Il Pozzo

 
"Sempre", Lorenzo Barberis 2009 

Nota: nel 2010, il blog ebbe come titolo provvisorio "Il Pozzo e il Pendolo". Queste note nascono per spiegare tale denominazione.


Il Pozzo in questione è Andrea Pozzo, uno dei miei pittori preferiti di sempre. Nato a Trento nel 1642, quasi a cento anni dal celebre Concilio, egli fu il pittore di fiducia dell'ordine gesuita, di cui era ovviamente membro. I suoi lavori costituiscono l'apice tecnico ed illusionistico della pittura barocca, con un gusto esasperato del trompe-l'oeil, che metterà in scena nelle due principali chiese dell'ordine a Roma, la Chiesa del Gesù (1681-1685) e la Chiesa di Sant'Ignazio (1685-1694), prima di essere chiamato (1702) dall'imperatore Leopoldo a Vienna, capitale dell'impero, dove oltre ai palazzi imperiali affrescherà ovviamente anche la locale sede dell'Ordine.Qui morirà, pare, mentre progettava di recarsi a Venezia per un nuovo, innovativo progetto (1709). Ma l'opera più interessante del pittore gesuita è probabilmente il suo primo ciclo di affreschi,realizzato nella Chiesa di San Francesco Saverio a Mondovì, nel 1675-76. Mondovì era indubbiamente una città importante sullo scacchiere esoterico gesuita, come avremo modo di approfondire in prossimi post, e non a caso l'Ordine vi invia il proprio giovane ma promettente pittore. Ma la cosa più singolare non sono i prodigiosi affreschi della chiesa, che simulano anamorficamente una cupola su una superficie piatta: no, è l'altare scenografico, realizzato dal Pozzo come una pura quinta teatrale, con illusionistiche colonne di cartone ed una figura del santo su lamina di metallo al centro, che pare potesse essere mosso tramite un sistema d'argani, come una marionetta sacra o un magico automa, per simularne l'apoteosi verso la gloria dei cieli (dipinti a fresco). Intendiamoci, non è tanto la macchina in sé ad essere straordinaria: ma il fatto che essa sia divenuta, da pura e occasionale meraviglia devozionale (in tal senso, comune nel barocco) a vero e proprio altare fisso, caso questo unico della cristianità che fa sì, ovviamente, che sia l'unica macchina d'altare tuttora conservata oltre la sua natura intrinsecamente effimera e provvisoria. La cosa non mancò di stupire Saverio Vertone (monregalese d'origine) che ne parlò diffusamente in un suo scritto dedicato alla città. Difatti è evidente la metafora intrinseca nel rendere permanente un altare illusionistico, per quanto d'autore nobile e illustre: e non è certo possibile che i gesuiti del seicento barocco non ne avessero colto il sotteso nichilistico. Avviso Spoiler Letterario. Tra l'altro, in questo gioco di rimandi che mi è piaciuto costruire sul titolo del blog, il Pozzo ritorna anche in Umberto Eco, proprio nel suo terzo romanzo, "L'Isola Del Giorno Prima", ambientato nel Seicento. Protagonista è infatti un giovane nobiluomo piemontese, Roberto Pozzo (dei signori di San Patrizio) che si trova coinvolto, tanto per cambiare, in una cospirazione occultistica internazionale basata sul problema del cambio di data. Data la piemontesità di Eco e del suo protagonista, e l'insistita cornice barocca dell'opera, mi pare altamente probabile un voluto, criptico riferimento alle imprese monregalesi del nostro autore. Nell'opera si accenna perfino, di sfuggita, all'Alfiere degli Ecatommiti, un altro mistero letterario, barocco, monregalese su cui dovrò tornare prima o poi. Ma questa è un'altra storia...

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