Martin Sheridan, "Comics and their creators" (1942)


Il più antico saggio sul fumetto è questo:

Martin Sheridan, "Comics and their creators", Cushman and Flint, 1942.

In un'America nel pieno dell'avvio di un conflitto mondiale, questo anonimo giornalista (è il primo vero studioso del medium e non ho trovato nulla su di lui) si occupa di catalogare i fumetti e i loro creatori. (si legge legalmente gratis qua).

E forse non è un caso: nell'introduzione si sottolinea come gli eroi del fumetto avventuroso vadano in guerra, e quelli comici siano più utili che mai a tener vivo il morale delle truppe. Insomma, il fenomeno viene studiato "scientificamente" proprio ora che serve, anche, alla propaganda bellica, che segna in ogni campo uno scatto di consapevolezza. Oltretutto nel saggio si evidenzia come quella dei comics sia la vera "prima pagina" del giornale per interesse, ben più delle notizie di cronaca (e siamo nel pieno del conflitto mondiale!) o dello sport.



Il taglio è a suo modo moderno: l'attenzione non è tanto sui personaggi ma sugli autori, cercando di cogliere il dietro le scene.
E Sheridan infatti nelle sue "First Word" spiega come funziona il sistema del fumetto del tempo (siamo nel pieno dell'era dei syndacate, che favoriscono la diffusione del medium) e di come per internazionalizzarlo si debba tenere conto delle molteplici censure derivanti dalle diverse mentalità: in alcuni paesi (ma anche in USA, presso i Mormoni) si devono togliere i riferimenti al fumo, e per molti i fumetti slapstick sono troppo violenti e diseducativi per i giovani.

Il caso più eclatante è quello di Topolino, proibito in Yugoslavia perché una trasposizione del 1937 de "Il principe e il povero" sembra alludere a una ipotetica congiura di palazzo per sostituire il principe ereditario col cugino dopo la - reale - morte violenta del re.

Non si parla del caso italiano e tedesco, se non a margine: in Italia, si dice parlando di Popeye, la sua figura farebbe molto ridere - per la somiglianza con un altro "mascellone" volitivo? - e, benché il governo abbia censurato tutti i fumetti stranieri, per questo abbia dovuto fare una eccezione.

Si parla di censure molto per i Girl Comics, a partire dal capostipite Polly And Her Pals (1912): niente azione notturna, niente baci, nessuna mostra del corpo. E dire che, dopo il 1915, l'autore afferma le censure siano diminuite.

Non a caso, in Mutt e Jeff, dato come la terza strip (nel 1907) e non la prima (io ricordavo la seconda), si parla della "campagna contro lo slapstick comics" del 1910, conseguente allo sviluppo dei fumetti sui quotidiani e non solo più sulle Sunday Pages. Poi la Grande Guerra avrà creato altri problemi.



Il saggio segue la divisione in generi: quelli delle origini, poi coppie, ragazze, avventura e per chiudere il fantastico, più una sezione poutpurri, il Panel Comics (le vignette singole: curiosamente, ancora legate al fumetto. Già nel saggio del '47 di Coulton Waugh non sarà più così) e il cartone animato (in cui si parla del solo Disney). La divisione è sintetica ed efficace, identificando cinque macro-generi: sulle origini non dà così spazio specifico agli "enfant terribles", ma si concentra sui "comics" come caricatura-satira sociale.

Nelle biografie c'è un gusto per l'aneddoto e l'intervista accattivamente che allontana da una vera analisi critica. Grande spazio è dato a Dirks (Katzenjmmer Kids), McManus e l'autore di Gasoline Alley. Non si parla di Outcault (morto nel 1928), e quindi l'opera - che pure si incentra sulla scena USA - non partecipa all'edificazione del suo mito come avverrà poi con Coulton Waugh cinque anni dopo.


C'è anche una scheda su Edwina Dumm, l'unica donna censita. Probabilmente la prima cartoonist professionista, a partire dal 1915 (e scomparsa piuttosto tardi, nel 1990, a quasi cent'anni, essendo nata nel 1893). A parte il suo "Cap Stubbs", il classico ragazzino dei comics delle origini, realizzò molti cartoons politici inclusa la campagna per il voto alle donne.

Il massimo successo commerciale è ritenuto Little Orphan Annie (1924), il primo a introdurre dinamiche di continuity avventurosa, sia pure nella chiave strappalacrime (con qualche debito a Dickens e ai suoi orfanelli, forse).

Interessante notare come invece il massimo successo artistico sia identificato in George Herriman (McCay era morto nel 1934). "Uno dei più grandi", apprezzato anche dagli "HighBrow Critics": una terminologia derivante dalla frenologia cinquecentesca (citata ironicamente) e diffusa nel dibattito anni '30 (vedi qui). Eco lo recupererà nel 1964.

Tra i lettori gli viene attribuito Woodrow Wilson, che lo leggeva durante la Grande Guerra; Walt Disney è dato come ispirato dalla sua sintesi.

Nelle Adventure Strips interessante è la riflessione su Dick Tracy (1931): Chester Gould spiega di aver voluto un detective "normale", che sbaglia, e che il suo modello di detection è Holmes, non citando la "scuola dei duri" (probabilmente per le censure?). Spiega delle critiche costanti a Tracy quando non è "superomistico", ma di preferire un approccio più "realistico" sotto questo profilo.

Interessante l'ampio spazio dato a Radio Patrol (1933), che in effetti è più "realistica" ancora sotto molti aspetti. L'autore sottolinea il fascino per i radioamatori, che ascoltano le trasmissioni della polizia e quindi sono affascinati da questo police procedural che segue tale schema (la chiamata, l'intervento etc.). L'autore rivendica di aver compiuto studi di criminologia per un maggior realismo.

Il fumetto fantastico include anche Alley Oop (1933), di natura fortemente umoristica, anche se coi viaggi nel tempo del cavernicolo protagonista. Seguono Tarzan e Buck Rogers (1929) - i cui autori rivendicano un team composito che include consulenti scientifici, e un minor tasso di violenza rispetto ai "crime comics" (si parla di Dick Tracy e similari). Poi Flash Gordon (1934) e infine Superman (1938). Come negli altri casi, non c'è un taglio storico, e l'interesse è palesemente spostato verso la "comic strip" classica. Si saltano qui infatti molti nomi importanti, mentre là se ne includono di minimi.

Superman viene presentato con la giusta enfasi, comunque, come il sogno di ogni ragazzino che vuole diventare fumettista dopo averlo letto. Un mix di "Robin Hood, Holmes, Galaad e Ercole", si evoca correttamente.

E qui si chiude di fatto la carrellata (a parte, come detto, cartoons e panel comics). La "Final Word" è piuttosto breve e non aggiunge granché, salvo slanciarsi nell'evocare, in chiusura, un radioso futuro dei comics: "indelible mark in the world of art".




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