Onward (Disney-Pixar, 2020)

 


Spoiler alert as usual: prima vedetevi il film, che è carino.

Visto ieri "Onward" (2020) di Dan Scanlon per Disney-Pixar, alla rassegna di cartoni animati del Baladin. Film d'animazione all'apparenza minore, ambientato in un mondo fantastico come quello dei mostri di Monsters and Co (molto vicino al sequel "Monster University", non a caso proprio di Scanlon, come qui regista e sceneggiatore) che è però abbastanza puntualmente il mondo di Dungeons and Dragons, evolutosi fino alla contemporaneità, perdendo le sue tradizioni. 

La cosa serve per introdurre il tema dell'elaborazione del lutto in modo decisamente riuscito: due giovani elfi crescono senza il padre, scomparso quando erano piccoli (uno l'ha appena conosciuto, l'altro no); la madre si è risposata con un centauro poliziotto, che si muove goffamente nella nuova famiglia (in senso fisico, come quadrupede, e simbolico).

Il padre, che verso la fine della sua vita si era riavvicinato alla magia, lascia in eredità ai due un incantesimo per riportarlo indietro per un giorno: ma l'incantesimo, realizzato goffamente dal minore (quello che ha, scopre in quel momento, poteri magici), riporta in vita solo le gambe del padre, non in corpo (notare che, con una certa finezza, è la parte che manca al padre adottivo, che è un centauro, quindi un cavallo nella parte inferiore). 

I due devono quindi cercare una gemma per completare la magia, riportare in vita del tutto il padre e conoscerlo. Per portare il padre con sé lo camuffano con un falso corpo che dà origine a gag richiamanti "Weekend con il morto" (coerenti con il tema) e, naturalmente, capiscono entrambi nel finale che è il viaggio che hanno compiuto l'esperienza che li riconcilia col padre e tra di loro, non l'incantesimo in sé. 

La cosa interessante è, più che un tipo di percorso frequente nei film per ragazzi, il tema della tradizione religiosa trattato sotto la mascheratura della magia (allegoria evidente in molti punti, a partire dal padre che "si era riavvicinato alla magia quando ha iniziato a stare male", come ricorda la madre). 

Un tema che ricorda il presupposto più interessante di Games of Thrones, poi non sviluppato come metafora unitaria: un mondo fantasy che ha "dimenticato i draghi", derubricati a leggende. In GOT il processo è agli inizi, siamo per equivalenza alla fine del nostro Alto Medioevo (in un certo senso, finisce con il "nuovo impero elettivo" del finale telefilmico, che è simile in questo all'impero ottoniano: il giovane monaco che spiega che bisognerà tenere conto delle città viene irriso, ma implicitamente è un ironia della storia verso la nobiltà che - se si continua la metafora storica - si troverà adesso davanti all'insorgenza dei poteri libero-comunali, più insidiosi delle orde barbariche calate da nord e da sud). Martin, in GOT, fa inoltre del paganesimo fantasy una metafora del paganesimo storico, minacciato in effetti dal Dio dei Mille Volti che è una metafora possibile del cristianesimo (a differenza del nostro mondo, qui non ha vinto e resta una religione rilevante ma minoritaria). 

In Onward, i draghi sono cagnolini domestici o la mascotte della scuola: quando rinasce un vero drago magico come nemico finale, si autogenera disintegrando gli edifici vicini e prendendo il murales del drago "inoffensivo" della scuola come volto). Non si parla, prudentemente, di dei politeisti, presenti sullo sfondo di D&D, ma solo della "magia" come forza che, oltre al resto, può connettere con i defunti, e in generale rivelare le vere potenzialità (non solo dei due ragazzi ma di tutti i personaggi) a cui con la modernità si è rinunciato.

Le fatine punk riprendono a volare, il centauro poliziotto sceglie di correre invece di guidare, la manticora ritorna tale e anche la madre elfo impugna la spada quando necessario. Non c'è un pieno rinnegamento della modernità, però: finito il tempo eccezionale dell'avventura, ognuno torna al suo ordinario, ma mantenendo un po' del "magick" scoperto nel momento eccezionale (fuori di metafora: il momento di senso legato alla morte). Una morale quasi alla "Il treno ha fischiato" di Pirandello (in cui il tema non si legava alla religione in senso stretto, ma alla conoscenza di sé). 

Sarebbe curioso se il rimando alla magia fosse letterale, ovvero come richiamo non alla religione ma alla tradizione esoterica (e la morale funzionerebbe ugualmente: lo spiritismo è un'ingenuità, ma non la conoscenza di sé mediata dallo studio sapienziale). Ma qui credo che davvero si parli simbolicamente di religione.

Ovviamente, tutto si lega bene anche al titolo del film, "Onward": andare avanti, con un po' di melanconia, per chi ha affrontato un lutto, ma anche per la società nel suo complesso, facendo però i conti "con i propri padri" in senso letterale, personale e simbolico e sociale. Una morale sottilmente conservatrice, cosa curiosa per una Disney (di cui Pixar è parte) teoricamente iperprogressista, che difficilmente è casuale - in prodotti molto studiati come i suoi film - e probabilmente pensato per un pubblico globale (vedi anche Oceania, di cui avevo scritto qualche riga qui, che ha una analoga morale). Il precedente film di Scanlon, "Monster University", analogo come metafora, si teneva più equidistante sotto questo profilo, indagando soprattutto il tema scolastico, in modo riuscito: per approfondire dovrei scriverci un post.

Il finale, con un dichiarato richiamo al finale di Ritorno al Futuro, fa presupporre possibili sequel che, però, comprensibili sotto un profilo economico, non paiono così significativi per la metafora filmica (a differenza della trilogia di Zemeckis, fortemente unitaria).




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