La poesia di Amanda Gorman, una citazione dantesca?

 


Da docente di lettere, mi incuriosisce come il punto nevralgico dell'inaugurazione della presidenza Biden alla Casa Bianca passi tramite la poesia. Certo, è una convenzione preesistente, chiaro (del resto Biden, intenzionalmente, propone una estetica di "restaurazione" post Trump) ma, nei tempi mediatici recenti, non era mai stata così centrale.

Chiaramente la scelta simbolica parte da una scelta politica, come inevitabile in quell'ambito, dando questo onore alla giovanissima Amanda Gorman, classe 1998, afroamericana, prima vincitrice, nel 2017, appena maggiorenne, del neoistituito premio per il Giovane Poeta Laureato degli USA, istituito dalla Libreria del Congresso in era Trump. 

In qualche modo, la sua scelta rafforza quella della vicepresidenza affidata a Kamala Harris, bilanciando ancor più nettamente l'essere anziano e bianco di Biden (insieme, la poetessa e il presidente fanno un secolo esatto: 22 lei, 78 lui. Come le lettere ebraiche e i tarocchi, verrebbe da dire a un appassionato di ermetismo). Anche la conduttrice televisiva Oprah Winfrey (Gorman indossa i suoi gioielli) e Michelle Obama hanno espresso notevole apprezzamento per Amanda (da appassionato di giochi linguistici, noto che Obama al contrario, "Amabo", è "io amerò", mentre Amanda significa "da amare").

La forza visiva della presenza di Amanda è sottolineata dalla perfetta coreografia che ha accompagnato la sua esposizione, come si vede nella foto di copertina: lei vestita in un giallo sgargiante, sullo sfondo rosso e blu dei colori della bandiera, forma una immagine visivamente perfetta, in rutilanti colori primari, quelli che hanno fatto il successo dei comics.

Ma la cosa che mi ha colpito, leggendola, è la sua poesia. Si tratta ovviamente di un componimento lungo, volutamente lontano dalla tradizione lirica, nel segno della "spoken words poetry", da quanto ho potuto leggere online, con attenzione marcata alla recitazione scandita (cara anche al rap), come si vede bene nel video inaugurale. Però, tra le righe, mi ha colpito un possibile parallelo (non intenzionale, forse) tra la prima strofa del suo canto e il primo canto della Divina Commedia.

Naturalmente può essere un caso, o una corrispondenza: anche se in USA Dante è molto apprezzato letterariamente (vedi Harold Bloom e il suo Canone Occidentale, che inizia con lui) ma anche culturalmente, in senso più ampio (anche per tramite di una lunga tradizione massonica). Una poetessa professionista (si attendono 150.000 copie stampate del suo prossimo volume, sulla schiera anche di questo calcolato successo) è probabile che lo conosca - magari proprio in polemica con la visione della poesia di Bloom, criticata da chi vorrebbe tale canone vorrebbe innovarlo radicalmente. Del resto, almeno un elemento italiano c'era nella sua performance: l'ormai iconico cappotto giallo è di Prada.

The hill we climb

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry, a sea we must wade.
We’ve braved the belly of the beast.
We’ve learned that quiet isn’t always peace,
and the norms and notions of what “just” is isn’t always justice.
And yet, the dawn is ours before we knew it.
Somehow we do it.
Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken,
but simply unfinished.
We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one.

Iniziamo dal titolo, che ricorre più avanti, per due volte: parla di una collina che dobbiamo scalare. We, The People, appare evidente il suo richiamo civile. E, al tempo stesso, il rimando a Capitol Hill, e all'assalto della controparte, l'antipodo esatto: gli sciamani cospirazionisti di Q-Anon, con il loro assalto al Parlamento. La stessa collina, contesa, provvisoriamente conquistata da Biden e i democratici, ma sempre a rischio (così come mai definitivamente perduta prima): un concetto che torna nella lirica.

Ora, non posso fare a meno di pensare a:

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle

Come dirà più avanti Virgilio: 

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?

Ora, nel primo verso, siamo in una situazione simile a quella del Dante nelle prime terzine:

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade?

Anche Dante si trova nella tenebra, e non può trovare la luce nella foresta oscura in cui è immerso:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

E a questo punto gli appare il colle evocato da Gorman nel titolo.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Un colle da scalare, dunque, anche qui, che però viene reso anche con una metafora:

The loss we carry, a sea we must wade.

Dice Gorman; e questo corrisponde alla stessa metafora (la prima di molte) che troviamo in Dante:

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Anche in Dante c'è infatti l'attraversamento di un mare come simbolo dell'uscita dalla tenebra.

We’ve braved the belly of the beast.

E, naturalmente, l'ostacolo dantesco al dilettoso monte è la triplice fiera, che simboleggia del resto in Dante la corruzione, soprattutto quella del papato, che sotto Bonifacio VIII corrisponde alla Lupa. Dante è ovviamente all'inizio di un percorso, Gordon alla conclusione, e infatti in lei la Bestia è ormai superata: un modo di dire comune in inglese, ma anche un rimando possibile alla apocalittica Bestia 666, che è presente anche in Dante (più ampiamente, nel Purgatorio).

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Ma ecco che a superare la Quiete che non è Pace e la Legge che non è Giustizia giunge un salvatore, un Portatore di Luce.

And yet, the dawn is ours before we knew it.
Somehow we do it.
Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken,
but simply unfinished.

We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one.

E nel finale, la giovane Gordon trova il compimento del suo sogno non nel divenire Presidente, ma nel recitare per lui. Biden sconfigge (momentaneamente: la poesia è chiara al riguardo) la Bestia, insomma, e diviene dantescamente l'equivalente di Virgilio.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".

"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Dante insomma certifica Virgilio come grande, ma naturalmente in questo modo Virgilio certifica a sua volta la grandezza del poeta (che di lì a poco sarà "sesto tra cotanto senno"), così come fa Gorman con questa abile prima strofa della sua lirica. Magari c'è anche un po' di ironia implicita in Gorman che omaggia Biden, ma di fatto il contesto mantiene, almeno al primo livello ufficiale, la celebrazione del nuovo presidente.

Manca una parte importante, che non appare nemmeno più avanti nella lirica. La profezia del VELTRO non c'è, o resta implicita (bene per Biden, ma c'è anche una giovane ragazza che sogna di divenire presidente: se non direttamente la Gorman, magari Kamala Harris, come figura di mediazione nella transizione). Nella tradizione protestante, si scioglieva con l'anagramma in LVTERO (e potrebbe avere un senso anche qui, ma, dopo aver chiarito il senso allegorico e morale della poesia, lascio al lettore cogliere questo ultimo passaggio anagogico).

Se volete leggere il testo completo, in originale e tradotto, rimando ad esempio qui.
Per ora, al di là del curioso possibile parallelo dantesco, ribadisco come sia interessante questa nuova centralità della parola poetica. Nella politica americana, che magari troverà una sua fortuna anche da noi: del resto, anche qui c'è un sommo Colle, ricco di storia, come centro del potere.

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