ascendenza donchisciottesca, Don Kiyote, derivante da un altro fumetto minore di Herriman, il Don Koyote.

Il parallelo con Dickens non appare troppo fondato, se non per il parallelo con la sua produzione umoristica (con altri meccanismi, però, non di tipo surreale). Anche il parallelo con Chaplin pare più che altro volto a mettere in collegamento due eccellenze delle "nuove arti vitali", senza che il meccanismo comico sia davvero simile. C'è del surreale in Charlot, ma è più quello di Pierrot che la deformazione della slapstick cane/gatto/topo in teatro dell'assurdo tramite l'iterazione. 

Ma Chaplin, va detto, è da lui portato in precedenza come "eccellenza della slapstick", colui che la raffina (per via diversa) fino a poesia: in questo, dunque, il parallelo è fondato.

Similmente altisonanti i paralleli coi gatti sacri egizi, Kleopatra Kat, Bubastis e così via: un modo per enfatizzare l'antichità di questi archetipi (ma non sarebbero bastate le fiabe di Esopo, per dire?).

«Il nostro Krazy è fatto così. È un’opera che l’America dev’essere orgogliosa d’aver prodotto e che deve sbrigarsi ad apprezzare. È ricca di qualcosa che possediamo ancora troppo poco: la fantasia. È piena di tenera ironia; possiede delicatezza, sensibilità e una bellezza ultraterrena. Gli strani alberi distorti, il linguaggio né umano né animale, gli eventi così logici eppure così folli sono tutti tappeti e polveri magiche che possono condurci a mondi irreali.
Là vaga Krazy, la più tenera e innocente delle creature, un gentile piccolo mostro della nostra nuova mitologia».

(Gilbert Seldes, The seven lively arts, New York, Harper and
Bros., 1924, pp. 231-245)

Sotto il profilo della musica, Seldes invece sceglie il Jazz, che effettivamente assurgerà a iconico di quei Roaring Twenties. Curioso pensare che, con qualche piccolo correttivo, The Jazz Age avrebbe potuto essere The Comic Strip Age.

E Ignatz scalzare Chaplin come sua icona.

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