Il Nome della Rosa - la serie


LORENZO BARBERIS

La recente serie del "Nome della Rosa" di Battiato e soci non mi ha soddisfatto del tutto; ovviamente è molto diversa dall'originale (come già il film di Annaud, che era stato invitato a dirigere anche questo serial) ma questo è scontato. 

Il punto è che le modifiche, radicali ma in effetti in più punti necessarie, non hanno avuto molto mordente narrativo, specie in arduo raffronto a un capolavoro del postmoderno, non solo italiano. Però ci sono alcune cose interessanti: ecco qui alcune considerazioni finali (qui invece la raccolta dei miei pezzi a tema Nome della Rosa)

disclaimer: ovviamente: vedete prima la serie e poi tornate qui

1. Il tema di Anna

Le modifiche più robuste vengono dai due filoni femminili: la Ragazza senza Nome e ancor più il tema "dolciniano" di Anna, la figlia perduta di Margherita e Dolcino, alla cerca della sua vendetta contro Gui dopo che questi distrugge il di lei villaggio (dal significativo nome di Pietranera. Sul cubo nero come simbolo esoterico avevo scritto qui). A quanto pare Eco stesso aveva acconsentito a tale sviluppo, raccomandandosi di dare un ruolo positivo a Dolcino, caro ai protestanti.

Si tratta delle sequenze più apertamente fantasy, vicine allo stile di Game of Thrones (ampiamente citato nella sigla iniziale). Anna tira con l'arco come Legolas, batte anche un armigero papale in un corpo a corpo a piattonate, e sul finale si muove nell'abbazia come in un cappa e spada da manuale, prima di una conclusione altrettanto rocambolesca ed action-style.

L'aspetto interessante è l'evoluzione simbolica del tema dolciniano (già del romanzo). Nel romanzo (e nel film, a spanne) i pauperes sono le folle in senso marxista, i francescani conventuali sono il PCI troppo addomesticato, gli spirituali gli intellettuali che li stimolano, i fraticelli gli extraparlamentari, Dolcino invece rappresenta la scelta del terrorismo. Una allegoria sullo sfondo, ma abbastanza evidente. Qui Dolcino (che là è condannato, senza appello, come simmetrico a Gui) invece diviene simbolo di una rivolta violenta ma non ideologica, legato al tema dei profughi prodotti dalle guerre tra impero e papato: uno sottile slittamento simbolico (che è stato notato, con irritazione, a destra). 

Tra l'altro, forse è casuale che in questi giorni esca un libro postumo di Eco sulle migrazioni, ma è una coincidenza interessante. 

Molti slittamenti simbolici si collegano al nuovo piano narrativo: Guglielmo, che era interessante nel conflitto ossimorico di un francescano inquisitore e "freddo", razionale, diviene più cristologico (abbraccia il lebbroso agli inizi, e alla fine tenta di salvare la Ragazza). Interessante notare che Eco ironizzava sul tema del "papa buono" Giovanni XXIII, dato che il "papa malvagio" del suo romanzo era l'avido Giovanni XXII. Qui sembra invece esservi, sottotraccia, un omaggio a Francesco "neo-papa buono" nei francescani mostrati in modo più profeticamente idealizzato (mentre Eco ne mostrava anche i conflitti interni).

Anche Adso è un eroe più attivo: partecipa alla bella battaglia iniziale e poi rifiuta il padre barone e la sua ideologia guerresca (mentre nel romanzo è inviato da questi al seguito di Guglielmo); e anche nel finale sceglie di dedicare la vita a ricostruire la biblioteca distrutta, l'unico baluardo all'Anticristo, la Cultura (all'opposto del romanzo, che si chiude su una nota cupa, con la fine della cultura: ma una fine ironica e paradossale, perché quando scrive l'anziano Adso, sul finire del '300, siamo ormai alle soglie del Rinascimento).

Adso però, come nel romanzo e a differenza del film, perde il suo amore, la Ragazza senza nome. Nel romanzo la ragazza muore sul rogo: qui, come nel film, è salvata ma fugge (e lascia ad Adso un nuovo manoscritto: le poesie del suo provenzale). Una posizione "mediana", quindi, tra film e romanzo: mantiene l'happy ending necessario al mondo della fiction, ma non modifica troppo il senso della storia (che Annaud rovesciava, facendo apertamente sconfiggere Gui).

2. Il tema di Jorge.

Il tema principale del giallo è mantenuto invece abbastanza fedelmente, al di là della riuscita o meno dell'adattamento. C'è però un punto interessante dove si intreccia con il tema "dolciniano": il profetico discorso finale di Jorge da Burgos, che dopo il quinto omicidio, e prima del sesto, pronuncia un discorso piuttosto "esoterico", al minuto 9.30 dell'ottavo e ultimo episodio (una serie di considerazioni ispirate a una conversazione con l'amico Paolo Somà).

Jorge evoca l'apocalisse, coerentemente con la sua visione e la serie di delitti. Ma la sua profezia sembra, a noi moderni, "vera" (e non presente nel romanzo di Eco, né tantomeno nel film).

"Grandi impostori governeranno l'Occidente", ci viene detto: uomini avidi e disposti a tutto. Plausibile, ma ancora generico. "Il dono del pianto, del timore di Dio svanirà": questo è il tema del riso, che Jorge odia, come presente nel romanzo: ma viene anche da pensare alla forza dei meme, molto usati dall'Alt-Right.

Quando ci viene detto che l'Anticristo "avrà la testa avvolta dalle fiamme" non possiamo non pensare alla capigliatura di Trump, e i "carri da guerra che avanzano" portano lutti in Giudea e Siria, oggi regioni in effetti caldissime (anche se Iudaea è una sezione della biblioteca dell'abbazia, e in siriano è scritta una prima parte del Libro perduto al centro del giallo: quindi, alla Eco, si struttura un doppio livello abbastanza fine). Le "città scosse dai terremoti" possono far pensare agli appassionati del genere al Progetto HAARP (il segreto, anche, del Grande Piano del Pendolo di Foucault di Eco: il controllo delle "onde telluriche"), ma i "venti di tempesta" e i "campi contaminati" sono un'allusione chiara alla catastrofe nucleare: e infatti verrà un "Inverno dal caldo atroce", l'Inverno Nucleare. Una guerra mondiale, dunque, causata dalla situazione della Siria: e quindi imminente...

Si aggiunga che già Eco, nel romanzo, ferma la catena dei delitti alla Sesta Tromba, con la morte dell'Abate (le morti successive non sono parte del rituale del killer per evocare, forse, l'Apocalisse - egli nega, ma non è affidabile): lascia intendere, evidentemente, che il rito poteva forse funzionare se completato. Ora, l'apocalisse arriverà quando verrà fatta suonare la Settima Tromba: e l'attuale presidente USA è, in effetti, Trump: che nelle profezie di Nostradamus apparirebbe come una "trombetta", in inglese Trumpet, appunto.

Il testo è così ben scritto sotto il profilo esoterico (rispetto al resto degli inserti, come detto molto "americani") che viene il sospetto si tratti dell'ultima zampata del Maestro. Non sarà così, ma mi piace pensare si tratti di un inserto di Eco, il suo contributo a questo pasticciaccio brutto in via medioevale, una profezia che offre un guizzo di genuina inquietudine.


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