Corpo Celeste, o dell'anti-iniziazione

 


Tra i recenti recuperi di film italiani interessanti, ho visto "Corpo celeste" (2011) di  Alice Rohrwacher, che ne firma anche la sceneggiatura.

Il film è davvero notevole perché va a esaminare uno dei punti critici della religione cattolica contemporanea (naturalmente, esasperandoli, come è normale di una "opera a tesi": ma cogliendo spesso nel giusto).

La tredicenne protagonista Marta Ventura torna dal nord Europa a Catanzaro con la famiglia, madre remissiva e insopportabile sorella maggiore diciottenne (ma, nell'essenza dell'opera, poteva tornare anche al Nord, da quel che posso valutare). Ella deve affrontare la cresima, e viene così introdotta, con uno sguardo illuministicamente "candido", a (certo) mondo parrocchiale contemporaneo.

Tramite il suo sguardo straniato e straniante leggiamo un catechismo che penso sia esperienza comune di molti che hanno avuto una formazione cattolica: una anti-iniziazione, fatta di vuote formule mnemoniche, retorica da anime belle, sforzi deprimenti di "modernizzazione" e culto decontestualizzato del ritorno alla "parola biblica" (mutatis mutandis, e senza chiamarmi del tutto fuori dal discorso, vale anche per tanta didattica "modernista", nella "catechesi laica" della scuola).

Ad esempio, nella formula della Cresima viene inserito "Eloì, Eloì, lama sabactàni?" ignorando, finché non lo rivela Don Lorenzo, corrusco prete vecchio stile alla ragazza protagonista, che è il grido di Cristo in croce abbandonato da Dio (e, qui, da questa chiesa). Naturalmente, ribadisco, c'è il carico da novanta simbolico del phamplet: nemmeno il catechista più ingenuo inserirebbe una citazione nel rito senza un qualche controllo, suo o di altri. Ma un certo gusto narcisistico del preziosismo del "testo originale" esiste.

Meno a fuoco il tentativo di modernizzazione nel collegare i catechismi a risposta multipla ai quiz televisivi berlusconiani in modo così diretto, così come è troppo enfatico fare del sacerdote direttamente un galoppino elettorale di un politico chiaramente di centrodestra. Quella stagione ha influito, dagli anni '80 in poi (le canzoni che diventano pop di secondo livello, ma anche le coreografie dei balletti da chiesa che richiamano in modo inquietante Non è la Rai...) ma la radice della contaminazione è ovviamente nel clima post-conciliare (mal inteso?) come si ritrova in diversa arte sacra contemporanea, anche interessante al proposito per il suo "sincretismo".

La cosa curiosa è che si coglie correttamente invece il dramma del sacerdote, potenzialmente ben intenzionato nel complesso (appunto, depurato di queste caricaturalità) ma ormai completamente scisso dal sacro, che cerca di recuperare andando a prendere un "crocifisso figurativo" in una vecchia parrocchia abbandonata (invano: lo perderà, non gli appartiene più). Questo "recupero citazionista" dell'antico da parte del modernismo ecclesiastico (integrandolo con elementi innovativi) è un elemento fine che viene colto dal film, e che domina ogni aspetto della sua costruzione visuale. Faccio qui un paio di esempi, per mostrare meglio la correttezza delle intuizioni.

Il mash-up postmoderno nella Chiesa post-conciliare: alcuni esempi.


Ad esempio, nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo (Buonconvento), visitata a suo tempo da Obama, troviamo questa vetrata in cui alcuni santi moderni (all'epoca credo non tutti ancora canonizzati) sono alternati a "santi laici" anche esterni al cattolicesimo, ma con una certa valenza sincretica.

Dall'alto (al centro, ovviamente, Cristo in croce con Madonna e San Giovanni apostolo) abbiamo padre Kolbe e papa Giovanni XXIII, seguiti dai due laici J.F. Kennedy e Martin Luther King (ovviamente pastore protestante, fin dal nome...), e sotto invece padre Foucault - non lo scienziato positivista del pendolo di Eco, né il filosofo francese (post)strutturalista - e Ghandi, induista. Tolto il "papa Buono", sono tutti martiri, laici o religiosi.


In una chiesa di Terni, invece, vi è la presenza di Gorbaciov con la moglie Raissa, che seguono il papa Giovanni Paolo II. dietro loro, le ombre di Cristo, dell'Apostolo Pietro e della di lui moglie (senza aureola), con simbolismi perlomeno strani: quasi se, posto il papa come Vicario di Cristo, ne conseguisse un ruolo di "Vicario di Pietro" del segretario del PCUS (e anche la figurazione dell'Ultima Cena come "ombre" è significativa). La chiesa venne poi visitata anche da uno stupito Gorbaciov, pare perplesso di fronte a una celebrazione che non sapeva quanto avallare.

In entrambi i casi, notiamo come la modernità recupera però anche elementi classici, per decostruirli e reintegrarli: la vetrata medioevale, il mosaico bizantino.

Va detto che già negli anni '20 vi sono chiese fasciste in cui venivano inseriti elementi compiacenti al regime (ne sopravvive una in Canada): a indicare che, allargando, il problema non è strettamente post-conciliare, ma ha radici novecentesche profonde.

Ciechi guidati dai ciechi


In una delle scene più forti del film, notiamo il crocifisso al neon, iper-moderno, che si staglia sui ragazzi che, per un gioco "di fiducia", devono guidarsi l'un l'altro. Ma anche la guida è bendata, con effetti comici inevitabili.




La ripresa è da un modello molto forte: i "ciechi che guidano altri ciechi" sono i farisei nel dettato biblico. Una metafora già ripresa più volte per schernire (ovviamente, da prospettive diverse) la chiesa che accetta una guida eterodossa. Ad esempio, nella satira protestante di Hans Holbein il papa segue Platone e Aristotele, e perciò guida i cristiani in un dirupo (che, presumiamo, cade negli inferi).

Nella satira ottocentesca, il pontefice attaccato al potere temporale è ugualmente accecato (dal triregno, non a caso) e cammina su un asse in precario equilibrio, sorretto a stento dai "briganti meridionali", dal clero, da Napoleone III.

Qui il senso è forte: il crocifisso al neon è un nuovo nichilismo che condurrà quella chiesa alla distruzione. Ma, attenzione, il sacerdote vorrebbe sostituirlo: e ha già integrato, allargando la scena, con icone bizantine.


Solo che, è questa la tragedia, per paradosso ha più estetica la croce al neon, quasi cyberpunk (una sorta di Jesus Reloaded alla Matrix: è stato fatto anche questo), che un bric-a-brac generico di icone tradizionali mal assortite, in povertà di mezzi (l'aggiunta del crocifisso non "salverebbe" la chiesa nella sua estetica assente).

Come l'arte sacra che circonda la ragazza a ogni livello è quindi priva di una direzione e di un significato, così lo è naturalmente la sua iniziazione, che diviene una anti-iniziazione. Per paradosso, quando la catechista la schiaffeggia dopo che lei ha riso di una sua caduta (subito dopo la scena di qui sopra) è il vero "schiaffo simbolico" del vescovo, che consente alla ragazza di giungere al disprezzo nei confronti della meschinità dei suoi presunti "maestri" (la catechista più priva di redenzione del sacerdote: essendo caduta per colpa di una gatta che cercava di cacciare, quando ne trova i gattini li fa uccidere a un rozzo aiutante della parrocchia, fingendo sia "per necessità"). Quindi si taglia i capelli (la versione femminile, e infantile, del recidere la "beard of sorrow" di un personaggio che ha finalmente trovato una sua strada) e percorre una "sua" iniziazione, solipsistica, ovviamente, ma non per scelta bensì per necessità, per assenza di una comunità.


Un film, tra le righe, molto duro, che sottolinea i passaggi più radicali del suo ragionamento tramite questi simbolismi (sia pure insistiti, ma a un "secondo livello") più che tramite l'esile trama principale.
La storia di una contro-iniziazione, che mi ha ricordato la contro-iniziazione massonica del Borghese Piccolo Piccolo, di cui avevo parlato poco fa.

Ma in questa sua durezza, in fondo, fornisce elementi di riflessione sia ai detrattori, sia agli indifferenti, sia ai credenti: sarebbe interessante una lettura religiosa di questo film (anche una risposta critica, ovviamente, purché non il puro arroccarsi nell'offesa di fronte a un'opera che coglie molti problemi reali). Se ne troverò, vedrò di segnalarle qui in calce.

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