Per un'analisi sequenziale del Leviatano.



"Ma sulla paura di perdere la vita si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata."

(https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-riflessioni-sulla-peste)

In questi tempi terribili del Coronavirus si torna a parlare spesso del Leviatano, lo stato assoluto teorizzato da Thomas Hobbes (1588-1679) nel suo saggio più noto, che teorizza in nuce lo stato totalitario, come estensione estrema dello stato assoluto.

Personaggio interessante, Hobbes, collegato ai grandi pensatori del tempo. Nel 1610, egli fa il Grand Tour in Italia al seguito del signorino di Cavendish, di cui è al servizio. Qui incontra Fulgenzo Micanzio, teologo veneziano difensore di Galilei e biografo di Paolo Sarpi.

Realizza in questi anni la traduzione inglese della Guerra del Peloponneso di Tucidide, da cui deriva l'idea dell'inefficienza della democrazia ateniese, soccombente nel conflitto a causa della famigerata Peste d'Atene che, nel 429 a.C., cancella di un colpo lo splendore dell'età aurea di Pericle, portando alla sconfitta la città assediata. Di fronte alla peste, in Atene, "né le leggi degli uomini, né il timore degli Dei costituiva un freno", annota il Tucidide tradotto da Hobbes (che sul dualismo dei poteri, da unificare per rafforzarli, fonda la sua visione). Vedi al proposito qui:


Dal 1620 al 1626 Hobbes è segretario di Francis Bacon (cioè fino alla di lui morte); frequenta l'autore teatrale Ben Johnson, il teorico della dottrina degli umori galenica applicata al teatro. Nel 1628, la peste lo lascia temporaneamente senza protettore, per la morte di Lord Cavendish. Hobbes visse a lungo abbastanza da vedere anche la peste inglese del 1665-1667, successiva alla sua opera.

Nel 1634 un terzo viaggio in Europa gli fa incontrare a Parigi la comunità scientifica di Mersenne, e a Firenze addirittura lo stesso Galilei ormai imprigionato dall'inquisizione, nel 1636.

Al ritorno in patria, nel 1637, inizia a lavorare al De Cive, che getta le basi per il Leviatano. Qui una analisi interessante dei suoi frontespizi:



Comunque, lo riprendo anche qui: notiamo la bella simmetria tra Cielo e Terra, per cui ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso: nei Cieli, il giudizio universale divide beati e dannati; in Terra, l'Imperium è una donna bella e coronata che governa con giustizia una terra coltivata, mentre la Libertas è una donna vecchia e brutta, avvizzita perché l'arbitrio di tutti lascia la terra incolta.

Particolarmente efficace e immaginifica è la raffigurazione dell'inferno. Quello con serpente avvolto è Minosse, il dantesco giudice infernale, che coordina alcuni demoni esecutori.


Ma l'aspetto interessante del frontespizio del Leviatano è la sua struttura che oggi diremmo di arte sequenziale, quasi una tavola muta (salvo la didascalia del drappo centrale) di protofumetto.

Nel 1648 Hobbes inizia infatti a lavorare alla sua nuova opera: "Leviathan, or The Matter, Form and Power of a Common-wealth Ecclesiastical and Civil", che pubblicò nel 1651. La magnifica, iconica incisione di frontespizio venne realizzata dall'incisore Abraham Bosse, su indicazioni di Hobbes "sceneggiatore".



Si tratta di una cover che merita una analisi nel dettaglio, leggendola (come la precedente) dall'alto verso il basso.


Il Leviatano compone il suo corpo di tutti i sudditi, che sono volti in adorazione verso il volto del sovrano. Notiamo la cura della realizzazione, perché tutte le figurine sono effigiate con precisione. Non sono semplici stilemi: sono proprio la rappresentazione dettagliata di tutti i componenti del Corpo Sociale. Ovviamente il Leviatano porta la corona, il cartiglio che lo sovrasta chiarisce, con una citazione biblica, che non esiste altra potenza superiore sulla terra. Le sue due armi sono la Spada del potere civile, e il Pastorale del potere religioso, unificati come era avvenuto nella monarchia inglese e, in modo simile, da Lord Cromwell nella sua dittatoriale repubblica puritana.


Il corpo del Leviatano sormonta poi la città. La città è vuota: i sudditi sono confluiti nel corpo del sovrano, simbolicamente. Notiamo solo delle figure minute, che hanno colpito l'attenzione dell'attento lettore moderno. Davanti alla chiesa a destra, stazionano due figure che sembrano portare i tipici becchi dei dottori della peste, comuni nel '600 (e ancora per gli inizi del '700, come si vede nell'immagine sottostante). E nella piazza d'armi a sinistra, vi sono alcuni armigeri, con il moschetto in spalla, che pattugliano le strade deserte (a distanza tra loro, tra l'altro). 



Ciò ha fatto ipotizzare ad alcuni che la città deserta che rende possibile il perfetto avvento del Leviatano sia, in questa immagine, quella oppressa dalla peste. Del resto, la peste di inizio '600 che ha influenzato il Manzoni ha colpito duramente anche la Londra dell'epoca.

Ma veniamo alla seconda parte del frontespizio, quello più propriamente sequenziale. Torna il tema dualistico, tipico di molti frontespizi rinascimentali, e che qui riflette il tema del doppio potere, temporale e spirituale.



La fortezza e la chiesa, la corona e la mitria, il cannone e il fulmine divino, le armi e le armi del sillogismo (come forconi diabolici, quasi), le forza militare e il tribunale dell'inquisizione: il Leviathan si serve di entrambi e il suo dominio diviene assoluto. Una potenza visiva indiscutibile, che con perfetta sintesi enuncia le caratteristiche dell'opera in dieci icastiche vignette. Qui le ultime quattro, che merita apprezzare in modo più dettagliato:


Ma, allineate tutte e dieci, fanno proprio l'impressione di una bella tavola di fumetto muta, quelle che apprezziamo nelle più moderne graphic novel (ma anche, ormai, nel fumetto popolare, che ne ha capito la forza evocativa).


Di grande e profetico interesse anche l'analisi di Carlo Ginzburg, in un articolo del 2008 poi sviluppato nel suo saggio "Paura, reverenza e terrore" (2015):

http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200812articoli/38812girata.asp

https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/paura-reverenza-terrore/

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