Dylan Dog Old Boy - Maxi 32 - Recensione


LORENZO BARBERIS

L'Old Boy di Marzo 2018 - nelle edicole dal 24 febbraio - presenta tre storie piuttosto interessanti.

La prima, "Io ti salverò", vede il ritorno di Gabriella Contu, nuova sceneggiatrice apparsa sulle scene dylaniate con Il terrore, sulla regolare (vedi qui la mia recensione). 

Si consolida così il novero delle sceneggiatrici operative sull'inquilino di Craven Road: oltre naturalmente a Paola Barbato (di cui ho scritto inevitabilmente molto sul blog, vedi qui), per molti ai tempi la "erede designata" di Sclavi alla guida del personaggio, a Barbara Baraldi (vedi qui) entrata anch'ella col "nuovo corso" di Recchioni, e a Rita Porretto e Silvia Mericone, per ora solo con la - buona - storia "Il lago nero" (vedi qui). Nel passato, più episodico era stato il contributo di Cristina Neri, coautrice con Sclavi di "Il lago nel cielo" e quello di Magda Balsamo su "Abyss", e un esperimento un po' estemporaneo, per quanto interessante, il Color Fest 6, tutto al femminile (anche Cristiana Astori, "regina del noir", si era cimentata con una breve dylaniata, ma in altra occasione).



Al di là di questa annotazione (e può darsi che dimentichi qualche contributo), "Io ti salverò" richiama nel titolo il celebre film di Hitchcock realizzato in collaborazione con Salvador Dalì: se là l'incubo era prettamente psicologico, qui si parte da un male estremamente reale come il cancro, che la Contu affronta con netto realismo, prima di virare verso la necessaria - e profondamente simbolica - variazione fantastica. 


Lo sviluppo della trama, su una struttura e una griglia classica, è supportata da un maestro di lungo corso come Giampiero Casertano, efficace nell'evocare il necessario crudo realismo della storia. L'evoluzione finale ha una derivazione vagamente kafkiana, ma resta stretto anche il rapporto con la critica sociale che caratterizzava già "Il terrore": là era preso di mira la stolida follia del terrorismo, qui ci si scaglia contro chi abusa del dolore e delle sofferenze per assurde e lucrose sperimentazioni mediche. 

Un taglio "illuminista", in cui la scienza ufficiale ha una netta parte positiva contro gli apprendisti stregoni, di inevitabile attualità e che segue una certa "correzione" avvenuta nel personaggio sotto la curatela di Recchioni, lontano da certo spirito critico contro la "scienza ufficiale" presente nella tradizione di Sclavi ed epigoni. Naturalmente, in un fumetto "polifonico" come Dylan Dog, nulla nega che in futuro ci sia con cautela spazio anche per altre voci: pure, la storia è in questo significativa, e per certi versi con affinità a "La fine della ragione" di Recchioni stesso (di cui ho scritto qui).


Andrea Artusi e Ivo Lombardo firmano la seconda storia (del primo il soggetto, a quattro mani la sceneggiatura), per i disegni di un altro maestro classico, Luca Dell'Uomo. Le inquietudini che scaturiscono dall'Orrore dal profondo (tale il titolo della seconda storia) sono rese soprattutto con questo interessante montaggio che, se da un lato rispetta la gabbia bonelliana, crea un curioso senso di inquietudine tramite la compresenza di griglia squadrata e "contorno liquido", su un inconsueto fondo nero.

A parte le tavole oniriche, nelle pagine ordinarie la griglia è invece estremamente squadrata, ortogonale, e con un'ampia spaziatura talvolta cara a Dall'Uomo, che crea un efficace contrasto tra i differenti momenti della storia, realtà e incubo. La storia, per quanto efficace, mi è parsa tutto sommato più tradizionale, e riuscita soprattutto nella visualizzazione dell'incubo marino. Per certi versi, si può trovare un parallelismo con l'ultimo numero 378, nella comune dimensione "psicanalitica" dell'incubo, ma è un parallelo tutto sommato piuttosto blando.


La terza storia, ad opera di Fabrizio Accatino e Piero Dall'Agnol, mette insieme due dei nomi ritenuti più "autoriali" dell'interpretazione del personaggio (Dall'Agnol è assistito alle chine da Silvia Corbetta). La storia è quella che, più di tutte, istituisce un parallelo con le storie recentemente apparse sulla serie ordinaria, secondo un gioco di sottili corrispondenze forse più intenso all'inizio del nuovo corso dylaniato. 

Ancora una volta, come nei due Graphic Horror Novel della regolare (il primo di Ratigher, il secondo di Cajelli), troviamo non solo una riflessione sul rapporto tra l'autore e la sua creazione, declinata in salsa metanarrativa e ovviamente horror, ma troviamo al centro della riflessione, in modo più o meno esplicito, la figura di David Foster Wallace: qui meno esplicitamente evocata che negli altri due casi, ma comunque evidente nella figura di autore tutto genio e sregolatezza. La storia è del resto quella ripresa nella copertina ad effetto di Accardi, che riprende un dettaglio scabroso effettivamente presente e lo esaspera con gusto volutamente basso-pop, da fumetto noir d'antan.

Curioso il rimando a una precisa collocazione temporale, piuttosto lontana nel tempo: al di là di altri elementi, la cosa è scandita dal preciso rimando all'omicidio Rabin, che colloca la storia attorno al 4 novembre 1995 (vedi qui). La comune natura ebraica dei due autori, quello reale e quello fantasmatico, che è il suo doppio in negativo, risalta di fronte alla comune consapevolezza della comune minaccia dell'eterno spettro dell'antisemitismo, ponendo una tregua momentanea al loro scontro mortale. 

Un albo quindi indubbiamente interessante, che conferma la validità di questo nuovo Maxi tramite la proposta di storie dell'Old Boy più tradizionali, ma variate nello stile degli autori sia a livello di testi che di disegni, senza precludersi in entrambi i casi a nomi comunemente ritenuti "più autoriali".


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