Baraldi, Stano, Dylan Dog 417 - "L'ora del giudizio"

 


"L'ora del giudizio" di Baraldi e Stano è la parte due che completa "Il detenuto" di Uzzeo e Lauria (ne avevo parlato qui). Il numero 417 del personaggio, che continua le celebrazioni per gli 80 anni bonelliani con la seconda delle medaglie celebrative di Dylan Dog, quella dedicata a Groucho.

Al posto della cover stilizzata con solo il personaggio della scorsa volta (che, almeno su Dylan, mi aveva visivamente convinto poco) torniamo a una copertina classica. Si tratta di una delle poche cover che mi sembra integrarsi bene con il talloncino celebrativo, con il suo gioco di triangoli incastrati in un gusto quasi da espressionismo tedesco (però a colori). Non mi piace invece il logo "metallizzato" degli 80 anni Bonelli, come al solito, che si armonizza male con questa cover. 

Il tribunale infernale convocato a giudicare Dylan della cover rievoca quasi quello con cui si chiudeva il numero 250, a lungo l'ultimo realizzato da Sclavi sulla regolare (prima del suo parziale ritorno nella gestione Recchioni, con due storie).




Non credo sia intenzionale, però ho trovato curioso che il braciere (a otto punte, come il cerchio del chaos magick) a lato del giudice abbia una base a clessidra che evoca il simbolo di Extintion Rebellion, già molto ermetico di suo.

Ma veniamo alla storia e di qui in poi, chiaramente, possibili spoiler, anche perché, come spesso nella Baraldi, la trama è piuttosto intricata, con numerosi sfalsamenti temporali, allucinazioni, simbolismi psichiatrici: quindi l'ideale è leggerla e poi tornare qui per le solite piccole annotazioni, che potrebbero aiutare a disingarbugliare la matassa (o avvilupparla ancora di più, in un nodo gordiano del terrore in cui Barbara è maestra).

Come detto, Barbara Baraldi si trova qui associata, prestigiosamente, ad Angelo Stano, padre grafico del personaggio, che dopo l'abbandono delle copertine ha potuto dedicarsi, occasionalmente, a qualche storia in più del personaggio. Con un movimento di camera che dallo spazio galattico scende fin sulla terra (un classico movimento di macchina sclaviano, già nello storico numero uno di lui e Stano, appunto) arriviamo all'Old Bailey, e alla statua della Giustizia resa famosa dal discorso di amore/odio di quel bombarolo del "V" di Alan Moore.

Qui si tiene il processo a Dylan che chiude la storia precedente che, come noto, si chiude con un finale apertissimo. Come detto già in quella sede, la storia di Uzzeo e Lauria potrebbe funzionare anche come auto-conclusiva, in cui il finale aperto sia intenzionale, come il celebre "Caccia alle streghe" va quasi visto come numero a sé, isolato nonostante il "continua" di tradizione popolare che lo chiude (e come altre storie, soprattutto classiche, con un tipico "finale aperto" più o meno accentuato, che non prelude però a continuazione).

La Baraldi, con la sua passione a tramare, è ideale in questo compito piuttosto arduo (completare una storia come quella di Uzzeo e Lauria, molto valida ma non "di trama" quanto di suggestione) e la scrittrice lo fa a modo suo, sciogliendo la tela nelle sue componenti lineari per poi riassemblarla. A pagina 10 ci viene palesata la natura puramente illusoria dei ricordi dylaniani, un viaggio mentale che si apre con la farfalla Acherontia Atropos resa celebre dal Silenzio degli Innocenti (a sua volta, nella cover il teschio diveniva la citazione di una celebre foto di Dalì, con un significato connesso alla trama).






Stano, in 9.iv, 11,iii e altri punti riprende lo stile di Lauria, sottolineando ulteriormente la natura allucinatoria di quelle visioni cupissime. Quanto visto nella storia precedente diviene, qui, puro caleidoscopio di frammenti da ricostruire in una differente composizione del puzzle. La storia, in sostanza, va in modo totalmente diverso: Dylan esce solo dal ristorante e inizia a essere perseguitato da Ilary Robbins (la ragazza del mese dell'albo precedente) solo dopo, con inquietanti apparizioni sincroniche di quella che è una ragazza scomparsa, che lo conducono rapidamente da lei (e, forse, come in tutta la storia, il sincronismo è a posteriori, allucinazione innestata sul ricordo).







Da notare, en passant, come la tavola coi televisori (14) possa in parte richiamare la cover dell'OldBoy in arrivo tra poco, confermando il solito gioco di sottile corrispondences tra i due.





Arriviamo quindi a quella che appare come una classica Haunted Mansion (16), anche se la Baraldi, come suo solito, sta giocando sulle aspettative per continuare ad avviluppare il suo intrico. Ladbroke Road 66 (numero chiaramente non casuale) non esiste, ma c'è una Ladbroke Grove con ville e palazzi non dissimili da quel classico stile da sobborgo inglese.

Tornati al processo con pagina 17, e in 17.iii vediamo in casa di Ilary un poster che richiama Clockwork Orange. Il rimando all'opera di Burgess - o di Kubrick può rimandare forse alla "cura Ludovico" che subisce - in modo differente - la povera Ilary e - a lei connesso - lo stesso Dylan. O, più semplicemente, un rimando all'arancia ad orologeria, che evoca il tema dello sfasamento temporale cui allude - anche graficamente - il titolo, l'Ora del Giudizio, che è l'ora di un Time out of joint non solo nella trama, ma anche nei modi della narrazione.



Ecco infatti che Dylan incontra il mad doc che cura Ilary e i suoi bizzarri inservienti: tra 19 e 21 si interpone ancora una pagina di rimando a Uzzeo-Lauria, con riferimento al tema del "testimone", che qui viene nuovamente risignificato, tornando al senso più semplice, originario del termine: Dylan servirà come testimone del bizzarro esperimento di cura della ragazza.

Notiamo che il frammentarsi molteplice del reale è reso non solo dall'intercapedine della tavola in stile Dylan 416, ma anche dall'aspetto insettiforme del mad doc a p. 19 (che si rispecchierà nel dare, in seguito nella storia e fin dalla copertina, alla procuratrice Higgins che accusa Dylan l'aspetto di una mantide, che in Dylan ricorda il racconto di celebri "Delitti"). Il tutto getta una luce sinistra sull'aspetto caricaturale dei custodi di Ilary, dall'aspetto grottesco e diabolico, come pure quello dei personaggi del processo.

Apprendiamo che il mad doc si chiama Chilton (p. 28), ulteriore rimando al Silenzio degli Innocenti e al direttore del manicomio criminale (vedi qui). 

Il conflitto di Ilary ci viene chiarito subito: aver causato la morte del fratellino Kurt (che ci viene mostrato in 29) per colpa delle "voci nella sua testa" (29). Da qui il desiderio di autopunirsi, con numerosi tentativi di suicidio, fino all'incontro con il mindsight che è una teoria psicanalitica effettivamente esistente, anche se meno spettacolare, ovviamente, di quanto avviene nella storia.



Anche l'idea del "testimone" come parte della terapia ha un suo ruolo all'interno delle teorie della Gestalt, quindi va riconosciuto alla Baraldi di aver compiuto un lavoro di mash up interessante.


La vicenda continua a essere ricostruita in modo allucinatorio: se il testo è tutto sommato, ragionevolmente, corrispondente a quanto probabilmente avviene nell'incontro tra Dylan e Ilary, le immagini sono allucinatorie. Un'allucinazione, ovviamente, tutt'altro che casuale, ma con una suggestione psicanalitica. Ad esempio, significativo che Dylan parli con Ilary prigioniera della vasca dove si è tagliata le vene: lascia alluder che la ragazza, più che chiedere autenticamente aiuto, sia ancora nella fase di auto-punizione per la morte del fratellino. E naturalmente questo non lascia presagire una buona evoluzione della cura.

Il Dylan prigioniero a un terzo dell'albo (33-34), in tavole buie che ricordano la prigione di Uzzeo e Lauria, ci riporta con un salto temporale al Dylan incarcerato per la morte di Ilary da cui muove il processo, e quindi (34-35), con un salto ulteriore, torniamo al processo stesso.

Interessante che l'avvocato evochi apertamente la "caccia alle streghe" (35), perché il celeberrimo "finto albo doppio" di Dylan Dog 69, che si conclude con un "continua nel prossimo numero" ("se e quando uscirà") dal valore simbolico e non reale.





Si torna quindi alla terapia di Ilary, ma ovviamente il Mindsight non va a buon fine: la vista della scarpa del fratellino Kurt scatena un robot (un giocattolo del fratello, e suo correlativo oggettivo) che aggredisce Ilary (l'aggressione a p. 38 è oltretutto sottilmente ambigua nel modo in cui è raffigurata: in modo analogo, curiosamente, a un simile incubo sull'ultimo Julia, ancora più esplicito sia pure sempre in chiave simbolica).

Il "transfert", tra molte virgolette, del senso di colpa nella bambola non avviene, e Dylan, accettando il suo ruolo di "good cop" nel processo terapeutico, interviene e blocca l'esperimento. Notiamo che i mostri che circondano il letto dove Ilary si rifugia, con Dylan, in una (sempre sottilmente ambigua...) regressione all'infanzia potrebbero richiamare, di nuovo, i giocattoli di un ragazzino. E tra loro, intorno al talamo, aleggia infatti anche Kurt, oltre il suddetto robot e altri mostri (p.42).

Il siparietto della professoressa Mann serve chiaramente a introdurre il tema sovrannaturale atteso: il mindsight può dare forma reale ai pensieri, angeli, demoni e gli stessi dei sarebbero proiezioni della mente umana che hanno però raggiunto uno stato oggettivo. Il giudice ovviamente liquida la cosa come paccottiglia new age, ma l'episodio si si conclude in un modo orrorifico che conferma che la Mann sta dicendo una verità scomoda.

Ormai verso la metà albo, quanto il lettore può iniziare a sospettare: il processo non è solo allucinatorio per la mente di Dylan turbata (si potrebbe pensare, dagli oscuri esperimenti di Chilton, in cui chiaramente l'eroe sarà stato coinvolto), ma proprio allucinatorio in sé, dato che la morte della Mann non avviene davanti agli occhi di Dylan, ma in separata sede. I poliziotti mostruosi che eliminano la Mann rievocano i due con cui si apre "Il detenuto", ma anche l'appuntamento tra Dylan e Ilary dell'episodio precedente acquisisce un significato preciso nei desideri della ragazza (p. 50), e così gli elementi narrativi de "Il detenuto" sono potenzialmente tutti introdotti, sia pure in un nuovo mixaggio.

Notiamo che l'ovvio manifestarsi dell'attività psichica extrasensoriale di Ilary procede come al solito evocando il tagliarsi (p. 53), che è la forma adottata dalla ragazza per autopunirsi nei tentativi di suicidio, anche forse per un parallelo con le lesioni subite dal fratellino, che appare sanguinante quando materializzato dal suo potere psichico.






Ilary torna quindi volontariamente alla sua terapia tramite elettroshock, per sconfiggere i mostri ma, al contempo, per soddisfare la sua ansia di autopunizione: riesce così a proiettare le sue pulsioni distruttive sulla bambola, ma a costo di orrende ustioni su tutto il corpo. Nel mentre, si disgrega in modo definitivo la natura allucinatoria del processo: resta il dubbio se sia una totale invenzione, o piuttosto - a mio avviso meglio - carcerazione de "Il detenuto" e processo di quest'albo ci siano state (per le morti degli assistenti, e forse anche di Chilton, su cui però resta il dubbio per farne magari un dottor Hicks parapsicologico) ma siano state vissute da Dylan nei postumi del bad trip, e quindi fusi in un tutt'uno inestricabile. 

La chiusura è classica: Dylan raggiunge il piccolo Kurt, che è la forza che vuol perdonare Ilary, non punirla, e riesce a portarla a vedere il trauma originario e accettarlo, invece di continuare sterilmente a danneggiarsi. Notiamo che Kurt appare anche in forma di Acherontia Atropos, e diviene quindi l'anima di Kurt (simbolicamente, o realmente?) che attraversa l'Acheronte e viene ad aiutare la sorella. Probabilmente è lui che parla, e non Chilton ormai morente, in 88, e lui che guida fin dall'inizio Dylan nel labirinto psichico (da pagina 10 fino a p.89) per poi congedarsi e palesarsi (95) e probabilmente permanere nella bambola (98,ultima vignetta), in cui si è oggettivata la pulsione distruttiva inconscia di Ilary.



La solita trama complessa della Baraldi, dunque, ben servita dallo stile pulito ed efficace di Stano nella costruzione di un viluppo letale, in cui forse non tutto si scioglie, ma lascia sospeso il lettore in una certa inquietante ambiguità. In attesa dell'enigmatica "Sally" di Barbato e Roi che ci attende il mese prossimo.

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